(membri del Politburo Sovietico nel 1917)

di Araì Daniele

Tutti i popoli in tutti i tempi, così come la stragrande maggioranza dei viventi, sanno che la natura da sola non è sufficiente a spiegare l’uomo, che l’esistenza umana è legata a un fine che trascende la vita terrena. Non ci può essere quindi scienza, filoso­fia, storia o politica a sé stante, di natura puramente terrena, laica.

Non vi è dubbio che la ragione possa, con le sue speculazioni, analizzare i fenomeni del corpo, ma, proprio perché incapace di afferrare il fenomeno dell’anima, essa non è in grado di spiegare l’uomo nella sua essenza. La fisiologia, la psicologia e la sociologia sono impotenti a spiegare il destino della vita umana. Non c’è in noi una sola facoltà che non rimandi al suo termine spirituale, affinché l’armonia del naturale col soprannaturale nella creatura umana dia frutti, anche terreni. Qualsiasi filosofia che preten­da determinare il fine dell’uomo per mezzo della sola ragione è fatata al fallimento.

Di conseguenza, l’uomo deve guidare la sua vita personale e seguire una politica sociale, non con la smorta luce delle scienze naturali, ma con l’intensa luce dei segni soprannaturali.

Eppure, nella società moderna, domina l’idea agnostica per cui ogni scienza va liberata dal soprannaturale che, se esiste, va confinato al fondo delle coscienze. Ecco perché questo mondo va in rovine.

Se è impossibile conoscere l’uomo nella sua totalità senza l’ausilio della luce rivelata, come sarebbe possibile spiegare la socie­tà senza ricorrere alla stessa luce che illumina la natura e il destino umano?

La società, somma di uomini, non può avere un fine diverso dell’uomo. Così tale dominio agnostico, generando politiche per governare il mondo, ignare della natura umana, guidano a un risultato sempre più deleterio. Non c’è niente da fare, la storia della società umana si svolge nel gran palco sul quale si manifesta il soprannaturale, sia quando la doci­lità dei popoli alla fede consente a tale princìpio di prevalere sulle tendenze perverse, sia quando esso è calpestato dall’uso abusivo di quella libertà che causa il declino delle nazioni e il suicidio degli imperi.

È la Profezia di Fatima un intervento politico?

Essendo il Cristianesimo la verità completa, le società non possono prescindere dalla visione dei fatti storici secondo il senso dell’ordine soprannaturale cristiano. Altrimenti affosseranno nelle sabbie mobili di un destino indecifrabile sotto ogni sistema politico.

Ora, il Cristianesimo è la Religione dell’intervento divino nel mondo; dell’intervento evangelico di Cristo. Intervento a volte velato, per rispetto all’umana libertà, creata all’immagine divina, ma inequivocabile, poiché ordinato alla redenzione di anime, create alla somiglianza del Padre.

Una volta riconosciuto che la visione dell’intervento divino in terra è la stessa fede cristiana, vi rientra la visione dell’Evento di Fatima il cui senso cattolico non prescinde dei termini di ragione.

A Dio è dovuto “un culto razionale”, insegna l’Apostolo (Rm 12, 1) e ribadisce il Concilio Vaticano I (Cost. Dei Filius). Esiste un rapporto tra questo culto e la politica? Altroché se esiste!

Già san Pio X aveva parlato chiaro: «Instaurare omnia in Christo».

Ma per restaurare tutto in Cristo la Chiesa prevede operazioni politiche. San Pio X, con la sua consueta fermezza, nel primo Concistoro da lui tenuto il 9 novembre 1903, un mese dopo la sua prima memorabile Enciclica, rispose in modo affermativo e con termini di valore dottrinale.

“Che cosa è la Politica se non l’applicazione della legge morale alla vita civile e sociale dei popoli e delle Nazioni? Perciò, il Papa che è il Maestro supremo della legge morale nel mondo, farà anche della Politica. E’ un suo diritto ed e un suo dovere.” Il Papa avrebbe fatto della Politica, non alla maniera degli uomini di partito, ma avendo per fine il bene di tutta l’umanità; avrebbe quindi fatto la Politica di Cristo.

Sarebbe un’idea astratta dire che la politica nel suo più alto senso, del bene della polis universale, è nel Messaggio di Fatima?

Sarebbe astratto se esso non fosse attinente nel modo più diretto ai fatti di quella tragica ora per l’umanità. Infatti, per aiutarla la Madonna, alla vigilia della rivoluzione bolscevica, ha affidato ai tre pastorelli di Fatima il messaggio che avvertiva degli errori sparsi dalla Russia e dei pericoli immani per gli uomini, se essi non fossero tornati alla retta via. Dopo la rovinosa I Guerra mondiale, sarebbe venuta “un’altra guerra peggiore”. Se nemmeno dopo di questa il mondo rivedesse le sue vie, ci sarebbe un terzo flagello, più devastante delle guerre, talmente subdolo da essere incomprensibile per lungo tempo. Secondo la visione cattolica, che è quella di Gesù attraverso la Madonna di Fatima (13 maggio 1917), cosa può essere più letale per l’umanità che la soppressione del Pastore della Chiesa e la conseguente apostasia universale? È la questione essenziale del Segreto che, come già noto, riguardava una persecuzione politica inaudita in seguito al “grande segno che Dio vi dà che sta per castigare il mondo per i suoi crimini, per mezzo della guerra, della fame e delle persecuzioni alla Chiesa e al Santo Padre. Il mondo andrebbe, dunque, verso un disastro politico peggiore delle grandi guerre, demolendo quanto rappresenta Dio in terra.

Ciò si può capire solo considerando che quando il mondo colpisce, in nome della libertà, l’autorità della Parola divina, taglia da sé l’ossigeno della vita spirituale e fa svanire l’amore al bene e alla verità che regge ogni società umana. In altre parole, senza la voce del Vicario di Cristo e della Chiesa per richiamare i popoli alla retta via, il mondo è irretito da errori e da delitti; perde la capacità morale che fa tutelare il bene e bandire il male; tolta di mezzo la “Politica di Cristo”, freno al male, esso infesta senza ostacoli ogni civiltà.

La visione del Terzo Segreto, ossia dello sterminio del Papa e dei suoi testimoni cattolici, non avrebbe dovuto palesare la rimozione dell’ostacolo “politico”, il “katéchon” del testo di San Paolo (2Ts)?

La “decapitazione” papale fu predetta in una comunicazione del Signore a suor Lucia nell’agosto 1931: “Fa sapere ai miei ministri che siccome essi hanno seguito l’esempio del Re di Francia nel ritardare l’esecuzio­ne della mia domanda, lo seguiranno nel­la disgrazia (Documenti su Fatima di P. Alonso); l’acefalia che significa lasciare l’umanità in preda alla politica deteriore di un occulto signore, il cui infido impero, edonista ma assassino, ecumenista ma ateo, va riconosciuto come il flagello più rovinoso di tutte le guerre e rivoluzioni mondiali messe insieme: l’impero del nuovo ordine mondiale, ordito per sostituire l’Ordine di Cristo.

Eppure, l’abbattimento del vero ostacolo, istituito per impedire la scalata di tale subdolo e devastante potere dell’Anticristo, non destò né desta una reazione proporzionata alla calamità terminale che rappresenta. Perché? Non sarà che il mistero del Terzo Segreto si rende chiaro solo alla luce della grande apostasia dall’autorità di Dio nella persona del Suo Vicario? Apostasia così vasta che coinvolge, non solo i chierici aderenti ai progressi della democrazia universale, ma tutta l’intellighezia della cosidetta “cultura cristiana”, resa cieca alla “profezia politica di Fatima”.

Le difese della Cristianità abbattute nella Roma modernista

I papi conciliari hanno svelato la loro resa modernista con la dottrina de Vaticano 2. Che dire, però di Giovanni 23, il quale, anche se lo ha convocato per ordinazione di forze nemiche della Chiesa, non ha lasciato traccia chiare e concrete di questo piano. Il segno che lasciò fu l’avversione alla Profezia di Maria SS. a Fatima.

Quanto alla Dottrina, sono i suoi successori a lodare il piano altrui con cui lui aprì la Chiesa al nuovo ordine del mondo.

Roncalli già a Venezia anticipa il compromesso conciliare: “Cerco in ogni cosa di sviluppare più ciò che unisce, che ciò che divide”. Un’idea giusta in molti campi, escluso in quello religioso, dove riflette solo l’abbandono dell’essenziale; di Gesù stesso, che divide, a favore della «bontà» del mondo dei diritti umani, che scredita l’opera passata della Chiesa e che irride dall’esagerato onore a Maria.

Infatti, Roncalli si rifiutò di firmare la petizione per l’istituzione della nuova festa della regalità di Maria, che precede di sei mesi l’enciclica di Pio XII Ad Coeli Reginam, per la festa e la consacrazione del 31 maggio. La fede ecumenista del povero chierico «in carriera», seguiva ogni direzione, meno quella mariana.

L’avversione al Messaggio di Fatima

Già come patriarca di Venezia Roncalli aveva dimostrato l’idea di allineare quel messaggio mariano ad una nuova pentecoste conciliare, svelando la sua avversione al Segreto della Madonna. Inviato a Fatima, il 13.5.56, davanti a mezzo milione di fedeli, pronunciò in quell’evento un’omelia in portoghese, “precorritore di una nuova Pentecoste del cui celeste effluvio cominciamo ora a misurare tutta la portata e le misteriose ricchezze”. Descrisse allora le apparizioni, ma liquidando con poche parole quella del Segreto e dell’Inferno: “Per il 13 luglio qualche incertezza. Ma Giacinta dice chiaramente risolvendo ogni dubbio: «No, il demonio non può essere; il demonio è tanto brutto e sta sottoterra». (Scritti e Discorsi del Patriarca di Venezia, Paoline, 1959, V.2, pp. 423, 425).

La ragione per cui un chierico «genialmente» scaltro, come Roncalli, decise di avversare il Segreto di Fatima, rischiando una grossa impopolarità, era il suo timore verso le profezie di sventura, che contrastavano coi piani di conciliazione col mondo moderno per un nuovo ordine mondiale religioso, a lui affidato in vista del suo operato ecumenista in Oriente. Dom Lambert Beauduin, ecumenista in capo, disse nel 1958: “Se eleggessero Roncalli papa tutto sarà salvo; egli potrà convocare un concilio e consacrare l’ecumenismo… abbiamo la nostra chance; i Cardinali, nella maggior parte, non sanno cosa devono fare. Sono capaci di votare per lui” (Sodalitium, n. 28, p. 20). Infatti, Roncalli divenuto Giovanni 23 dirà: “Il metodo di Dom Lambert è quello buono”, nominando pubblicamente la rivista Irenikon di Beauduin e passando alla promozione ecumenista, che implica la parità tra le chiese. In seguito non solo censurerà il Segreto, ma l’intervista della Veggente Lucia a Padre Fuentes prima della morte di Pio XII, sull’imminente scatenamento diabolico.

Nessuno si sarebbe accorto della devastante infiltrazione massonica nella Chiesa attraverso il giocondo Roncalli? Purtroppo non risultano denunce pubbliche a proposito, ma la questione era conosciuta. Lo testimonia una lettera dell’influente cardinale Tisserant a un prete professore di Diritto canonico, dove dichiara illegittima l’elezione di Roncalli, che, secondo dice, è stata voluta e preparata da forze estranee allo Spirito-Santo (cf. ‘Vita’, 18.9.77, Nichitaroncalli, p. 57)”.

Le conseguenze dell’elezione di Roncalli non furono ancora vagliate nella loro portata demolitrice della Fede; come segno della peste che infesta la Cristianità e la uccide per opera dei suoi successori.

Oggi il nuovo Vaticano è giunto addirittura a beatificare l’«untore», invertendo il criterio evangelico del “li conoscerete dai frutti”; perché non c’è dubbio che la Chiesa del Vaticano 2 da allora è segnata, come loro stesso dicono, dal marchio della demolizione e di un’infiltrazione crescente di fumo satanico. La repressione rimase riservata al mondo cattolico tradizionale e al Segreto di Fatima, nella cui visione i testimoni cattolici, appaiono “eliminati”.

Tutto perché il senso cristiano della storia e perciò della profezia di Fatima per i nostri tempi, insomma della fede della Chiesa, che sono in senso irriducibilmente opposto alla visione modernista del nuovo ordine mondiale, è stato raggirato.

Sorgeva così una nuova chiesa tesa alla riconciliazione col mondo che, a scapito della fede, condiziona tutto al segno di Mammona. In tal modo è giustificata la completa separazione del mondo spirituale da quello civile; un nuovo mondo che si vuole senz’anima; un’amputazione nel cuore della Cristianità operata dallo spirito che prima aveva sovvertito i modernisti del marchio di Roncalli, divenuto Giovanni 23, e oggi impera nella Roma conciliare.

Passati vari decenni da questo fatto, molti sono i cattolici perplessi di fronte alla mutilazione della storia del Cristianesimo, ma sono ancora pochi a capire la parte decisiva del Vaticano 2 nella rovina.

La rivoluzione conciliare, oscura metamorfosi religiosa, si svela, come già visto, nelle parole della stessa gerarchia conciliare i cui membri, al contrario di quanto hanno insegnato i Papi, non solo riconoscono l’ideale generoso delle rivoluzioni e la pro­fonda religiosità di Lutero, ma ritengono i frutti di tali ribellioni – persecuzioni, scristianizzazione del mondo, genocidi, immoralità sociale – errori accidentali e non intrinseci al processo rivoluzionario; dicono che la solidarietà rivoluzionaria fa avanzare il mondo verso il nuovo ordine di giustizia e pace smarrito dall’intransigenza cattolica!

I piani del Canonico Roca vedono il loro compimento! “Tutto ciò si completa nell’importante libro del massone Yves Marsaudon: L’Oecuménisme vu par un Franc-Maçon de Tradition, che egli ha dedicato, in termini ditirambici, a Giovanni XXIII, “che dovrà servire a costruire un ponte tra Chiesa e Massoneria” [perché:] “La distruzione della Chiesa non è più l’obiettivo verso il quale si tende; ma si cerca di servirsene, penetrandovi “. “Con Giovanni XXIII si è fatto il primo passo. Con tutto il cuore ci auguriamo che la rivoluzione di Giovanni XXIII abbia a continuare… ‘ (Arcivesc. Rudolf Graber, Athanasius, p. 46)”.

Il nome della Russia nel Messaggio di Fatima

Oggi si può capire che non sarà mai valutata abbastanza la presenza del nome Russia nella Profezia della Madonna di Fatima.

All’inizio quel nome, sconosciuto ai pastorelli, fu motivo di sorpresa: cosa significava Russia, forse una donna cattiva di capelli rossi. Forse l’asina russa dello zio Joaquim. In tal modo rimaneva evidente che i bambini non si erano inventati quel nome, attestando così l’autenticità delle parole rivelate. Quanto agli errori sparsi dalla Russia, ci può essere dubbio che si trattava della rivoluzione comunista scoppiata giorni dopo l’ultima apparizione del 13 ottobre 1917? Ma perché la Profezia si occupava della Russia e non degli Stati Uniti d’America, intervenuti allora per “spareggiare” in Europa la Grande Guerra del 14-18, che pareva un massacro senza fine? E perché nella previsione della “Guerra peggiore”, del 39-45, non vi era menzionata la Germania, il cui potere distruttivo aveva superato di molto quello dell’Unione Sovietica? Tali poteri si sono pure combattuti, ma resta che il loro nemico comune era uno solo: la Cristianità.

Oggi, a profezia sospesa nelle sue promesse, quale altro nome rimane legato al futuro del Cristianità se non quello della Russia, che si convertirà? Quando, in un’Europa miseramente ecumenista, a immagine e somiglianza degli USA, la Cristianità già duramente colpita dalle grandi guerre è in agonia, qual è la nazione che si risveglia, dopo aver tanto sofferto la tirannide di un impero ateo, alzando le antiche icone? Quale il popolo che avendo… “conservato nascoste le proprie icone mariane in attesa di tempi migliori… ”, come previsto da Papa Pio XII consacrando la Russia al Cuore Immacolato di Maria il 31 ottobre del 1942, ora le porta in processione come testimonianza di una Cristianità insopprimibile?

Russia – un futuro impero cristiano?

È bene ricordare che nel campo della politica, poiché la pace è la tranquillità nell’ordine (Sant’Agostino), il piano ideale di pace dev’essere ordinato al diritto naturale e divino e questo, a sua volta, dev’essere sostenuto da un potere terreno. Sant’Agostino a tale riguardo riconosceva l’importanza della preservazione dell’Ordine Romano. Oggi, nei tempi della grande apostasia, a quale impero un cristiano dovrebbe rivolgere do sguardo? A quello del nuovo ordine ecumenista americano; potere senza frontiere reali, giustificato dall’utopismo massone delle nazioni unite?

Sarà sorprendente per i laici, ma non per i cattolici che conoscono il Messaggio di Fatima, sapere che esso racchiude un piano divino per i nostri tempi dove figura il nome della nazione legata alla pace mondiale: la Russia convertita alla Chiesa. Tale piano, che porta i segni della saggezza divina, non dovrebbe guidare i piani dei cattolici per il bene del mondo? Il vero ecumenismo non riguarda forse, più che altro, il dialogo Roma-Mosca? Non è quanto avevano in mente i papi dei secoli passati?

La conversione della Russia. Ecco la “politica” fatta dimenticare dalla deprecabile operazione conciliare, a favore di un nuovo ordine ecumenistico mondiale. Oggi, anche senza considerare la sua eccelsa origine essa s’impone per il suo realismo storico. È ora, quindi, che anche i cattolici che non hanno compreso l’importanza per il mondo della “politica”, trasmessa dai pastorelli di Fatima, rivedano la storia recente, per capirla. È l’offerta per il bene dell’umanità, che ha per parola chiave “conversione”, invito che alla fine prevarrà sull’indifferentismo di questa rovinosa insidia ecumenista, trasmessa da pastori conciliari illuminati da bagliori infernali.

Tanto male non è divenuto possibile solo a causa di questi preti deviati, ma perché il «mondo cattolico» li ha riconosciuti come papi (vedi «Segredo di Fátima o perfídia a Roma?).

E ora, affinché la Russia si converta, prima si dovrà convertire la stessa Roma, cacciando i pestiferi liquami conciliari; tornando a essere la Roma profondamente mariana voluta da Dio.

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26 ottobre 2012

Dal sito di Andrea Carancini

Da Andrea Giacobazzi ricevo e pubblico: Ebrei e Rivoluzione

Se si volesse guardare all’origine famigliare, si dovrebbe riscontrare che la Rivoluzione russa fu un avvenimento considerevolmente ebraico. In questa panoramica storica non indagheremo le ragioni di questa ampia partecipazione, le lasceremo ai sociologi ed eventualmente ai criptopolemologi. In ogni caso, l’instaurazione del socialismo vide tra i suoi principali protagonisti talmente tanti soggetti dall’inequivocabile ascendenza israelitica da far scrivere a Winston Churchill:
Non c’è bisogno di esagerare il ruolo giocato da questi Ebrei internazionali e per lo più atei, nella creazione del Bolscevismo e nell’attuale realizzazione della Rivoluzione Russa. E’ stato certamente un importantissimo ruolo che ha inciso più di qualsiasi altro. […]

Così Tchitcherin, un russo puro, viene eclissato dal suo simbolico subalterno Litvinoff, e l’influenza di russi come Bukharin o Lunacharsky non può essere paragonata al potere di Trotsky o di Zinovieff […][1].
Lo stesso Lenin poteva contare nella sua genealogia famigliare “un quarto” ebraico essendo suo nonno materno Israel (Alexander) Blank, poi battezzato. Lo storico israeliano L. Rapoport, scrisse che “subito dopo la Rivoluzione [Bolscevica], molti ebrei erano euforici della loro presenza nel nuovo governo in un così alto numero. Il primo Politburo di Lenin era dominato da uomini di origine ebraica”[2]. Un altro storico ebreo – L. Schapiro – sostenne che chiunque fosse caduto nelle mani della Cheka aveva “ottime possibilità di trovarsi davanti ad un inquirente ebreo e con ogni eventualità essere fatto fucilare da quest’ultimo”[3]. È generalmente riconosciuto che “molti ebrei parteciparono attivamente alle purghe staliniane e occuparono posti-chiave nel famigerato sistema dei Gulag”[4], anche se a questo proposito bisogna sfatare il mito che vuole il brutale sistema repressivo sovietico come una creazione di Stalin; Lenin e il suo governo lo avevano ideato e sviluppato sensibilmente: ne faranno le spese anche diversi ebrei.

Nel 1919, anche l’effimera e sanguinosa esperienza della Repubblica Sovietica Ungherese vide una “presenza ebraica” del tutto sproporzionata. Al Memento Park di Budapest è ancora possibile vedere il Béla Kun, Jenő Landler and Tibor Szamuely Memorial raffigurante tre esponenti di spicco della Repubblica: tutti e tre di origine israelitica. Béla Kun, aveva magiarizzato il suo nome che in origine era Khon, il padre era ebreo. Lo stesso Georg Lukács, famigerato Ministro (commissario) – e censore – della Cultura nel breve esperimento rosso ungherese, proveniva da una famiglia ebraica.

Casi non troppo dissimili si potevano riscontrare in altri Paesi che in seguito formarono il Patto di Varsavia. Già nel 1936, il cardinale polacco A. Hlond parlava di lotta degli ebrei contro la Chiesa Cattolica, sottolineando come dalle fila israelitiche provenissero quei soggetti che costituivano “l’avanguardia dell’ateismo, del movimento bolscevico e delle attività rivoluzionarie”[5]. Quando dopo la guerra il socialismo fu impiantato in Polonia, lo stesso cardinale – come si scrisse sul Catholic Herald – denunciò: “Gli ebrei occupano i posti chiave nel governo polacco”[6]. J. Gunther, autore di Oltre la cortina, riconobbe che “gli uomini che dominavano la Polonia erano ebrei, il segretario generale del partito comunista cecoslovacco era ebreo, Ana Pauker [Hannah Rabinsohn, alto dirigente del partito comunista e ministro degli esteri] in Romania era ebrea”[7], in generale – come riferisce L. Canfora – si può dire che i vertici delle “democrazie popolari”, specie in Cecoslovacchia, fossero “in larga parte rappresentati da comunisti di origine ebraica”[8]. Appare quindi corretta[9] la definizione riportata in Questione ebraica e socialismo reale: “L’influenza ebraica nel partito comunista e nel governo [cecoslovacco] era considerevole”[10].

Sul bollettino dei rifugiati ebrei in Gran Bretagna, Richard Yaffe non nascondeva che – citiamo testualmente – il governo di Praga “con l’aiuto di agenzie ebraiche americane, si mise a ricostruire sinagoghe ovunque gli ebrei le volessero”. Poco dopo affermava addirittura: “In one case, in the Sudetenland [Sudeti], where the Germans have been expelled and which is being populated from other parts of the country, the Jews there asked for synagogues, got them, and promptly departed for Israel”. Parlando chiaramente di “supporto del governo”, diceva: tutte le spese delle sinagoghe, gli stipendi del rabbinato e di altri funzionari sono a carico del regime: ricevono lo stesso stipendio del Primate Cattolico. Le case di riposo per ebrei anziani sono in alberghi requisiti. Il Dr. Unger [neurologo, dirigente della comunità ebraica] ha detto: – “Abbiamo un grande beneficio, perché abbiamo ricevuto il corretto riconoscimento dal Governo. Non c’è bisogno di mendicare denaro al nuovo, essi vengono da me e continuano a chiedere se ne voglio di più[11]. I toni ottimistici qui riportati descrivevano un ruolo centrale nel governo di Praga, ruolo che, come vedremo a breve, andrà verso un sostanziale ridimensionamento di lì a qualche anno.

Quelli che abbiamo riportato in relazione a Cecoslovacchia, Polonia, Ungheria, URSS sono solo esempi minimali di un quadro ben più ampio. Trattandosi di una panoramica non entreremo eccessivamente nei dettagli ma molto ancora si potrebbe scrivere sui dati statistici riguardanti la “presenza ebraica” nei vari organi degli Stati presi in esame e sulla parte non secondaria avuta da molti soggetti con ascendenza israelitica nelle varie fasi del cosiddetto “Terrore Rosso”.

Si può in generale affermare che il peso degli ebrei fu ampio ma che – con modalità diverse da Paese a Paese e in determinati casi attraverso interventi esterni – gli esponenti delle etnie maggioritarie arrivarono ad una successiva presa di coscienza, talvolta violenta, con la quale si identificò la consistente presenza israelitica nei gangli dello Stato come un fattore non positivo per gli interessi generali o come un vero e proprio elemento di penetrazione straniera. In ambito sovietico, il ridimensionamento numerico della componente ebraica procedette concretamente con il consolidamento al potere di Stalin. Non solo nell’URSS ma anche nelle repubbliche socialiste instaurate dopo il secondo conflitto mondiale, si arrivò dopo alcuni anni ad un redde rationem, contornato di imprigionamenti ed esecuzioni.

 Stalin e il sionismo

L’era di Stalin coincise per decenni con l’affermazione in Europa di governi nazional-corporativi: dal fascismo italiano, al salazarismo portoghese, dal franchismo spagnolo al nazionalsocialismo tedesco, modelli diversi ma che nel loro complesso non potevano non influenzare, almeno indirettamente, l’uomo forte di Mosca. Non v’è dubbio che in questi anni il carattere più schiettamente ideologico della politica sovietica abbia lasciato il passo a toni patriottici e a grandi gesti di pragmatismo politico (si pensi al Patto Molotov-Ribbentrop).

Appoggiandosi al principio dell’autonomia nazionale, Stalin tentò di creare una provincia ebraica (Oblast’ autonoma ebraica) in cui concentrare gli israeliti. L’area consisteva in uno sperduto territorio dell’estrema Siberia orientale, confinante con la Cina, caratterizzato da condizioni climatiche non facili e privo di accesso al mare. I risultati di questo progetto furono fallimentari: secondo un censimento del 1989 i giudei non supervano il 4,2% della popolazione a fronte di un 7,4% di ucraini e di un 83,2% di russi, per un totale di circa 200.000 abitanti[12]. La Gerusalemme sovietica – che si contrapponeva al sionismo “nazionalismo borghese” – non poteva prendere piede.

Nei primi decenni del ’900 il sionismo era tutt’altro che maggioritario in seno alle comunità israelitiche e l’idea che alcuni ebrei volessero costituire una loro Patria attorno al Monte Sion era considerata dall’URSS come reazionaria, sciovinista, sostanzialmente antisocialista. Giusto per inquadrare il clima politico si tenga presente che quando nel 1941 il dirigente sionista E. Epstein si intrattenne con l’ambasciatore di Mosca in Turchia S. Vinogradov, il diplomatico gli chiese: “Ma davvero in Palestina gli ebrei lavorano?”[13].

L’Unione sovietica, in ogni caso, era guidata da un grande pragmatico che non mancò di dare un contributo indispensabile alla nascita dello Stato di Israele.

Abba Eban, diplomatico e ministro degli esteri israeliano, ricordando il suo lavoro nel comitato speciale delle Nazioni Unite per la Palestina, scrisse nella sua autobiografia: “L’Urss era la sola potenza mondiale che sosteneva la nostra causa”[14]. Effettivamente nel periodo immediatamente precedente l’indipendenza, inglesi e statunitensi erano tiepidi se non contrari alla nascita di uno Stato ebraico sicuramente inviso a quei Paesi arabi ricchi di petrolio con cui le potenze occidentali volevano mantenere buone relazioni politiche ed economiche. Inoltre, dato non secondario, Israele sarebbe probabilmente stata una repubblica di “sinistra” in mezzo a Stati non ostili agli anglo-americani. Il Dipartimento di Stato si manteneva abbastanza freddo verso i sionisti e raccomandò al presidente Truman che si evitasse di favorire la nascita di un loro Stato perché “nell’arco di tre anni questo si sarebbe trasformato in una marionetta comunista”[15].

In effetti è possibile che Stalin pensasse che uno Stato israeliano, popolato in buona parte da ebrei provenienti da Paesi slavi, con un governo quasi certamente filosocialista, sarebbe potuto essere un’utile pedina nello scacchiere del Vicino Oriente e una spina nel fianco per le Potenze che di lì a poco avrebbero costituito il Patto Atlantico. L’appoggio dato ai sionisti in questa fase non fu comunque dettato da simpatie ebraiche, anzi si può dire che questo fatto fu accompagnato e seguito da un inasprimento dell’atteggiamento sovietico verso le comunità israelitiche sotto la giurisdizione di Mosca: la battaglia per la creazione di Israele era affiancata dall’espulsione degli ebrei dall’apparato[16] e ad una forte diffidenza verso gli israeliti sovietici che approvavono il sionismo.

Senza voler confondere situazioni differenti, si può notare un certo parallelismo con il fascismo italiano: lo stesso Mussolini in alcune fasi della sua esperienza di governo appoggiò il sionismo identificandolo, almeno pubblicamente, come movimento votato alla creazione di una Patria israelitica per gli ebrei che non erano stati integrati in alcuni Stati europei ma, allo stesso tempo, vedeva con sospetto le ragioni del sionismo italiano, non esistendo in Italia alcuna necessità per gli ebrei residenti di abbandonare la terra in cui erano nati, la Penisola doveva essere la “loro Sionne”, almeno fino al 1938. Hitler, a differenza di quanto appena scritto, favorì l’emigrazione ebraica dalla Germania – anche verso la Palestina –  proprio perché credeva che gli ebrei non dovessero essere integrati, fu così che decine di migliaia di giudei tedeschi si trasferirono nelle colonie sioniste. In sostanza si può dire che se il nazionalsocialismo guardò al sionismo come ad un’opportunità per risolvere la questione ebraica nel Reich, sia Stalin che Mussolini credettero, in momenti distinti e con scenari diversi, nella possibilità di utilizzare il movimento sionista come strumento per estendere la propria influenza e per trarre alcuni benefici politici. Resteranno entrambi delusi.

A parziale conferma di quanto detto, L. Mlečin nel suo Perché Stalin creò Israele sostiene:

Stalin si accingeva a donare uno stato agli ebrei palestinesi, ma vietava a quelli sovietici di solidarizzare con i sionisti, cosa che invece consentiva ai suoi diplomatici. In Unione sovietica persino il sostegno morale al sionismo era considerato un crimine[17]  

Nel 1947 la posizione sovietica fu decisiva, arrivati al voto sulla risoluzione per spartizione della Palestina (indispensabile per la nascita di Israele) si ebbero trentatrè voti a favore, tredici contro e dieci astensioni. Insieme all’URSS votarono Bielorussia, Cecoslovacchia, Polonia e Ucraina. Se si fossero astenuti o se avessero votato contro la risoluzione non sarebbe passata.

Tanto più esplicitamente l’Unione Sovietica si avvicinava alle istanze sioniste tanto più gli statunitensi temevano l’idea di creare uno Stato israeliano. Truman tuttavia, siccome Stalin aveva deciso di dare uno Stato agli ebrei, probabilmente pensò che opporsi sarebbe stato inutile se non dannoso per gli USA. Gli avversari più intransigenti erano il segretario di Stato G. Marshall (che diede il nome al celeberrimo piano) e il ministro della difesa J. Forrestal. Lo stesso Marshall pochi giorni prima della proclamazione dell’indipendenza, guardò il presidente negli occhi e gli disse che se avesse riconosciuto lo Stato ebraico avrebbe votato contro di lui alle elezioni di novembre[18]. Gore Vidal, aggiunge a questa vicenda alcuni suoi ricordi:

quel grande pettegolo e storico dilettante che era John F. Kennedy mi disse che nel 1948 Harry Truman, proprio quando si presentò candidato alle elezioni presidenziali, era stato praticamente abbandonato da tutti. Fu allora che un sionista americano andò a trovarlo sul treno elettorale e gli consegnò una valigetta con due milioni di dollari in contanti. Ecco perché gli Stati Uniti riconobbero immediatamente lo Stato d’Israele. A differenza di suo padre, il vecchio Joe, e di mio nonno, il senatore Gore, né io né Jack eravamo antisemiti e così commentammo quell’episodio come una delle tante storielle divertenti che circolavano sul conto di Truman e sulla corruzione tranquilla e alla luce del sole della politica americana[19]

Mentre la Gran Bretagna (che in quanto Potenza mandataria era stata duramente colpita dal terrorismo sionista in Palestina) riforniva di armi gli arabi, le operazioni sovietiche di supporto ai sionisti videro un ruolo centrale della Cecoslovacchia. Un ponte aereo fece giungere in Palestina il materiale bellico al punto che il governo statunitense protestò ufficialmente con quello cecoslovacco e informò le Nazioni Unite delle forniture clandestine di armi[20]. Golda Meir[21] avrebbe commentato anni dopo: “Non sappiamo se avremmo potuto resistere senza le loro armi[22]. Dello stesso parere era Yitzhak Rabin[23].

 Una volta fondato, lo Stato andò incontro al riconoscimento delle due principali Potenze mondiali, nei mesi successivi il ministro degli esteri israeliano Shertok parlava di sostegno fermo del blocco orientale ad Israele, di ottima intesa con l’URSS sulla maggior parte delle questioni aggiungendo: “al Consiglio di Sicurezza si comportano non solo come nostri alleati ma addirittura come nostri emissari”[24]. Qualche tempo dopo[25] Yaakon Arié Hazan, dirigente del partito della sinistra israeliana Mapam, sostenne: “il sionismo ha potuto raggiungere il suo scopo solo grazie alla Rivoluzione russa”[26].

In sintesi il ruolo sovietico fu essenziale in ordine alla nascita di Israele, in particolare in tre fasi: l’approvazione della proposta di spartizione del 1947[27], il riconoscimento dopo la fondazione del nuovo Stato e l’aiuto militare determinate dato durante la prima guerra arabo-israeliana.

Non passò molto tempo e questo clima svanì, del resto i sionisti erano ben lontani dal volersi consacrare al comunismo sovietico. Già prima della proclamazione d’indipendenza israeliana, il presidente Truman aveva deciso di incontrare segretamente Weizmann per avere rassicurazioni circa il fatto che l’URSS non fosse sul punto di utilizzare la presenza ebraica per penetrare la regione. Il dirigente sionista gli rispose:

ciò non accadrà, se i Soviet avessero voluto servirsi dell’emigrazione ebraica per la diffusione delle loro idee, avrebbero potuto farlo già da un pezzo. Ma da noi vengono colore che fuggono il comunismo. I buoni coltivatori e gli operi qualificati aspirano ad un livello di vita che è impossibile in un regime comunista. Il comunismo si può diffondere solo negli strati impoveriti e incolti della società[28] 

Una volta riconosciuto Israele, i sovietici iniziarono a vedere di cattivo occhio gli scambi tra la rappresentanza diplomatica israeliana e la comunità ebraica moscovita, il ministro degli esteri Sharett nel dicembre 1949 dichiarò che Israele si atteneva al non allineamento e che non si darebbe schierato con alcuna delle parti coinvolte nello scontro bipolare (in realtà lo Stato ebraico era sempre più spesso a fianco del cosiddetto “Occidente”), inoltre, come già detto, nell’URSS si procedeva a ritmo intenso con l’allontanamento di molti ebrei dai ranghi dello Stato, il clima di diffidenza verso gli israeliti era in crescita.

Nel luglio 1949 sul bollettino informativo dell’AJC (Association of Jewish Refugees in Great Britain) apparve un attacco allo stalinismo che, pur con alcune evidenti forzature, rifletteva sul mutamento dell’atteggiamento sovietico rispetto agli ebrei. Si scriveva del ruolo prominente dei comunisti di origine ebraica nel primo Politburo e del fatto che dopo il 1917 l’ “antisemitismo” fosse punito “under criminal law” ma quando “il comunismo si sviluppò nello stalinismo l’idea della solidarietà del proletariato si sostituì il panslavismo, all’internazionalismo si sostituì lo sciovinismo e così le virtù di molti ebrei diventarono vizi”[29]. Più avanti si prendeva di mira la cattiva accoglienza riservata dalle popolazioni residenti agli ebrei in fuga dalle truppe nazionalsocialiste ai tempi della Seconda Guerra Mondiale e si concludeva parlando della xenofobia e sostenendo che l’URSS subiva “un attacco acuto di questa patologia mentale”[30]. L’ultima frase del pezzo firmato da Herbert Freeden era chiara: “Questo può passare solo con un nuovo orientamento russo verso il mondo”[31].

Gli accenti non devono stupire: a ottobre Sharett disse al rappresentante diplomatico israeliano M. Namir  che sarebbe stato opportuno “lanciare una campagna sulla stampa ebraica internazionale, soprattutto statunitense, e anche sulla stampa non ebraica”[32] in relazione alla questione degli ebrei sovietici. Il governo di Mosca, parecchio infastidito dalla situazione, percepiva la presenza di una “quinta colonna” ebraica e gli israeliani non sapevano esattamente che fare: un attacco mediatico diretto contro l’URSS avrebbe portato alla rottura delle relazioni. A dicembre S. Carapkin, il numero due dalla rappresentanza di Mosca all’ONU, disse al delegato israeliano G. Rafael: “I vostri interventi all’Assemblea generale dimostrano chiaramente che state passando dalla parte degli Stati Uniti”[33]. Nel 1952 la presenza ebraica negli organi dirigenti dello Stato sovietico era stata ridotta all’osso, il primo dicembre di quell’anno Stalin affermò:

Ogni ebreo è un nazionalista, un potenziale agente dei servizi americani. I nazionalisti ebrei si ritengono in debito con gli USA, che avrebbero salvato il loro popolo. E fra i medici si annidano molti ebrei nazionalisti[34]

Era in ebollizione il caso giudiziario-politico passato alle cronache come “Complotto dei Dottori”. Diversi medici, in larga parte ebrei, furono accusati di aver assassinato alcuni esponenti di spicco dell’URSS, il 13 gennaio 1953 la Pravda pubblicò un articolo dal titolo Sotto la maschera dei professori-dottori: Spie ed assassini infami. La campagna si smorzò con la morte di Stalin (5 marzo) e venne in seguito sconfessata dalle stesse autorità sovietiche.

Nel febbraio ’53 Lucjan Blit, sempre da AJR Information, puntava il dito verso Mosca e si domandava: “La Russia comunista sta per scatenare le forze del razzismo? L’antisemitismo nazista sarà seguito dall’antisemitismo comunista?”[35]. La situazione stava precipitando: il 9 febbraio una bomba devastò la rappresentanza diplomatica sovietica a Tel Aviv, l’atto fu condannato ufficialmente dalle autorità israeliane ma l’URSS decise di rompere le relazioni con lo Stato ebraico.

L’arrivo al potere di Chruščёv e il ripristino delle relazioni diplomatiche nel luglio di quello stesso anno segnarono un miglioramento dei rapporti ma i tempi dell’idillio non tornarono. Nel 1956, in occasione della Crisi di Suez, l’Unione Sovietica si trovò nuovamente contrapposta al governo israeliano.

 Anni ’50-’60-‘70. Battaglie culturali e politiche.

Certa stampa israelitica, non senza una visibile utilità di fazione nello scontro bipolare, sottolineava ancora nell’autunno 1960 come  le organizzazioni ebraiche americane avessero emesso un solenne

appello agli “uomini di buona volontà in tutto il mondo” per contribuire ad alleviare le sofferenze degli ebrei sovietici. I gruppi, in una dichiarazione in occasione dello Yom Kippur, espressero “Profondo dolore e montante preoccupazione” per la posizione “tragica” degli ebrei sovietici, e condannarono la campagna di incitamento in Russia contro il giudaismo[36]

Qualche mese prima il congresso del P.E.N. (poets, essaysts, novelists) a Rio de Janeiro aveva espresso una condanna formale riguardo alla “suppression of Yiddish and Hebrew culture and language in the Soviet Union”[37]*.

Nel febbraio 1963, su alcuni periodici ebraici non mancò chi sostenne che nell’URSS fossero stati attuati attacchi alla cultura ebraica, chiuse frequentemente delle sinagoghe ed identificato – durante alcuni processi – i luoghi di culto giudaici come punti d’incontro di “truffatori e speculatori”[38].

Sul bollettino informativo dell’AJR[39] dell’ottobre 1963 una delle due colonne relative alle notizie dall’estero era dedicata all’Unione Sovietica. In tre riquadri venivano sintetizzate le informazioni. Nel primo si parlava della condanna a morte di un rabbino per “crimini economici”. Contestualmente la nota esprimeva dubbi circa la qualifica di “rabbi” che la stampa sovietica aveva attribuito al soggetto da giustiziare.

Secondo riquadro: il cimitero ebraico di Mosca era stato chiuso a luglio dalle autorità “presumibilmente per mancanza di spazio”. I funerali ebraici “avrebbero dovuto essere celebrati in cimiteri non-ebraici”[40]. Numerosi appelli “di Rabbi Levin – Rabbino Capo di Mosca – e di altri esponenti di spicco della sinagoga moscovita per l’ottenimento di una enclave ebraica di fianco alla nuova area di sepoltura municipale, erano stati rigettati”. Si concludeva evidenziando “la diffusa paura tra gli ebrei di Mosca che questo fatto potesse creare un precedente”[41].

Nel terzo riquadro si passava la parola a Nahum Goldmann il quale sosteneva che la condizione degli ebrei in Russia non era come ai tempi di Stalin ma che la situazione, “sostanzialmente migliorata dopo la sua morte, è gradualmente e nuovamente deteriorata”.

Il Governo Sovietico, ci si lamentava nella nota, “usava tutti i mezzi possibili per raggiungere l’assimilazione della popolazione ebraica”. A tal fine “la pratica della religione ebraica e l’organizzazione dell’ebraismo sovietico come minoranza nazionale erano limitate o interamente vietate”.

Il testo si concludeva sottolineando che la risoluzione del World Jewish Congress “esprimeva la speranza che nell’Unione Sovietica fossero garantiti agli ebrei gli stessi diritti e le stesse agevolazioni che le Nazioni Unite garantivano a tutte le minoranze e che l’Unione Sovietica concedeva alle altre minoranze nazionali o religiose”[42].

Quello stesso anno ebbe luogo l’uscita del libro di Trofim K. Kichko Giudaismo senza abbellimenti, pubblicato con l’importante avallo dell’Accademia ucraina delle Scienze. Il testo venne in seguito ritirato dalla circolazione  per le dure contestazioni che aveva suscitato in tutto il mondo e per le accuse di antisemitismo che sempre più frequentemente erano lanciate in direzione dell’URSS, pochi anni dopo Kichko fu comunque premiato dal Presidente del Soviet supremo ucraino con un diploma d’onore (1967) e diede alle stampe un nuovo libro dal titolo Giudaismo e sionismo (1968). In Italia una dura protesta per la pubblicazione fu fatta dal giornale comunista Paese Sera diretto da Fausto Coen[43].

In Giudaismo senza abbellimenti la critica non si limitava affatto al sionismo ma si estendeva all’ebraismo in quanto tale, definito come religione “al servizio delle classi ricche, le quali se ne servivano per distogliere l’attenzione degli ebrei poveri dalla lotta per la giustizia sociale”[44]. Più avanti si sottolineava: “Tutto il culto ebraico è un commercio trasposto in termini religiosi. Sono traffici la vendita del pane azzimo, i riti dei funerali e della circoncisione, delle nozze e del divorzio. Dappertutto c’è al primo posto il denaro e il disprezzo per il lavoro produttivo”[45]. In più passaggi si faceva riferimento al giudaismo descrivendone le pretese d’elezione ed alcuni tratti xenofobi, collegando questi aspetti alla politica sionista, vista come manifestazione attuale e “statale” di elementi identitari già riscontrabili nel passato. Scriveva Kichko: “Le invenzioni della Torah sul “popolo prescelto da Dio” e sulla superiorità del popolo ebraico in confronto agli altri, da tempo nutrono e continuano a nutrire il nazionalismo e il sionismo”[46]. In sostanza, “la lotta coi relitti del giudaismo, nella fase attuale, non è una lotta astratta, puramente accademica, che abbia un interesse solo teorico, ma è dettata dalle necessità dell’edificazione della società comunista ed acquista grande valore patriottico”[47]. In questo clima non devono stupire gli inviti ateizzanti – lanciati nel 1964 sulla stampa lituana – nei quali veniva sottolineata “l’essenza  reazionaria del giudaismo”, contestualmente si ribadiva che la lotta doveva essere rivolta principalmente contro il Cattolicesimo, in quanto Fede maggioritaria, ma non andava dimenticato che gli scismatici* e “la Sinagoga ebraica” avevano una certa influenza su determinati settori della società[48]. Su una linea affine si inseriva una notizia diffusa da Canadian Jewish News in base alla quale era stato pubblicato (1966) dall’Istituto di filosofia della Accademia Sovietica delle Scienze un testo dal titolo La costruzione del comunismo e la rimozione dei residui religiosi in cui il sionismo veniva condannato in quanto nemico dei popoli e dei lavoratori ebrei[49].

Il 1967 fu l’anno della Guerra dei Sei Giorni attraverso la quale Israele riuscì ad occupare importanti territori arabi. Tutti i Paesi del blocco orientale, ad eccezione della Romania, recisero le loro relazioni con lo Stato ebraico. Di lì a pochi anni l’equazione sionismo-razzismo fu sancita dalle Nazioni Unite con la risoluzione n° 3379 (1975) dell’Assemblea Generale – “[…] il sionismo è una forma di razzismo e di discriminazione razziale[50] – il testo sarà revocato sedici anni dopo come precondizione posta da Israele per la partecipazione alla Conferenza di pace di Madrid[51]. Inutile dire che nel 1975 il voto di Bulgaria, Cecoslovacchia, Polonia, Ungheria ed URSS fu favorevole, il rappresentante rumeno era assente.

In particolare tra la fine degli anni ’60 e l’inizio degli anni ’70 sulla stampa sovietica prese forma una intensa critica rivolta tanto alla politica sionista quanto alla storia ebraica[52]. Veniva pubblicato a puntate da un periodico il nuovo libro di Kichko Giudaismo e sionismo. Vi si poteva leggere:

Sotto il coperchio del Talmud e della Torah, l’ideologia sionista dispiega la sua propaganda per la creazione di uno stato ebraico-aristocratico, destinato a dominare tutte le nazioni. Riferendosi alla Torah, Herzl e gli altri sionisti fecero, per i bisogni della loro propaganda, un vasto uso della religione ebraica e dei suoi istituti.. Il giudaismo riformato si è rivelato un eccellente fattore di coesione fra l’ideologia del giudaismo, il sionismo militante e le attività aggressive attuali del gruppo dirigente di Israele. L’essenza di questo giudaismo riformato, che ha trovato la sua espressione politica nell’ideologia del sionismo, riposa sulla sua rinascita, in terra di Sion, là dove si suppone che il popolo ebraico debba acquisire la sua sovranità nazionale, dell’immortale aspirazione del giudaismo e del popolo ebraico a sottomettere spiritualmente – quando i tempi saranno maturi – l’universo intero[53].

Poco più avanti, ancora sul rapporto Talmud-sionismo si scriveva del “concetto fanatico dell’elezione divina del popolo ebraico, la propaganda messianica e l’idea della dominazione su tutti i popoli della terra”[54]*.

Nell’agosto di quello stesso anno, pochi giorni prima dell’intervento sovietico in Cecoslovacchia, diversi organi d’informazione, compreso l’importante giornale del ministero della difesa, parlarono di sabotatori che minacciavano il socialismo. Il giudaismo divenne oggetto di condanna in quanto diffusore di “esclusivismo razziale” ed in quanto giustificava “crimini contro i gentili [non ebrei]“[55]. Già all’inizio degli anni ’50 nella Repubblica cecoslovacca ebbe luogo una prima resa dei conti che ridimensionò il peso degli ebrei nell’amministrazione del Paese: al processo Slansky furono messi sul banco degli imputati e condannati (diversi alla pena capitale) un numero considerevole di esponenti politici, principalmente di origine israelitica, con l’accusa di essere cospiratori al servizio degli Stati Uniti e “traditori trozkisto-titoisti, sionisti, borghesi nazionalisti”[56]. A distanza di quasi vent’anni la stampa israelitica (dicembre 1969) attaccava: “Diverse personalità ebraiche sono state espulse dal partito comunista cecoslovacco, dall’Assemblea nazionale, dai sindacati e dalle organizzazioni professionali nella ampia purga volta a rimuovere tutti i liberali che hanno sostenuto le riforme di Dubček (1968-69)”[57]. Prima dell’intervento sovietico del 1968 diversi condannati al processo Slansky furono riabilitati dalle autorità: l’arrivo delle truppe da Mosca rappresentò un nuovo colpo, causando “l’esodo dalla Cecoslovacchia di un numero considerevole di sionisti”[58].

Fatte le dovute proporzioni si può dire che in quel periodo pure nella Polonia di Gomułka e del ministro dell’interno Moczar (fervente nazional-comunista) il clima non fosse troppo diverso[59], l’AJR Information lamentava “purghe polacche”[60] e parlava di “esodo polacco”[61]. Anche in Romania, con l’arrivo al potere di Ceausescu alla fine del 1967, il ruolo delle “minoranze” fu sostanzialmente ridimensionato[62]*.

Nel 1969 un nuovo libro veniva diffuso in Unione Sovietica per un totale di 75.000 copie: Attenzione: Sionismo! L’autore era Y. Ivanov, del Comitato Centrale del Partito[63]. Nelle sue 173 pagine il sionismo era presentato come una gigante “impresa” internazionale dell’ebraismo mondiale. La Pravda scrisse che l’indubitabile importanza del volume stava nel far emergere “la vera immagine malvagia del sionismo”[64]. Un articolo dello stesso Ivanov era apparso a giugno su Molodoj Kommunist, organo del Comitato Centrale della Lega Comunista Sovietica dei Giovani. Si affermava: “il complesso religioso giudaico è caratterizzato dall’odio all’umanità, dalla predicazione del genocidio, dall’amore del potere e dall’elogio dei mezzi criminali per conquistarlo”[65]. Del resto nel 1971 il bollettino dell’Ambasciata sovietica a Roma parlava dello studio della Torah in Israele come mezzo “per alimentare l’odio verso i non ebrei o verso gli ebrei che non professano il giudaismo”[66] e sui sionisti sosteneva: “condividono l’impostazione di base dell’ideologia antisemita, giungendo però ad altre conclusioni. Al posto del teutone c’è l’ebreo, che rappresenta la razza pura e superiore”[67].

Se dalla fine degli anni ’70 iniziarono a fiorire ricerche e studi organici sui rapporti intercorsi tra sionisti da un lato e Germania nazionalsocialista dall’altro[68], si può dire che alcuni di questi articoli apparsi sulla stampa sovietica avessero in parte preceduto questa fase[69]*. Curioso notare che nel 1982 Mahmoud Abbas (Abu Mazen, co-fondatore di Fatah) ottenne il Ph.D. presso l’Università Patrice Lumumba di Mosca con una tesi intitolata La connessione tra nazismo e sionismo, 1933-1945[70].

[1] W. Churchill, Illustrated Sunday Herald, 8 Febbraio 1920, Londra. Traduzione dall’inglese di G.F. Spotti, cfr.: M. Weber, The Journal of Historical Review, Gennaio-Febbraio 1994 (Vol. 14, N° 1), pagg. 4-22.

[2] L. Rapoport, La Guerra di Stalin contro gli Ebrei (New York: Free Press, 1990), pag. 30,31, 37. Vedi anche pag. 43, 44, 45, 49, 50. Traduzione dall’inglese di G.F. Spotti, cfr.: M. Weber, The Journal of Historical Review, Gennaio-Febbraio 1994 (Vol. 14, N° 1), pagg. 4-22.
[3] Y. Slezkine, The Jewish Century, Princeton University Press, 2008, pag. 177.
[4] Postfazione di M. Ovadia, in: L. Mlečin, Perché Stalin creò Israele, Sandro Teti Editore, 2010, pag. 227.
[5] H. A. Strauss, Hostages of Modernization: Austria, Hungary, Poland, Russia, Walter de Gruyter, 1993, pag. 1145.
[6] AA.VV., Questione ebraica e socialismo reale, Parma, Edizioni all’insegna del Veltro, 2011, pag. 41.
[7] J. Gunther, Behind the Curtain, 1949, pag. 40.
[8] Prefazione di L. Canfora, in: L. Mlečin, Perché Stalin creò Israele, Sandro Teti Editore, 2010, pag. 12.
[9] Anche alla luce di quanto diremo in seguito sul sionismo va ribadito che è bene evitare erronee equazioni politiche “sionismo-ebrasimo”: avranno luogo talvolta casi eclatanti di frizioni interne al mondo ebraico, in particolare sulla questione sionista: a differenza di oggi le comunità israelitiche della diaspora non erano in larga maggioranza schierate al fianco di Israele. Si pensi all’approccio tiepido di una parte degli ebrei statunitensi nel dopoguerra o agli scontri interni alla comunità israelitica della Polonia negli anni ’60. N. Finkelstein ricorda: “Nella sua indagine del 1957, Nathan Glazer osservò che Israele «aveva ben poche ripercussioni sulla vita interiore della comunità ebraica americana». I membri della Zionist Organization of America, da centinaia di migliaia che erano nel 1948, si ridussero a decine di migliaia negli anni Sessanta. Prima del giugno 1967, solamente un ebreo americano su venti si dichiarava interessato a visitare Israele. Nel 1956, la comunità ebraica diede un importante contributo alla rielezione di Eisenhower, che aveva appena costretto Israele all’umiliante ritiro dal Sinai”. [N. Finkelstein, L’industria dell’Olocausto, Rizzoli, Milano, 2002, pag. 31].
[10] AA.VV., Questione ebraica e socialismo reale, Parma, Edizioni all’insegna del Veltro, 2011, pag. 62.
[11] R. Yaffe, JEWS IN CZECHOSLOVAKIA, AJR INFORMATION, Vol. V. No. 2 February, 1950, pag. 3.
[12] R. W. Orttung, D. N. Lussier, A. Paretskaya, The Republics and Regions of the Russian Federation: A Guide to Politics, Policies, and Leaders, M.E. Sharpe, 2000, pag. 153.
[13] L. Mlečin, Perché Stalin creò Israele, Sandro Teti Editore, 2010, pag. 64.
[14] Prefazione di L. Canfora, in: L. Mlečin, Perché Stalin creò Israele, Sandro Teti Editore, 2010, pag. 12.
[15] L. Mlečin, Perché Stalin creò Israele, Sandro Teti Editore, 2010, pag. 61.
[16] Ivi, pag. 93.
[17] Ivi, pag. 87.
[18] Ivi, pag. 136.
[19] Prefazione di G. Vidal, in: I. Shahak, Storia ebraica e giudaismo: il peso di tre millenni, Centro Librario Sodalitium, Verrua Savoia, 1997.* A questa memoria di Vidal va affiancato il parere diffuso circa l’onestà morale di Truman e il senso di giustizia che da molti gli veniva riconosciuto.
[20] L. Mlečin, Perché Stalin creò Israele, Sandro Teti Editore, 2010, pag. 133.
[21] Che tra l’altro fu il primo rappresentante diplomatico israeliano a Mosca.
[22] M. C. Desch, Power and Military Effectiveness: The Fallacy of Democratic Triumphalism, JHU Press, 2008, pag. 122.
[23] Ibidem.
[24] L. Mlečin, Perché Stalin creò Israele, Sandro Teti Editore, 2010, pag. 158.
[25] Nel 1951, quando i rapporti israelo-sovietici erano già sostanzialmente cambiati.
[26] L. Mlečin, Perché Stalin creò Israele, Sandro Teti Editore, 2010, pag. 165.
[27] A. Gromyko, Rappresentante Permanente dell’Unione sovietica all’ONU argomentò in questa occasione in favore del diritto degli ebrei a costruire il loro Stato in Palestina: “I rappresentanti dei paesi arabi sostengono che la spartizione della Palestina costituirebbe un’ingiustizia storica, ma questa opinione non è condivisibile, perché in realtà il popolo ebraico ha mantenuto il suo legame con la Palestina dai tempi più antichi. Inoltre, non possiamo non tener conto della situazione in cui esso si è venuto a trovare dopo l’ultima guerra scatenata dalla Germania nazista, che gli ha recato più sofferenze che a qualsiasi altro popolo. Sapete bene che nessun stato capitalista Europeo ha saputo difenderlo dall’arbitrio e dalla violenza hitleriana” [La Palestina della Convivenza, Storia dei palestinesi 1880-1848, pag. 18].
[28] Ivi, pag. 99.
[29] H. Freeden , Antisemitism in Russia, AJR INFORMATION, Vol. IV. No. 7, Luglio 1949, pag. 1.
[30] Ibidem.
[31] Ibidem.
[32] L. Mlečin, Perché Stalin creò Israele, Sandro Teti Editore, 2010, pag. 181.
[33] Ivi, pag. 183.
[34] Ivi, pag. 173.
[35] L. Blit, POISON FROM MOSCOW, AJR INFORMATION, Vol. VIII No. 2, February, 1953, pag. 1.
[36] NEWS FROM ABROAD, AJR INFORMATION, Vol. XV No. 11- November, 1960, pag. 4.
[37] P. E. N. Congress Protests Suppression of Jewish Culture in Russia, Jewish Telegraphic Agency, 27 July 1960. *West and East Germany, Poland, Hungary, Belgium and Thailand abstained from voting.
[38] News from Abroad, AJR INFORMATION, Vol. XVIII No. 2 – February, 1963, pag. 4.
[39] L’ AJR INFORMATION, in questi anni e nei successivi, seppur edito nel Regno Unito ed inevitabilmente orientato in senso “occidentale”, alternava notizie positive e negative “da oltre cortina” fornendo una panoramica mensile sulle comunità ebraiche nel mondo.
[40] News from Abroad, AJR INFORMATION, Vol. XVIII, No. 10 – Ottobre 1963, pag. 4.
[41] Ibidem.
[42] Ibidem.
[43] AA.VV., Questione ebraica e socialismo reale, Parma, Edizioni all’insegna del Veltro, 2011
[44] Ivi, pag. 18.
[45] Ivi, pag. 19.
[46] Ivi, pag. 23.
[47] Ivi, pag. 39.
[48] NEWS FROM RUSSIA, ISRAEL AND AMERICA, AJR INFORMATION, VOL. XIX No. 10 October, 1964, pag. 3.* Nel testo: “Russian Orthodox Church”.
[49] Zionism is the Enemy, Canadian Jewish News, April 1, 1966, pag. 6.
[50] The Palestine Yearbook of International Law 1990-1991, Martinus Nijhoff Publishers, 1991, pag. 146.
[51] P. T. Chamberlin, The Global Offensive: The United States, the Palestine Liberation Organization, and the Making of the Post-Cold War Order, Oxford University Press, 2012, pag. 309
[52] J. Frankel, The anti-Zionist press campaigns in the USSR 1969-1971: political implications, Hebrew University of Jerusalem, Soviet and East European Research Centre, 1972.
[53] AA.VV., Questione ebraica e socialismo reale, Parma, Edizioni all’insegna del Veltro, 2011, pag. 82. cfr.: Volume di Kichko “Giudaismo e sionismo” (1968) pubblicato dopo il ritiro dell’opera precedente e pubblicata a puntate sul periodico Liuddina y Svit.
[54] Ibidem.* E’ tuttavia bene puntualizzare che in relazione alla questione messianica, l’ortodossia ebraica ha opposto al sionismo secolare la necessità dell’attesa del presunto Messia per la restaurazione del “Regno d’Israele”.
[55] W. Korrey, Russian Antisemitism, Pamyat and the Demonology of Zionism, Routledge, 1995, pag. 20.
[56] AA.VV., Questione ebraica e socialismo reale, Parma, Edizioni all’insegna del Veltro, 2011, pag. 62.
[57] News from Abroad, AJR INFORMATION, Volume XXIV No. 12 December, 1969, pag. 4.
[58] Ivi, pag. 78.
[59] A. J. Wolak, Forced Out: The Fate of Polish Jewry in Communist Poland, 2004, pagg. 5-6-7.
[60] News from Abroad, AJR INFORMATION, Volume XXIII No. 8 August, 1968, pag. 4.
[61] Ivi, September 1968, pag. 4.
[62] M. Costa, CONDUCĂTOR, l’edificazione del socialismo romeno, Parma, Edizioni all’insegna del Veltro, 2012. *Va tenuto presente che il Presidente romeno conservò una certa autonomia in politica estera e, ad esempio, mantenne le relazioni diplomatiche con Israele dopo la guerra dei Sei Giorni. In questa occasione gli altri Paesi del blocco orientale, come abbiamo visto, optarono per la rottura.
[63] W. Korrey, Russian Antisemitism, Pamyat and the Demonology of Zionism, Routledge, 1995, pag. 20.
[64] Ivi, pag. 21.
[65] AA.VV., Questione ebraica e socialismo reale, Parma, Edizioni all’insegna del Veltro, 2011, pag. 84. Y. Ivanov, Un problema dimenticato ma urgente, 6 giugno 1969, Molodoj Kommunist, organo del Comitato Centrale della Lega Comunista Sovietica dei Giovani
[66] Ivi, pag. 112. Complicità nel delitto, Bollettino dell’Ambasciata sovietica a Roma , 1971
[67] Ibidem.
[68] F. Glubb (Yahya), Zionist relations with Nazi Germany, Palestine research Center, Beirut, 1978; L. Brenner, Zionism in the age of the dictators, Croom Helm, 1983 et alii.
[69] AA.VV., Questione ebraica e socialismo reale, Parma, Edizioni all’insegna del Veltro, 2011, pagg. 84-85-100-108. *In questi riferimenti non manca a volte una certa retorica sovietica condita con ampi riferimenti all’”imperialismo”.
Sulla Literaturnaja Gazeta  si scrive che i sionisti “avevano prestato i loro servigi a tutti gli imperialismi, da quello tedesco a quello inglese a quello americano” [L’inganno sionista, Literaturnaja Gazeta, n. 25, 17 giugno 1970] dimenticando che l’URSS per prima favorì la nascita dello Stato d’Israele per tentare di avere un proprio “avamposto” in mezzo ai Paesi arabi.

[70] The Middle East: Abstracts and index, Vol. 28, Part 2, pag. 209, 2004.

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Nuovo saggio storico: l’ateo Stalin giustiziò il 90% dei sacerdoti russi

 9 marzo, 2011

Lo storico francese Nicolas Werth, di madrelingua russa, fra i maggiori specialisti internazionali della violenza politica nell’ex mondo sovietico ha dichiarato: «I massacri del “Grande Terrore” staliniano, nel biennio 1937-1938, non costituirono forse un genocidio in senso tecnico, almeno secondo la definizione restrittiva che di questo termine avrebbe dato l’Onu, a causa in parte delle pressioni della stessa Unione Sovietica. Ma si può probabilmente dire che ci fu un’azione genocidaria almeno verso il clero». Lo ha fatto nell’importante saggio “Nemici del Popolo. Autopsia di un assassinio di massa” (Il Mulino 2011), che esce in Italia in questi giorni, ato dopo lunghe ricerche pionieristiche negli archivi sovietici: «In appena 16 mesi, furono arrestate un milione e mezzo di persone e ci furono circa 800 mila esecuzioni. Si trattò di un autentico processo di ’pulizia profilattica’ dell’intera società, non solo di certe élite. Ciò rappresentò il culmine radicale di una serie di misure già prese fin dall’epoca di Lenin. Occorreva purificare il mondo sovietico da qualsiasi oppositore reale o potenziale del pensiero unico e della nuova società integrata». Lo storico continua raccontando la responsabilità di Stalin i suoi obiettivi principali: «innanzitutto, il clero. Il 90% degli ecclesiastici furono arrestati e giustiziati. Occorre poi citare gli ex membri del Partito socialista rivoluzionario, i trotskisti, principali concorrenti dei bolscevichi», delinquenti ordinari, emarginati, le élite dell’epoca zarista, i kulaki e i polacchi. «Stalin riuscì a presentare tutte queste categorie come membri potenziali di una “quinta colonna” di nemici, spie, insubordinati». Tornando allo sterminio del clero, lo strorico afferma: «Diversi testi mostrano questa volontà di farla finita una volta per tutte con gli ecclesiastici. Anche per questo è paradossale notare che negli anni successivi della Seconda guerra mondiale, la ’guerra patriottica’ della propaganda, Stalin cercherà di strumentalizzare il 10% del clero restante e di attirarlo nella propria orbita. Il dittatore rimase molto colpito dal risultato del censimento del 1937, durante il quale il 57% della popolazione si professò credente. Non si può probabilmente dire che la Chiesa rappresentasse un pericolo diretto per il regime. Ma Stalin la percepì più che mai come l’ultima struttura organizzata autonoma rispetto alle logiche centrali». L’intervista è stata fatta da Avvenire.

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Sua madre lo voleva sacerdote, ma Stalin divenne uno spietato persecutore dei cristiani

Sua madre lo voleva sacerdote, ma Stalin divenne uno spietato persecutore dei cristianiNon voglio riesumare vecchi fantasmi del passato, ma intendo solo porre un accento su quanto accadde in ex URSS, durante la dittatura comunista, un tempo grigio e criminale, in cui non c’era spazio per idee cattoliche e per l’amore. I Cattolici, nei secoli, sono stati vittime di persecuzioni e stermini, tuttavia ricordare ciò che accadde durante la dittatura di Stalin, in un passato non troppo lontano, mi lascia davvero un “amaro in bocca” ed un senso di tristezza mi pervade. Noi, Cattolici, non siamo abituati però a mistificare e rinvangare sempre le solite persecuzioni per ottenere consensi e benefici materiali, dato che la nostra unica Verità è nel Regno dei Cieli; non viviamo nella continua propaganda dei torti subiti e delle innocenti milioni di vite umane che folli atei, agnostici e blasfemi hanno provocato. Il Cattolico soffre in silenzio, nonostante potrebbe fare la “voce grossa”, tutto ciò che accade nell’oscurità …

… delle tenebre verrà alla luce alla fine dei nostri giorni terreni. Niente vittimismo, dunque, e proprio partendo da questo presupposto e menzionando il seguente passo del Vangelo, che ho intenzione di ricordarvi brevemente chi furono Stalin ed i Comunisti e cosa ci fecero … Buona lettura…!!!

“Ma prima di tutte queste cose, vi metteranno le mani addosso e vi perseguiteranno consegnandovi alle sinagoghe, e mettendovi in prigione, trascinandovi davanti a re e a governatori, a causa del mio nome. Ma ciò vi darà occasione di rendere testimonianza. Mettetevi dunque in cuore di non premeditare come rispondere a vostra difesa, perché io vi darò una parola e una sapienza alle quali tutti i vostri avversari non potranno opporsi né contraddire. Voi sarete traditi perfino da genitori, fratelli, parenti e amici; faranno morire parecchi di voi; e sarete odiati da tutti a causa del mio nome; ma neppure un capello del vostro capo perirà. Con la vostra costanza salverete le vostre vite”. (Luca 21, 12-19).

E’ proprio partendo da questa e da altre analoghe frasi di Gesù che noi Cattolici, uniti nella fraterna comunità in Cristo, fummo, siamo e saremo sempre pronti al martirio. Mortificare il corpo, difatti, tempra lo spirito e se ciò accade nel nome di Dio ed in difesa del nostro Credo, universale ed assoluto, ecco che la sofferenza, il dolore ed addirittura la morte non sono altro che strumento di martirio e, perché no, di santificazione.

Sua madre lo voleva sacerdote. Studiò in un seminario ortodosso. Ma Stalin divenne uno spietato persecutore dei cristiani. Voleva cancellare una volta per tutte il “cattolicesimo romano papista”. E’ nel marzo del 2003, cinquant’anni dopo la morte di Giuseppe Stalin che in Italia assistemmo ad un evento a dir poco “esilarante” e nel contempo di una immane infelicità. Gruppi circoscritti di nostalgici vollero ricordare la ricorrenza con intenti celebrativi. Non presente in questi riti fu la vergogna, che categoricamente non può essere ripudiata quando si tratta del nefasto personaggio in argomento. All’epoca dei fatti disse Massimo Caprara (n° 25 de “Il Timone” anno 2003): “Vogliamo scriverne anche noi con convinzioni del tutto opposte, di circostanziata condanna della ideologia chiamata comunismo, ricordando quelli che furono tra i peggiori delitti di quell’epoca “dalle idee assassine”; le persecuzioni della Chiesa cattolica in URSS, glorificando assieme il martirio di quanti lo patirono per aver mantenuto ferma la loro fede. Saremmo, però, incompleti se non precisassimo con cura le date di quel continuato eccidio”.

Fu nella primavera del 1922, quando la Russia sovietica si trovava stretta nella morsa della carestia e del massacro dei piccoli proprietari contadini, i kulak, che Lenin scrisse in un Memorandum per il Politbjuro: “È precisamente ora e solo ora che nelle regioni in cui c’è la fame la gente mangia carne umana e centinaia se non migliaia di cadaveri ingombrano le strade, che possiamo e perciò dobbiamo confiscare i beni della Chiesa con la più selvaggia e spietata energia (…) per assicurarci un tondo di molte centinaia di milioni di rubli d’oro”. Dieci mesi dopo, egli morì. Nello stesso 1922, Stalin, nominato Segretario Generale del Partito comunista bolscevico, di fatto isola Lenin convalescente e interpreta, allargandola, la sua politica spietata. Essa compie con lui un salto di qualità e di quantità.

Stalin ha ricevuto dal seminario teologico cristiano ortodosso di Tiflis, dov’è stato dal 1895 al 29 maggio 1899, una istruzione umanistica, anche di lingua francese, di consistente misura. Figlio di un ciabattino buono a nulla di nome Vissarion Dzugasvili che beveva e lo picchiava, mentre sua madre lo difendeva e voleva che diventasse un sacerdote, non perdette mai, ma rifiutò e nascose, il suo accento della Georgia, anzi dell’Ossezia orientale che, nel mondo, può essere solo messo in relazione con la lingua basca di Spagna, lontana dal Caucaso migliaia di chilometri. Egli fu, infatti, un grande russificatore slavofilo.

Come perdette la fede, semmai l’avesse davvero avuta, è cosa poco nota, ma il suo interesse perverso per la religione è accertato: per ferirla e sradicarla. Egli ebbe uno scopo dichiarato e organizzato: cancellare soprattutto il “cattolicesimo romano papista” e a questo scopo introdusse un sistema poliziesco polivalente, considerando i fedeli e il clero portatori d’una fede attentatrice dello Stato e del Partito.

La struttura della Chiesa cattolica, dopo aver ricevuto assicurazioni nei giorni del colpo di stato bolscevico, venne colpita e sbaragliata fin dal 1926 e l’esistenza delle comunità cattoliche fu ridotta alla pura sopravvivenza, in condizioni dì clandestinità e isolamento, sempre controllata a vista. Alla fine degli anni ’30, la Chiesa ortodossa fu ammessa, invece, ad usufruire di un sostanziale compromesso con il regime, rappresentato dalla “Dichiarazione di lealtà” firmata dal Metropolita Sergj (Stragorodskij) il 29 luglio 1927. Ciononostante, in un solo anno, nel 1931-’32, vennero passati per le armi 19.812 fedeli ortodossi. Non restava nemmeno uno dei quasi mille monasteri esistenti prima della Rivoluzione e si trovavano in libertà solo quattro vescovi ordinari.

Dal 1937 al ’41 vennero fucilati 110.700 membri del clero ortodosso, tra cui il locum tenens patriarcale Petr (Poljanskij), recluso da dodici anni in prigione. Nel 1939, sul territorio dell’unione Sovietica rimanevano aperte non più di cento chiese parrocchiali delle 55.000 funzionanti nel 1917, in cui celebravano circa 500 sacerdoti, contro i li 5.000 del 1917.

Nello stesso tempo, la lotta contro la Santa Sede divenne uno degli elementi fondamentali di un vero e proprio piano elaborato da Stalin per creare un “Centro religioso mondiale” a Mosca, celebrata come la “Terza Roma”. Nella relativa Risoluzione ufficiale, sì calcava l’accento “sul carattere reazionario, antipopolare dei Vescovi romani”, condannati come “anticristiani, antidemocratici e antinazionali”. In particolare, si auspicava “la riunione delle Chiese dell’Europa orientale sotto la guida del Patriarcato di Mosca”, in chiara alternativa al magistero di Roma. Nel dicembre 1943, Stalin personalmente chiese all’NKVD, la polizia segreta, un rapporto dettagliato sulla “situazione delle Chiese cattolico-romane” nel territorio sovietico, stabilendo che di esse avrebbero dovuto soprattutto occuparsi gli Agenti dei Servizi di sicurezza e il Soviet per gli Affari dei culti religiosi, appositamente costituito nella successiva estate del 1944.

L’intero complesso di misure repressive era stato originato da un atto solenne: il 10 maggio del 1937 era stata disposta per legge “la messa al bando della stessa idea di Dio”.

La Chiesa del Cristo Salvatore venne demolita a Mosca per essere sostituita dal Palazzo dei Soviet, il cui progetto di 500 metri di altezza non riuscì mai ad essere realizzato. La Cattedrale della Madonna dì Kazan a Leningrado fu trasformata in “Museo della religione e dell’ateismo”. Fedeli e clero andarono quindi a costituire, senza essere più neanche distinti, la spina dorsale e numericamente qualificata dell’esercito dei detenuti nei gulag. Si trattò di 2.500.000 persone, suddivise in 500 colonie di lavoro, una sessantina di grandi campi e una quindicina di campi a regime speciale; inoltre, sì contarono 2.750.000 “coloni speciali” come gli altri obbligati al lavoro coatto e non retribuito, ma in condizioni ancora più feroci.

La Chiesa cattolica contrappose sempre una resistenza ostinata con il dissenso e con la pratica catacombale, come soprattutto la Chiesa greco-cattolica, della Polonia e dell’Ucraina. Nella sua Presentazione al bel libro di Michail Skarovskij dal titolo “La Croce e il Potere”, Giovanna Parravicini conclude: “Quando tutto sembra essersi consumato, profanato, quando è stata tirata una linea e Satana si prepara a mietere il suo raccolto, proprio allora succede quello che nessun computer al mondo sarebbe in grado di preventivare, e chissà perché tutto ricomincia da capo”.

Nella parte settentrionale e occidentale dell’URSS e nelle principali città, i cattolici erano costituiti da polacchi, bielorussi, lituani, lettoni e tedeschi. Nella parte meridionale e centrale della Russia europea, le comunità cattoliche erano formate per l’80% da tedeschi (coloni nella regione del Volga), da armeni (di rito armeno), da polacchi (di rito latino), da ucraini (di rito slavo) e da georgiani (di rito bizantino-georgiano). Nella Russia asiatica, i cattolici si trovavano lungo le linee ferroviarie ed erano di provenienza polacca, tedesca e lituana.

Stalin ed il regime dei “compagni” comunisti fu colpevole di gravi crimini contro l’umanità e, principalmente, contro le comunità Cristiane. Sintetizzando sommariamente e brevemente, possiamo elencare quanto segue:

1) 26 febbraio 1922. Decreto di confisca dei beni preziosi della Chiesa; 2) Marzo 1923. Primi processi dei cattolici. Fucilazione di monsignor Costantin Budkevic, parroco di Santa Caterina a Petrograd, primo martire cattolico; 3) 20 febbraio 1935. Arresto di monsignor Bartolomeo, vescovo ortodosso divenuto cattolico. Condannato a morte il 17 giugno; 4) 1937. Più di cento preti cattolici sono fucilati a Solovki e nell’intera URSS. Vescovi e preti ortodossi vengono fucilati a migliaia. Mons. Alessandro Frizon, amministratore apostolico di Odessa, viene fucilato (2 agosto); 5) 29 aprile 1945. Arresto, a Odessa, di padre Leoni, gesuita, e di padre Nicolas, condannati il 13 settembre a dieci e otto anni di lavori correzionali; 6) Lettonia 1940-41. Circa 34.000 lettoni, tra cattolici e luterani, ivi compresi 6.000 intellettuali cattolici, trovano la morte durante l’occupazione sovietica che ha termine, temporaneamente, con l’avanzata dei tedeschi, per riprendere con il ritorno dei sovietici (ottobre 1944). Dei 187 sacerdoti lettoni che si contavano nel 1939, circa 50 (quasi il 30%) sono rimasti vittime del terrore comunista; 7) Lituania 1939. Si contano circa 900 tra chiese e cappelle, 800 delle quali parrocchie, oltre 1500 sacerdoti e circa 3.000.000 di cattolici, l’80% della popolazione. Dopo le due occupazioni sovietiche, inframmezzate da quella tedesca, rimanevano (nel 1948) circa 700 sacerdoti, il che significa che le perdite, a quell’epoca dovute all’imprigionamento, alle deportazioni e alle esecuzioni del clero erano di circa il 53%. Nel 1954, un anno dopo la morte di Stalin, i sacerdoti erano scesi a soli 400; 8) Ucraina 1945. Nel mese di aprile vengono arrestati i vescovi e la Chiesa greco cattolica è messa fuorilegge. Secondo la testimonianza del cardinale Josyf Slipyj, la persecuzione costò la vita a dieci vescovi, a più di 1.400 sacerdoti e 800 suore, oltre a un numero notevole di semplici fedeli.

Dice il Signore: “Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli. Così infatti hanno perseguitato i profeti prima di voi”. (Matteo 5, 11-12).

Carlo Di Pietro (WebMaster e Promoter della M.S.M.A.)

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Negli archivi storici di Ekaterinburg il racconto degli ultimi mesi di vita
di Nicola II, zar di tutte le Russie, detronizzato dopo la rivoluzione bolscevica

DALL’UFFICIO DI LENIN VENNE
UN ORDINE: UCCIDETE I ROMANOV

di Marina Adrianopoli

Sul fondo scurissimo di una vecchia foto ormai sbiadita dal tempo, risaltano i visi alteri e sognanti di quattro graziose adolescenti, vestite elegantemente con abiti chiari, perle e preziosi fermagli fissati su capelli lunghissimi. Non accennano ad alcun sorriso eppure i loro occhi sono pieni di speranze e risplendono di una luce inusuale, che manifesta innocentemente le loro ansie per l’avvenire. Quella foto ritrae i volti delle giovani granduchesse Olga, Tatiana, Maria e Anastasia Romanov, figlie di Nicola II, l’ultimo Zar di Russia.
Era il 1912, le giovani erano ignare del futuro che le attendeva. Vivevano tranquille nel lusso di una corte che era la loro ostrica ed erano assolutamente inconsapevoli del fatto che presto quel mondo dorato si sarebbe rabbuiato.
Il loro padre Nicola II, cresciuto all’ombra del reazionario genitore, Alessandro III, era stato incoronato Zar di tutte le Russie nel 1894. Aveva sposato la principessa tedesca Alessandra d’Assia ed insieme a lei aveva preso in mano le redini di un impero del quale interpretava i bisogni in modo del tutto sbagliato.
All’inizio del Ventesimo secolo la Russia aveva una composizione sociale molto diversa da quella dei paesi industrializzati in Europa. La popolazione agricola costituiva la grande massa umana, almeno tre quarti del totale, ed appariva del tutto lontana dal godere di qualunque forma di benessere. La povertà era dilagante e i contadini vivevano nella frustrazione di non poter acquistare i terreni che lavoravano poiché i prezzi erano in continua ascesa.

Inoltre il fisco imponeva loro di pagare imposte mediamente dieci volte più alte dei membri della nobiltà. Il sistema di produzione era arcaico e non erano previsti incentivi

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Olga, Tatiana, Maria, Anastasia,
le figlie dello zar Nicola II

statali per migliorarlo. Nella società contadina il germe dell’ insoddisfazione e della acuta sfiducia verso il governo aveva attecchito profondamente.
Oltre ai contadini, si era formato un consistente proletariato industriale in seguito all’industrializzazione degli ultimi decenni del XIX secolo, il quale, distaccatosi dai piccoli villaggi, ora affollava le periferie delle grandi città. Le condizioni di lavoro e di vita nelle periferie erano massacranti, all’interno delle fabbriche gli operai subivano spesso soprusi, erano sfruttati e malpagati. Proprio da questi presupposti i proletari incominciarono ad organizzarsi in sindacati, dichiarati illegali e fortemente ostacolati dal governo di Nicola II, e diedero vita ai primi scioperi, il più importante dei quali culmino nella rivoluzione del 1905 e nella formazione del primo Soviet di Pietroburgo.
C’era anche una classe media che tuttavia era molto debole sia per consistenza numerica sia per peso politico. La borghesia industriale e commerciale aveva scarsissima autorevolezza, mentre invece tra i professionisti, grazie all’ottenuto riconoscimento di alcuni diritti politici, c’era un gran fermento liberale.
Naturalmente l’unico gruppo i cui interessi erano largamente favoriti dal governo, era l’aristocrazia, che costituiva la percentuale più bassa della popolazione dell’impero zarista.

Nicola II si mostrò incapace di analizzare e fronteggiare i bisogni della collettività e guardava con orrore verso ogni sovvertimento dell’assetto statale. Era stato educato al più totale rispetto della disciplina e dell’ordine, della integrità fisica e morale. Questa formazione, unita al carattere sommesso e mansueto di Nicola, aveva generato una personalità del tutto inadatta al governo della Russia in quella fase storica.
Per dirla con Steinberg, la Russia all’alba del XX secolo non conosceva parola che avesse maggior valenza magica di “rivoluzione”. I russi sentivano di aver bisogno di un inversione radicale dello status quo ed erano ormai già sulla strada del cambiamento. Nicola era sordo a questi richiami. Dedicava il suo tempo alla cura del corpo, all’esercizio fisico, trascorreva le sue giornate con la famiglia, trascurando gli affari di stato se non per occuparsi delle parate militari che tanto gli erano care e che lo proiettavano in quel mondo in cui era cresciuto, dove si sentiva al sicuro, oppure di lanciarsi in disastrose campagne belliche, come la guerra contro il Giappone. Ambiva a vivere una vita tranquilla e armoniosa in famiglia, lontano dalla mondanità alla quale era costretto.
Alla fatale debolezza del sovrano si aggiungeva l’influenza che la moglie esercitava su di lui. La zarina aveva una mentalità bigotta e retrograda che poggiava su un carattere irritabile, pessimista e tendente alla depressione.

Si prodigava in opere filantropiche, spesso si recava negli ospedali per curare i malati ed infatti molte fotografie la ritraggono con la divisa da infermiera, ma tale fervore caritatevole deve essere attribuito ad uno sfrenato fanatismo religioso e reazionario. Con queste premesse la zarina, che possedeva un temperamento più autoritario del marito,

Il monaco Grigorj
Rasputin, ambiguo
personaggio
proveniente
da un piccolo villaggio,
esercitava
un carisma oscuro

impose la sua linea conduttrice al governo, sostituendosi spesso al consorte in ciò che considerava a tutti gli effetti una missione: la guida della Russia.
Un’esaltazione mistica che spesso sfiorò il delirio, considerando che Alessandra Fëdorovna aveva eletto a consigliere privilegiato, una figura assurda come Rasputin.
Il monaco Grigorj Rasputin, ambiguo personaggio proveniente da un piccolo villaggio, esercitava un carisma oscuro, personale e politico, su Alessandra che vi si era affidata inizialmente per le cure del giovane zarevic. Lo zarevic Aleksej, ultimo figlio dello Zar e unico maschio, concepito dopo quattro figlie femmine e lunghe attese per poter assicurare un erede, era affetto da emofilia, una malattia del sangue che gli procurava dolorose emorragie interne in seguito ad urti o cadute anche di scarsa entità. La preoccupazione dei genitori e delle sorelle verso questo bambino così fragile, aveva reso la famiglia esposta agli influssi di Rasputin che li confortava e li sollevava, dandogli false speranze di guarigione ed esortandoli a confidare in lui. Inoltre spronava Alessandra a mantenere posizioni politiche anacronistiche, e ciò accentuò ulteriormente la frattura tra i Romanov e i loro sudditi, tra i valori di corte e la necessità di un ragionevole cambiamento.

Chiaramente i vantaggi che Rasputin ne traeva erano notevoli e i privilegi di cui godeva a corte erano guardati con invidia dalla maggioranza dell’entourage imperiale. Fu così che nel dicembre del 1916 venne ordito un complotto ai suoi danni che si concluse con la sua uccisione.
Agli inizi del 1917 comunque gli animi russi erano ormai esacerbati. La partecipazione della Russia alla prima guerra mondiale aveva generato un’insanabile frattura tra l’autorità e la gente; la guerra stava stremando il popolo e aveva provocato la perdita di almeno 1.650.000 uomini. Il proletariato acquistò coscienza di sé aprendosi alla solidarietà di classe e organizzò un movimento rivoluzionario fondato sui dogmi del socialismo.
Con tali premesse la rivoluzione scoppiò l’8 marzo del 1917 a Pietrogrado, si formò un governo provvisorio che vedeva L’vov presidente del consiglio dei ministrie e Kerenskij ministro della giustizia. Nicola tentò in un primo momento di agire con la repressione ma la rivoluzione si era già diffusa in Russia, cosicché decise di abdicare in favore del fratello Mikhail, il quale il giorno seguente, il 16 marzo, rinunciò al trono ponendo fine al dominio dei Romanov in Russia dopo oltre trecento anni.
Nicola II e la sua famiglia furono fatti prigionieri del Soviet e condotti nella splendida residenza estiva di Tsarskoe Selo, vicino Pietrogrado. In questa dimora la prigionia dei Romanov si svolse per cinque mesi in un clima sereno.

Le immagini delle granduchesse erano nonostante tutto distese. Le foto le ritraggono ancora con quella speranza nello sguardo, come pochi anni prima. Sembrano davvero non avere alcun sentore. «L’imperatore» secondo la testimonianza di Maurice Paleologue, ambasciatore di Francia in Russia, «era sempre placido e indifferente in modo davvero straordinario».
In seguito alle giornate di luglio che acuirono i disordini a Pietrogrado, la famiglia imperiale, con trentacinque persone che facevano parte del seguito, lasciarono la reggia per trasferirsi in una cittadina asiatica, Tobolsk. Le condizioni di prigionia continuarono ad essere miti e le guardie del governo provvisorio erano molto indulgenti con i Romanov. Ma ad ottobre il governo provvisorio fu abbattuto, il Soviet di Pietrogrado a maggioranza bolscevica aveva preso in mano il potere.
A Tobolsk venne eletto un Soviet composto da solleciti bolscevichi strettamente connessi a Pietrogrado, molti dei quali erano personalmente ostili allo Zar. Il Soviet di Tobolsk era perciò molto attento alla questione dei prigionieri e non si lasciò sfuggire le voci che circolavano in città, secondo le quali alcuni esponenti del movimento monarchico stavano tramando per far fuggire i Romanov. Da tutti i rapporti che arrivavano al Comitato Esecutivo Centrale risultava che i Romanov avevano la possibilità di evadere poiché alcune guardie preposte alla loro sorveglianza erano state corrotte con del denaro e i contadini della zona spalleggiavano i monarchici. Per questo motivo il Comitato Centrale iniziò a pensare seriamente ad un trasferimento dei prigionieri in un posto più sicuro, lontano da chi ordiva tentativi per liberarli.

Erano intanto trascorsi alcuni mesi dalla presa di potere dei bolscevichi e in tutta la Russia vi erano movimenti di opposizione al regime. Il ceto agiato contadino si lamentava della pressante “commissariocrazia” bolscevica. I partiti socialisti non bolscevichi, i circoli

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La famiglia imperiale

conservatori di destra e i liberali cominciarono a caldeggiare la contestazione ad un regime che consideravano usurpatorio. Il bolscevismo era stato aspramente umiliato dai termini del trattato di Brest-Litovsk che lo stesso Lenin definì “osceni” ma del resto inevitabili per poter uscire dalla guerra. Ragion per cui le scelte politiche del governo vennero duramente disapprovate. A ciò si aggiunsero ben presto i fermenti autonomisti fra i cosacchi del Don e contemporaneamente la volontà di autodeterminazione dell’Ucraina.
Una guida autoritaria dello stato, che la Russia conosce da sempre pur sotto diverse bandiere, ha fatto in modo da arginare le spinte centrifughe delle varie popolazioni nel corso dei secoli, anche nel momento storico che stiamo ora descrivendo. Come si può notare lo sfaldamento del grande impero russo, poi sovietico, che si compì con il crollo dell’URSS, presenta cause che affondano le radici proprio negli impulsi autonomisti delle varie etnie che si affacciano in tutto il corso della storia della Russia unificata, si può dire da Ivan il Terribile ad oggi, senza però conoscere una schiacciante disunione come quella avvenuta negli anni Novanta.

Infatti il congresso Panrusso dei Soviet del gennaio 1918 sancì che il principio dell’autodeterminazione fosse interpretato come diritto delle masse lavoratrici di avere una nazione, quindi subordinato ai principi del socialismo; una scelta che espresse l’intenzione di mantenere salda l’unione del paese sotto la leadership bolscevica a qualunque costo.
Tuttavia, forse proprio per questo motivo, le forze controrivoluzionarie, cioè quelle contrarie al regime bolscevico instauratosi all’indomani della rivoluzione del 1917, si unirono in una resistenza contro il governo originando la guerra civile che dal 1918 durò per quasi tre anni.
La compagine controrivoluzionaria fu inaspettatamente rafforzata dalla Legione Cecoslovacca, una unità militare di ex prigionieri di guerra cecoslovacchi, prima utilizzati come fanteria nel conflitto contro le potenze centrali e poi, dopo la firma del trattato di Brest-Litovsk, disarmati e dichiarati di nuovo prigionieri. Il provvedimento scatenò in essi una reazione immediata. La Legione, che era stata spedita in treno verso Vladivostok per ordine di Trockij, si ribellò e occupò l’intera linea ferroviaria, alimentando i fuochi agitatori controrivoluzionari. Sull’onda di questo supporto improvviso, il governo antibolscevico, costituitosi a Samara nella tarda primavera del 1918 decise di procedere per obiettivi ed occupare una città alla volta cominciando dalle zone di confine, lontane dai centri di potere bolscevichi. Iniziò cosi l’avanzata dei “Bianchi” da est verso ovest, puntando su Mosca. Su tali presupposti fu deciso il trasferimento della famiglia imperiale da Tobolsk a Ekaterinburg.

La scelta di Ekaterinburg era dettata da ragioni politiche. Il Soviet degli Urali, di cui Ekaterinburg faceva parte, era guidato da esponenti del partito molto vicini a Mosca e desiderosi di ottenere prestigio politico con l’esecuzione di incarichi ufficiali. Si può infatti far notare che Ekaterinburg non possedesse affatto i requisiti di luogo sicuro per dei prigionieri cosi importanti. Quando i Romanov vi furono trasferiti, l’esercito dei Bianchi era vicino alla città e ogni decisione era destinata ad esser presa sull’onda della fretta e dell’isteria provocata dalle continue pressioni nemiche.
In ogni caso le sollecitazioni del Soviet degli Urali che si muoveva sotto l’ala protettrice di Sverdlov, membro dell’esecutivo di Mosca e smaliziato collaboratore di Lenin, fecero si che lo Zar, la sua famiglia ed il loro ridotto seguito fossero in fine trasferiti a Ekaterinburg. Il temerario trasferimento avvenne nell’aprile del 1918 e ne fu protagonista il commissario Vasilij Jakovlev.
Costui si presentò al Soviet di Tobolsk come inviato straordinario del Sovnarkom (Consiglio dei Commissari del Popolo) autorizzato a trasferire lo Zar da Tobolsk a Mosca e non a Ekaterinburg. Aveva con sé un permesso firmato da Lenin e Sverdlov in persona. Malgrado qualche sospetto i bolscevichi di Tobolsk gli permisero di comunicare allo Zar di prepararsi per l’imminente partenza. Così Nicola, l’imperatrice Alessandra Fëdorovna e una delle loro figlie, la granduchessa Maria salirono sul treno nella notte del 14 aprile 1918 diretti a Mosca. Il resto della famiglia rimase a Tobolsk poiché lo zarevic era stato colpito da una crisi di emofilia e le altre tre sorelle Olga, Tatiana e Anastasia avevano deciso di rimanere con lui per accudirlo.

Durante la notte il convoglio imperiale deviò e si diresse verso Omsk, ad oriente nel cuore della Siberia. Tuttavia gli atteggiamenti del commissario Jakovlev avevano molto

Il piano di Jakovlev
venne sventato
sebbene continui
ad apparire come
un episodio mai
chiarito in tutti
i suoi particolari

insospettito i soldati di Tobolsk che avvertirono il Soviet degli Urali circa il trasferimento in corso. Fu emesso così l’ordine di bloccare immediatamente il treno dello Zar e di riportarlo a Ekaterinburg.
Il piano di Jakovlev venne sventato sebbene continui ad apparire come un episodio mai chiarito in tutti i suoi particolari. La storiografia avanza dubbi sulla natura delle manovre del commissario; infatti, sebbene possedesse tutti i permessi accordatigli dalla leadership bolscevica, si sospettò che Jakovlev fosse stato in realtà una spia inglese e che l’Inghilterra attraverso il suo agente avesse inteso dare segretamente ospitalità allo Zar. La questione resta comunque controversa. Jakovlev sostenne di essere sempre stato portato a credere che la destinazione finale dei Romanov era Mosca per portare lo Zar davanti ad un tribunale aperto e processarlo, ma nonostante le sue affermazioni, emerge dai documenti ufficiali che l’unico membro del Consiglio dei Soviet favorevole a concedere allo Zar il diritto ad essere giudicato era Trockij. Il Sovnarkom, e Lenin per primo riteneva che nel caso in cui il processo si fosse risolto con una condanna a morte, il governo bolscevico avrebbe subito una propaganda negativa. In più, era solo lo Zar a dover essere sottoposto a giudizio e non tutta la sua famiglia, per cui non si può credere che Mosca fosse incline a celebrare un pubblico processo. L’incongruenza di tali eventi ha permesso il generarsi di molte leggende sul conto di Jakovlev

E’ chiaro che la decisione di Mosca di portare i Romanov via da Tobolsk era dovuta non solo ai timori per una loro probabile fuga ma soprattutto all’interesse espresso dal Soviet di Ekaterinburg di detenere il “cittadino Romanov”, come presero a chiamarlo i bolscevichi. L’ostilità che molti dei rivoluzionari al potere, e anche dei comuni cittadini, nutriva nei confronti di Nicola II andava al di là di una semplice rivalità politica. Era invero un sentimento analogo al rancore, ad una vendetta privata, una “questione personale”. Per questo motivo, spogliare l’ex Zar del suo titolo per chiamarlo “cittadino Romanov” significava certo una stretta osservanza delle regole, che imponevano l’uguaglianza di ogni cittadino, ma anche una rivalsa su chi aveva per così tanto tempo e così spudoratamente tiranneggiato sul paese.
In un’ottica di antitesi abbiamo voluto iniziare il nostro racconto, descrivendo una fotografia delle giovani Romanov. I loro abiti cosi bianchi ed eleganti, i loro sguardi inconsapevoli, ci sono parsi come un terribile contrasto con ciò che sarebbe successo pochi anni più tardi. Nell’aprile del 1918 i convogli imperiali arrivarono alla stazione di Ekaterinburg. Proprio in aprile, quando il disgelo della neve rende le strade fangose, le giovani granduchesse scesero dal treno. I testimoni che descrissero la scena ci pongono di fronte ad un quadro ben diverso da quello della foto; erano ormai persone comuni, prigioniere, donne vestite sobriamente che scendono dal treno senza nessun aiuto, sono costrette a portare da sé i bagagli, essendo loro negata qualsiasi assistenza, trascinano le loro vesti nel fango della strada e la nitidezza dei loro abiti da quel momento sparirà per sempre. Tre mesi più tardi moriranno tutti.

Alla stazione di Ekaterinburg quella mattina c’era molta gente ad attendere la famiglia imperiale. Erano furenti; alcuni anarchici chiedevano a voce alta l’immediata esecuzione dello Zar, insinuando che il Soviet aveva perso già troppo tempo e che avrebbe dovuto infliggergli la punizione che meritava.
Bisogna tener conto che Ekaterinburg era una roccaforte bolscevica. Il Soviet locale era amministrato da abili leader che avevano reso la città il punto di riferimento politico della regione degli Urali. Tra questi vi era Filipp Goloscekin, diventato ne febbraio di quell’anno

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Ekaterinburg: la villa-prigione
dello Zar e dei parenti

Commissario militare del Soviet degli Urali, che manteneva stretti contatti con Sverdlov a Mosca. Oltre alla leadership politica, la popolazione di Ekaterinburg e degli Urali in genere era fortemente orientata verso il modello bolscevico.
Ekaterinburg era la capitale degli Urali dove grazie alle estrazioni di consistenti quantità di ferro, oro, rame, malachite e marmo vi era stato un abbondante flusso di denaro che aveva reso possibile la costruzione di diverse opere di interesse pubblico. La città era ricca e attiva e la presenza di una grande quantità di lavoratori ne aveva probabilmente indirizzato gli interessi politici.
In ogni caso Ekaterinburg significò per lo Zar e la sua famiglia l’ultimo passaggio verso la morte.
Il 27 aprile una delegazione del Soviet si recò nella abitazione privata dell’ingegner Nikolai Ipatiev, una villa in stile borghese costruita sull’ampio viale Voznesenskij che attraversava il centro della città, per ordinagli di fare le valigie e lasciare l’alloggio entro ventiquattro ore.

Alle sue inutili proteste fu risposto che il Soviet aveva bisogno dell’edificio per “ragioni di stato”. La casa di Ipatiev era stata scelta per alloggiare la famiglia dello Zar, sotto la sorveglianza di un gruppo di carcerieri.. Il tranquillo stabile sembrò rappresentare la soluzione più adatta alla detenzione dei prigionieri; era sufficientemente spazioso ed era situato al centro della città, in modo da poter essere sorvegliato più facilmente.
Una singolare coincidenza legava il nome di “Ipatiev” alla famiglia dei Romanov. Trecento anni prima, proprio nel monastero di Ipatiev, vicino all’antica città di Kostroma, Mikhail Romanov era stato proclamato Zar, dando origine alla dinastia dei Romanov; ora quello stesso nome stava per legarsi al loro definitivo tramonto.
Il 28 aprile i bolscevichi presero possesso della palazzina: imbiancarono i vetri delle finestre del primo piano in modo da impedire che si potesse guardare dentro e vedere fuori ed eressero un recinto in legno tutto intorno alla proprietà. Il Soviet degli Urali ribattezzò la dimora con l’inquietante nome di doma osobogo naznacenija, “casa a destinazione speciale”.
Ciò che accadde nei sessantotto giorni di prigionia può essere ricostruito dai diari di Nicola, dalle lettere di Alessandra, dai memoriali delle guardie, dai telegrammi con cui Mosca era costantemente aggiornata sulla situazione dei prigionieri e dai documenti degli ordini sul regime che bisognava mantenere all’interno di Dom Ipatiev, la casa di Ipatiev. La famiglia imperiale fu confinata al primo piano della casa dove aveva a disposizione numerose stanze.

Dall’ingresso principale una grande scala di legno intagliato conduceva al primo piano. Analizzando la pianta di questo piano si nota che la prima stanza era occupata dal comandante delle guardie Avdeed, le stanze accanto dal resto delle sentinelle, in fondo al corridoio vi era un salotto doppio e una camera da pranzo. Sullo stesso piano si trovavano le camere da letto destinate alla famiglia imperiale, costretta a dormire in pochissimo spazio, e a ciò che era rimasto del loro seguito: il dottor Botkin che si occupava del piccolo Aleksej e la signora Demidova, dama di compagnia dell’imperatrice.
A differenza del trattamento riservato precedentemente ai Romanov, la realtà della prigionia a Ekaterinburg iniziò a mostrarsi in tutta la sua durezza. Dom Ipatiev era sorvegliata da dieci guardie armate disposte in modo da avere una visuale complessiva del viale Voznesenskij (in russo vuol dire “Ascensione”) e di tutti gli ingressi del villino. Il corpo di guardia era formato da operai scelti nell’ambito delle fabbriche locali; questi uomini mostravano mancanza di educazione e di rispetto nei confronti dei prigionieri ma c’è da presumere che il loro comportamento fosse anche il frutto di ordini severi impartiti da Mosca. In un fonogramma riguardante le condizioni del confino imperiale, inviato da Sverdlov a Ekaterinburg il 13 maggio 1918, si indica in chiari termini che la volontà del Comitato Centrale di Mosca era quella di mantenere Nicola II sotto stretta sorveglianza.

Ai primi di luglio avvenne uno strano episodio: risultò che il commissario della casa, Avdeed, insieme con il suo assistente Moshkin, era stato sorpreso a rubare gli effetti personali della famiglia imperiale e perciò era stato prontamente arrestato. Tutto il corpo di guardia fu sollevato dall’incarico e sostituito da una squadra di uomini appartenenti alla Ceka (Commissione straordinaria per la lotta ai controrivoluzionari e al sabotaggio, meglio nota come Polizia segreta, creata il 7 dicembre 1917). Che singolare “tempismo” ebbe Avdeed a farsi sostituire proprio nel momento in cui Mosca era decisa a mettere in casa uomini di fiducia!
Il nuovo commissario della casa divenne Jakov Jurovskij. I suoi uomini consideravano la loro missione con

Che singolare
“tempismo” ebbe
Avdeed a farsi
sostituire proprio
nel momento in cui…

orgoglio e vi attribuivano un peso politico: tenere lo Zar imprigionato era necessario per la salvezza della rivoluzione. Gli aspetti più simbolici ed espressivi della cattività di Ekaterinburg, che si manifestarono soprattutto la notte del massacro dei Romanov, assunsero tale valore anche perché questi uomini sentivano intensamente la responsabilità di dover trattare l’ex Zar come un prigioniero politico.
Da questo momento la disciplina e la sicurezza divennero la più alta priorità a Dom Ipatiev. Nicola II vide nella sostituzione delle guardie addirittura un buon segno e la sollecitudine con cui Jurovskij gli fece recapitare gli oggetti che gli avevano rubato sembrò confermare questa convinzione.

Tuttavia una volta preso il comando della casa, Jurovskij aumentò immediatamente il numero di guardie e impose regole ferree. Con una certa emozione abbiamo scovato nei vecchi archivi di Ekaterinburg i dossier sulle regole di Dom ipatiev, firmate dal pugno di Jurovskij. Prima fra tutte l’obbligo di non parlare con i prigionieri di tali regole e di poter comunicare con loro solo attraverso autorizzazioni del comandante. In nessun caso era consentito parlare di politica e mancare loro di rispetto. Non erano ammessi visitatori; se ne entrava qualcuno doveva avere il permesso nominale del capo del Soviet degli Urali, che nel frattempo era diventato Belobodorov in sostituzione di Goloscekin. Gli ospiti dovevano esprimersi in russo. Anche la corrispondenza era ridotta al minimo e controllata dal comandante. Fu redatta persino una lista dei vicini di casa, i loro nomi e le professioni. Le misure di sicurezza furono dettate da esigenze pratiche ma rispecchiarono anche gli ideali di ordine e disciplina che ispiravano i bolscevichi e soprattutto gli attivisti della Ceka in quegli anni.
Nonostante le regole rigorose in casa, si sa con certezza che quattro lettere segrete raggiunsero la famiglia imperiale. L’idea di organizzare una fuga da Dom Ipatiev sembrava occupare i pensieri di molti monarchici a Ekaterinburg ma la città era assediata da oltre diecimila guardie rosse e spie ad ogni angolo e in ogni casa. Fuggire era una follia. Ma probabilmente queste missive potrebbero esser state il frutto di un complotto ordito dalla Ceka per screditare i Romanov e fornire false prove sulla tentata fuga.

In ogni caso la corrispondenza venne interrotta a fine giugno e improvvisamente la sorveglianza si intensificò. La guerra civile stava scuotendo il paese, il regime era instabile, soprattutto dopo la firma di Brest-Litovsk e l’offensiva della Legione cecoslovacca minacciava il controllo dei bolscevichi negli Urali. Il governo si trovava di fronte ad una grave crisi politica e militare.
Ekaterinburg era diventata un obbiettivo delle forze controrivoluzionarie e i bolscevichi sentivano che presto sarebbe caduta, consegnando lo Zar nelle mani avversarie. Questa ultima possibilità era diventata un’ossessione per il Comitato Centrale. Durante i primi giorni di luglio del 1918 l’Armata cecoslovacca era arrivata a poche centinaia di chilometri da Ekaterinburg, il piano di evacuazione degli Urali era in atto, la città era nel caos. Mosca doveva liberarsi dei Romanov!
Le diverse teorie che attribuiscono la paternità della decisione ora all’una ora all’altra parte, sono considerate poco più che attraenti speculazioni. Alla luce dei documenti resi accessibili dopo la glasnost, si può affermare che la decisione di giustiziare la famiglia imperiale fu presa da Mosca e che proprio Mosca aveva richiesto il passaggio della responsabilità della custodia dei prigionieri dal Soviet degli Urali alla Ceka.
Numerosi telegrammi furono spediti durante l’inizio dell’estate tra Mosca e Ekaterinburg e da questi emergono le costanti pressioni esercitate vicendevolmente che poi spinsero alla soluzione definitiva. Eppure risulta incomprensibile il motivo dell’accanimento contro la famiglia dello Zar e il suo seguito.

Il movente dell’assassinio dello Zar e dello zarevic come diretto erede al trono è riferibile a chiari motivi politici, ma l’omicidio delle altre nove persone appare del tutto insensato. Il massacro di Ekaterinburg è da molti storici considerato come il preludio dei massacri del XX secolo.
Non intendiamo quindi giustificare il gesto dal punto di vista etico. Tuttavia, in un clima di totale incertezza vissuta dal governo bolscevico durante la delicatissima fase della guerra civile, i rischi connessi al mantenimento in vita dei Romanov parvero a Lenin troppo alti. In questa ottica pragmatica politico-militare possiamo in qualche modo afferrare le motivazioni di Mosca.
Il 16 luglio un telegramma inviato al Cremlino asseriva che non era più possibile aspettare, che bisognava notificare l’opinione di Mosca senza alcun ritardo e si invitavano Lenin e Sverdlov a mettersi in contatto con Ekaterinburg per occuparsi personalmente di tali questioni.
Ekaterinburg era ormai deserta, le truppe antibolsceviche accerchiavano la città, gli spari si sentivano in lontananza.
Il 17 luglio, mentre per i prigionieri la giornata trascorreva come tante altre, Jurovskij aveva convocato il suo braccio destro Medvedev per comunicargli la decisione ormai presa. Nella notte Jurovskij svegliò il dottor Botkin e gli chiese di avvisare la famiglia che la situazione di Ekaterinburg era a rischio e che quindi, per la loro incolumità, dovevano vestirsi immediatamente e passare la notte nei sotterranei. Nel podval, il seminterrato di Dom Ipatiev era stato predisposto un plotone di esecuzione formato da undici soldati, compreso Jurovskij.

Alle due di quella notte scesero nel podval Nicola con Aleksej in braccio, Alessandra e le

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Particolare della stanza che
vide la strage dei Romanov

figlie, la domestica Anna Demidova, il dottor Botkin, il domestico Aleksej Trup e il cuoco Ivan Haritonov. Scesero lungo ventitre gradini, entrarono nei locali dello scantinato e furono fatti sedere. Lì, mentre i prigionieri lo guardavano ansiosamente, Jurovskij lesse la loro condanna a morte: «Considerato il fatto che i vostri parenti continuano l’offensiva contro la Russia Sovietica, il Comitato Esecutivo degli Urali ha deciso di giustiziarvi ». Si iniziò a sparare. Dopo venti minuti di fuoco incessante alcune delle vittime erano ancora assurdamente vive. Le guardie erano sgomente, non riuscivano ad uccidere Aleksej che strisciava sul pavimento insanguinato, tre granduchesse si muovevano percettibilmente, i soldati le trafissero con le baionette ma non riuscivano a farle morire. Più tardi si scoprirà che i loro corsetti erano imbottiti di pietre preziose che le ragazze vi avevano cucito all’interno per non farsele sottrarre dalle guardie. Dunque le pallottole incontravano resistenza nel trapassare i corpi. Tutto il plotone di esecuzione aveva assistito incredulo alla inaspettata difficoltà nell’uccidere persone inermi. Gli uomini erano in uno stato confusionale. Le circostanze apparivano misteriosissime, inverosimili, pregne di infausti presagi e le guardie erano sconvolte. La portata emotiva dell’eccidio li aveva davvero colpiti.

Solo alle tre del mattino, assicuratisi della morte di tutti i prigionieri, gli uomini deposero i cadaveri su un furgone Fiat e partirono alla volta della foresta dei Koptjaki a circa venti chilometri da Ekaterinburg. Costretto ad agire in fretta e senza ordini precisi, Jurovskij pensò di disfarsi dei corpi gettandoli nella vecchia miniera ma prima li cosparse di acido solforico per renderli irriconoscibili e per evitare le esalazioni delle salme. Poi, una volta sepolti i cadaveri, gli uomini di Jurovskij fecero esplodere qualche granata per colmare la buca che fu infine ricoperta di travi e fango. I cadaveri vennero danneggiati al punto di compromettere ogni futura analisi per la loro identificazione.
Tuttavia la morte dei Romanov, anche se portata a termine con la massima segretezza, aveva generato voci che si stavano diffondendo a Ekaterinburg e che tormentavano Jurovskij; ecco perché fu stabilito di cambiare il luogo della sepoltura e di dar fuoco a due dei cadaveri. Ma perché mai Jurovskij ordinò di bruciare quei corpi? Un fitto mistero avvolge i fatti di quella notte e molte domande rimangono insolute. Una di queste è direttamente collegata ad un’avvincente caso che ebbe luogo in Europa qualche tempo dopo. Accadde che il 17 febbraio del 1920, diciannove mesi dopo il massacro di Ekaterinburg, una giovane donna saltò da un ponte, nel canale di Landwehr a Berlino. Salvata miracolosamente e portata in ospedale, la Fräulein Unbekannt, la signorina sconosciuta, dichiarò di essere la Granduchessa Anastasia Romanov.

La storia di questa donna, che successivamente prese il nome di Anna Anderson, ritrae uno degli episodi più seducenti del mistero legato ai Romanov e ha lasciato il mondo sospeso nel dubbio. Solo molti anni dopo, attraverso la comparazione del suo DNA con quello del Granduca di Edimburgo, discendente dei Romanov da parte di madre, si accertò che Anna Anderson non apparteneva alla famiglia uccisa a Ekaterinburg.
Tornando a noi, il 17 luglio 1918, all’indomani della strage consumata nei sotterranei di Dom Ipatiev, un telegramma inviato dal Soviet degli Urali avvisava Sverdlov e Lenin che a causa dell’imminente arrivo dei Bianchi in città, “Nicola Romanov era stato giustiziato e la famiglia era stata evacuata e condotta in un luogo sicuro”. Solo alcune ore più tardi giungerà agli stessi destinatari la notizia che “la famiglia aveva seguito le sorti del capo e ufficialmente doveva risultare morta durante l’evacuazione”. La notizia del decesso dello Zar venne diffusa da Mosca in tutta la Russia ben due giorni dopo, il 18 luglio, attraverso l’emanazione di un ormai celebre ciclostilato che spiegava le cause della fucilazione di Nicola Romanov, specificando che la famiglia era nascosta in un posto sicuro e che la decisione di fucilare lo Zar era stata presa dal Soviet degli Urali. Ne derivò un pieno sostegno della stampa e della opinione pubblica locale all’operato dei bolscevichi. Ciò nonostante Ekaterinburg il 25 luglio cadde nelle mani dei Bianchi. Le loro avanguardie, una volta entrate in città si diressero immediatamente verso Dom ipatiev sperando di trovarvi lo Zar ma vi trovarono solo alcune delle loro icone.

Nel perlustrare la casa scesero nel podval dove le tracce del massacro erano ancora evidenti

Un fitto mistero
avvolge i fatti
di quella notte
e molte domande
rimangono insolute

così cercarono inutilmente i cadaveri intorno all’abitazione. Dopo l’ingresso a Ekaterinburg i Bianchi decisero di avviare un’istruttoria sulla misteriosa morte di Nicola II condotta sotto la direzione del magistrato Nikolai Aleksevich Sokolov. La mole di lavoro che egli svolse tra gli Urali e la Siberia fu davvero amplissima. Sokolov portò avanti le sue indagini anche all’estero dove si trasferì dopo la pubblicazione del suo libro Ubijstvo Carskoi Cem’i, L’assassinio della famiglia dello Zar, posto sotto censura permanente per oltre mezzo secolo (la nuova edizione di questo elaborato fu pubblicata nel 1991). Sokolov cercò di imprimere un modello giurisprudenziale alle sue conclusioni che poi assunsero un significato politicamente grave. In base all’analisi delle testimonianze delle guardie egli concluse, smentendo le dichiarazioni ufficiali, che tutta la famiglia era stata fucilata e designò Mosca come promotrice di ogni decisione riguardo la famiglia imperiale; in effetti Sokolov pose la delicata questione del come poteva essere stato possibile per il Soviet di Ekaterinburg dare esecuzione all’omicidio di propria iniziativa se non poteva neppure diffonderne l’annuncio senza il consenso di Mosca.
Coerentemente con queste conclusioni, il principale responsabile dell’esecuzione dei Romanov è stato sempre indicato in Sverdlov che dopo aver ricevuto il telegramma con la notizia della morte iniziò a festeggiare e a manifestare soddisfazione. Fu un grave errore da parte sua perché la maggior parte dei libri di storia sovietica lo indicarono dall’ora come il mandante della strage.

Il materiale fornito da Sokolov servì come supporto ad altre istruttorie come quella Diterikhs, convinto antibolscevico e Pierre Gilliard, tutore dello zarevic.
Un’altra interessante analisi fu condotta da Pavel Bykov, membro del Comitato Esecutivo del Soviet degli Urali. La sua versione risulta verosimile grazie alla profonda conoscenza che egli aveva del contesto politico e sociale degli Urali a quel tempo. Nonostante la sua fede bolscevica egli propose una esposizione paradossalmente somigliante a quella di Sokolov. Bykov sostenne infatti che tutti i Romanov furono uccisi, che in seno al Consiglio degli Urali gli unici favorevoli alla morte erano gli Eseri, un gruppo di rivoluzionari socialisti e che dunque il ruolo giocato da Mosca fu quello principale. Per questo motivo, anche lo scritto di Bykov fu posto sotto rigida censura e venne pubblicato in Russia solo dopo la glasnost, mentre in Europa fu possibile leggerlo già negli anni Settanta.
L’estate del 1918 fu un periodo estremamente critico per il regime bolscevico. La rottura delle relazioni diplomatiche in Europa ne aveva determinato non solo l’isolamento ma aveva anche favorito il sostegno di Inghilterra e Francia ai Bianchi. Fortunatamente per loro l’aggressione dei Bianchi non superò mai le aspettative. Trockij fermò l’avanzata nemica su Mosca lanciandosi in una furiosa controffensiva. Nell’autunno del 1919 le ambizioni dei Bianchi furono drasticamente represse in seguito al fallimento della conquista di Pietroburgo, nonostante il sostegno di Parigi.

L’armata Rossa, con Trockij al comando inseguì le truppe Bianche fino al lago Baikal estendendo così il potere bolscevico fino ad Irkutsk già all’inizio del 1920.
Nello stesso periodo arrivavano buone notizie dal fronte occidentale: l’Ucraina era rimasta passiva alle sollecitazioni dei Bianchi e dunque era decisa ad appoggiare l’Armata Rossa contro la vicina Polonia che stava ne tentando l’invasione. I polacchi furono così scacciati dell’Ucraina.
Nel 1921 la guerra civile in Russia era finita. La vittoria dei bolscevichi poteva essere attribuita al grande impatto di violenza e terrore affiancato ad un programma semplice ed essenziale.
Con la fine della guerra Ekaterinburg si trovò esausta e in rovina come il resto della Russia. La siccità e una terribile carestia sconvolsero il paese. Ekaterinburg, un tempo fiorente centro industriale, ricca di estrazioni di metalli era in ginocchio. Le attività commerciali private, principale motore finanziario degli Urali, erano state dichiarate illegali e lo stato era incapace di assolvere sufficientemente le sue funzioni. Nell’area di Ekaterinburg la produzione si ridusse al 20% del livello prebellico. Anche l’agricoltura risentì enormemente della crisi; la produzione era calata al 37% e i contadini reagivano alle requisizioni rifiutandosi di coltivare la terra. Si ebbero scioperi nelle fabbriche violente sollevazioni represse dall’Armata Rossa. Su questo sfondo di profonda insoddisfazione Lenin nel 1921 varò la “Nuova Politica Economica”, NEP, destinata a stimolare l’interesse dei contadini alla produzione e a regolarizzare l’andamento economico del paese.

Tuttavia la NEP rappresentò per Lenin un compromesso per via del riconoscimento di benefici di stampo

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Jurovskij, comandante della Ceka
ed esecutore dell’eccidio

capitalista accordati ai contadini, quindi da un lato lo stato mantenne il controllo dei maggiori motori economici del paese e dall’altro non contrastò lo sviluppo dei privati. Per cui le attività dei contadini furono incentivate (anche se già nel 1925 ritornarono ad essere frenate).
In questa fase il governo bolscevico conobbe la vera affermazione, Mosca era il centro di un potere la cui autorità cresceva a ritmo serrato. Il mondo intero cercava di rialzarsi dalle distruzioni della grande guerra e nuovi scenari mondiali prendevano il posto dei vecchi.
Per evitare che il potere bolscevico potesse essere oscurato dai fantasmi del passato, il nome dei Romanov fu cancellato da ogni luogo e da ogni scritto. Era vietato parlarne e farvi ogni tipo di riferimento. Mosca non intendeva misurarsi con errori ancora troppo recenti e ferite aperte.
In questo panorama internazionale e interno costellato da vorticosi cambiamenti e punti focali per la storia del Ventesimo secolo, la vicenda di Dom Ipatiev, teatro della morte dell’ultimo Zar di Russia, rimase forzatamente ai margini di tali centri d’interesse. Nonostante ciò, nel corso del settantennio sovietico vari avvenimenti tornarono più volte ad accendere i riflettori sulla misteriosa casa, restituendoci un singolarissimo scorcio di Russia ancora poco noto.

BIBLIOGRAFIA

  • The last act of a Tragedy, Alekseyev Vladimir V., Russian Heritage, Ekaterinburg, 1996
  • La Rivoluzione Bolscevica: dal 1918 al 1923, Carr Edward, Einaudi, Torino, 1964
  • Nikolai II, Ferro Mark, Payot, Parigi, 1990
  • Thirteen years at the Russian Imperial Court, Gilliard Pierre, Doran, New York, 1921
  • Enquete sur le massacre des Romanovs: vèritès et lègendes, Grey Marina, Libraire Acadèmique, Parigi, 1987
  • Dvadzat’tri stupieni vniz, [Ventitré gradini in basso], Kasvinov M.K., Mosca, 1990
  • La rivoluzione Russa, Pipes Richard, Mondadori, Milano, 1994
  • L’ultimo Zar: vita e morte di Nicola II, Radzinsky Edward, Baldini e Castoldi, Milano, 1992
  • Storia della Russia dalle origini ai giorni nostri, Riasanovsky Nicholas, Oxford University Press, Oxford, 1984
  • Ubijstvo Carskoi cem’i, Sokolov Nikolai Aleksevic, Mosca, 1921, Parigi, 1925

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GLI ZAR, LENIN, E I BANCHIERI

martedì 4 giugno 2013
Sempre da “Pedine nel gioco” del comandante canadese W.G. Carr, la storia della rivoluzione russa che NON ci hanno insegnato a scuola.

“Benjamin Disraeli, primo ministro britannico, descriveva lo zar Alessandro II come “il principe più benevolo che abbia mai governato la Russia”. Alessandro dedicò la sua vita a migliorare le condizioni dei contadini, dei poveri, degli ebrei. Nel 1861 affrancò 23 milioni di servi della gleba. Permise a tutti i laureati ebrei di stabilirsi e assumere posizioni di governo in tutta la Russia.

Nonostante ciò, i leader rivoluzionari ebraici erano decisi a continuare il loro movimento per la rivoluzione popolare mondiale. I loro gruppi terroristici commettevano un’atrocità dopo l’altra, e inculcavano l’idea della rivoluzione violenta nelle menti dei lavoratori. Nel 1866 fecero il primo tentativo di uccidere Alessandro II. Vi riprovarono nel 1879. Per miracolo entrambi i tentativi fallirono. Alessandro doveva comunque essere eliminato, perché il suo governo benevolo stava smentendo la loro pretesa che le riforme si potevano attuare solo con la rivoluzione. L’assassinio del “piccolo padre” riuscì nel 1881, e provocò un diffuso risentimento, espresso in molte parti della Russia con violenza spontanea contro la popolazione ebraica.

Il governo russo reagì con le dure “Leggi di Maggio”; lo zar Alessandro III pronunciò il 3 settembre 1882 il seguente discorso: “Il governo ha prestato attenzione agli ebrei, ai loro problemi e al loro rapporto con gli altri abitanti dell’impero, per far luce sulle tristi conseguenze che la loro condotta degli agli affari ha sulla popolazione cristiana. Con poche eccezioni, essi non si sono dedicati al benessere del paese, ma a defraudare la popolazione russa. In particolare hanno sofferto i poveri, e questa condotta ha causato atti di violenza contro gli ebrei. Il governo, mentre da una parte sta facendo del suo meglio per reprimere queste violenze e salvare gli ebrei dall’assassinio, dall’altra ha deciso di adottare misure severe per mettere fine all’oppressione da questi praticata sugli altri abitanti.”

Le Leggi di Maggio erano state varate anche perché gli economisti russi avevano avvertito che l’economia nazionale era in pericolo se non si fossero prese misure per fermare le attività illegali degli ebrei.

I banchieri internazionali imposero subito sanzioni economiche contro l’impero russo, e lo ridussero quasi alla bancarotta.

Nel frattempo, era stato fondato il Partito Socialista Rivoluzionario. A un uomo totalmente spietato di nome Gershuni erano stati fatti organizzare i Gruppi Terroristici. I leader del partito rivoluzionario enfatizzavano l’importanza che vi fossero arruolati anche i non-ebrei, a patto che superassero dei test. Per Alexander Ulyanov, il test consistette nel partecipare al complotto per uccidere lo zar Alessandro III. Il complotto fallì. Alexander Ulyanov fu arrestato, condannato e giustiziato. La sua uccisione spinse il suo fratello più giovane, Vladimir, ad abbracciare la causa rivoluzionaria, prendendo il nome di Lenin.

Lenin aveva ricevuto educazione universitaria ed era stato ammesso alla pratica di legge, ma non aveva mai esercitato. Fu presto riconosciuto come un intellettuale, e ancora ventenne frequentava i leader del Partito Rivoluzionario. Voleva scoprire quanto più possibile su chi dirigeva i vari gruppi rivoluzionari. Nel 1895, a 25 anni, andò in Svizzera per riunirsi col fratello Plekhanov, che lì si era rifugiato per evitare di essere giustiziato come l’altro fratello maggiore. In Svizzera, Lenin e suo fratello si unirono a Vera Zasulich, Leo Deutch, P. Axelrod, e Julius Tsederbaum, che erano tutti ebrei. Tsederbaum era giovane come Lenin. Si era guadagnato una reputazione in Russia come spietato terrorista e consumato sobillatore. Cambiò il suo nome in Martov e divenne leader dei menscevichi, mentre Lenin quello dei bolscevichi.

Lenin fondò il Comintern, ovvero il Comitato Internazionale di Programmazione Rivoluzionaria. Studiò a fondo la rivoluzione francese. Quando scoprì che i poteri occulti dietro di questa erano ancora attivi, vi si associò. I banchieri lo scelsero come loro agente di primo piano in Russia. Avrebbe fatto credere ai membri del Comintern di essere loro i cervelli, ma in realtà li avrebbe manipolati affinché avanzassero i piani dei banchieri internazionali. In caso qualche leader fosse sfuggito di mano, sarebbe stato eliminato.

Stabilita la strategia, Lenin tornò in Russia con Martov per organizzare la sua campagna di raccolta fondi, basata su ricatti, rapine, estorsioni, e altre pratiche illegali. Vennero organizzati scioperi e incoraggiati gli scontri fisici con la polizia. Lenin fu arrestato e mandato con la moglie e la suocera in Siberia, dove riceveva dallo stato abbastanza per pagare vitto e alloggio. Fu lì che decise di fondare un giornale per combinare tutte le menti rivoluzionarie. Finito l’esilio nel 1900, gli fu dato il permesso di tornare in Svizzera, dove gli agenti dei poteri occulti approvarono la sua idea, e il giornale (Iskra) fu pubblicato. Le copie erano introdotte in Russia e altri paesi attraverso le logge del Grande Oriente.

Nel 1901 i gruppi terroristici assassinarono Bogolepov, il ministro dell’istruzione che, con le Leggi di Maggio, aveva limitato l’ammissione degli studenti ebrei alle scuole pubbliche per renderla proporzionale alla percentuale di ebrei nella popolazione.

Nel 1902 fu assassinato Sipyagin, ministro dell’interno che, sempre con le Leggi di Maggio, aveva reintrodotto l’obbligo per gli ebrei di risiedere solo in specifiche aree.

Nel 1903 fu ucciso Bogdanovich, governatore di Ufa, nel 1904 Vischelev von Plehve, il primo ministro.

Nel 1905 scoppiò la prima rivoluzione su larga scala. Questa fu favorita dal conflitto russo-giapponese, provocato ad arte dai banchieri internazionali. Nel 1904, dopo aver coinvolto la Russia in una guerra disastrosa contro il Giappone, i Rothschild non mantennero la promessa di aiuti finanziari, mentre la Kuhn-Loeb & Co. di New York continuava a concedere al Giappone tutto il credito richiesto. Per rendere la sconfitta della Russia certa, venivano sabotate le linee di trasporto e comunicazione che attraversavano la siberia. In questo modo, sia l’esercito che la marina russi restarono a corto di approvigionamenti e rinforzi.

Jacob Schiff, partner della Kuhn-Loeb & Co. che finanziava il Giappone, scrisse così al conte Witte, l’emissario dello zar alle negoziazioni di pace, tenutesi a Portsmouth, USA, nel 1905:

“Possiamo aspettarci che l’influenza degli ebrei americani sull’opinione pubblica sarà favorevole al paese che ha sistematicamente degradato i loro consanguinei? … Se il governo russo non assicurerà sicurezza e uguali opportunità in tutto l’impero alla popolazione ebraica, voi, che siete non solo uno statista lungimirante, ma anche un grande economista, sapete bene che il destino della Russia, e la sua fine, saranno segnati.”

L’ipocrisia di Jacob Schiff si capisce ancora meglio se si considera che dal 1897 aveva finanziato i terroristi in Russia, così come la tentata rivoluzione del 1905.

Dopo il fallimento di quest’ultima, lo zar Nicola II mise in moto riforme radicali. Intendeva trasformare la Russia da monarchia assoluta a limitata. Venne varata la riforma agraria di Stolypin, che garantiva assistenza finanziaria ai contadini affinché potessero acquistare essi stessi le fattorie. Incoraggiando la piccola proprietà, lo zar intendeva stroncare i piani comunisti. Ma i rivoluzionari non erano minimamente soddisfatti. Nel 1906 un gruppo terrorista cercò di uccidere Stolypin, distruggendo la sua casa con una bomba. Molti altri attentati furono organizzati per eliminarlo, finché una sera del 1911 il Grande Emancipatore fu ucciso a sangue freddo da un avvocato ebreo di nome Mordecai Bogrov.

Molte delle riforme proposte da Stolypin furono attuate comunque dopo la sua morte: nel 1912 venne garantita agli operai l’indennità di malattia e di infortunio in ragione dei due terzi e dei tre quarti dello stipendio, venne dato stato legale ai giornali rivoluzionari, ed espansa la scuola pubblica. Non appena nel 1913 lo zar concesse l’amnistia a tutti i prigionieri politici, questi ricominciarono a complottare per la caduta del governo. I terroristi chiedevano la liquidazione della famiglia reale, nonostante le riforme fossero state accolte con favore dalla maggioranza dei russi.

A causa della nebbia creata dalla propaganda comunista, è difficile per la persona ordinaria credere che gli zar e i nobili non erano mostri barbuti che schiavizzavano i contadini, violentavano le loro donne, e passavano i bambini a fil di spada mentre attraversavano i villaggi al galoppo. Perciò citerò Bertram Wolfe, che era anti-zarista e pro-rivoluzionario. A pagina 360 del suo libro “Tre che fecero la rivoluzione”, dice:

“Tra il 1907 e il 1914, con la riforma agraria di Stolypin, 2 milioni di contadini e le loro famiglie diventarono proprietari della terra. Al primo gennaio 1916, erano diventati 6 milioni e 200.000. Lenin capì che se non si fosse fatta alla svelta la rivoluzione, la riforma avrebbe presto trasformato la campagna in un ambiente che non l’avrebbe più supportata. Nel 1917, quando Lenin incitò i contadini a prendersi la terra, essi ne erano già proprietari per più di tre quarti.”

Nel frattempo, le attività rivoluzionarie finanziate dai banchieri internazionali erano proseguite ovunque: nel 1898 era stata assassinata l’imperatrice d’Austria, nel 1900 re Umberto, nel 1901 il presidente McKinley, nel 1905 il granduca Sergius di Russia, nel 1908 il re e il principe del Portogallo. Tutti questi omicidi erano stati organizzati dagli Illuminati attraverso le logge del Grande Oriente. Guarda caso nel 1907 Megalhaes Lima, vertice del Grande Oriente portoghese, aveva tenuto a Parigi una lezione per le logge massoniche, dal titolo “Portogallo, la necessità di un governo repubblicano”. Poche settimane dopo, il re e il principe furono assassinati. Furnemont, oratore del Grande Oriente del Belgio, disse il 12 febbraio 1911: “Vi ricordate l’orgoglio che provammo quando fu annunciata la rivoluzione portoghese? Per i non-iniziati, era stata un fulmine a ciel sereno. Ma noi, cari fratelli, noi capivamo. Conoscevamo la meravigliosa organizzazione dei nostri fratelli portoghesi, il segreto di quell’evento glorioso.”

I leader del movimento rivoluzionario e gli alti gradi della massoneria continentale si riunirono in Svizzera nel 1912. Fu in quell’incontro che decisero di assassinare l’arciduca Francesco Ferdinando per far scoppiare la prima guerra mondiale. Nella “Rivista internazionale delle società segrete” del 15 settembre 1912, a pagina 787 leggiamo che un massone svizzero di alto grado aveva dichiarato: “L’arciduca è un uomo di valore. E’ un peccato che sia condannato. Morirà sui gradini del trono.”

Fu assassinato, insieme alla moglie, il 28 giugno 1914 a Sarajevo. Il verbale del processo fornisce ulteriori prove. Il 12 ottobre 1914, il presidente del tribunale militare interrogò Cabrinovic, che aveva lanciato la prima bomba all’automobile dell’arciduca.

Presidente: “Mi dica di più sul movente. Sapeva, prima di decidere l’assassinio, che Tankosic e Ciganovic erano frammassoni? Il fatto che lei e loro eravate frammassoni ha influenzato la vostra decisione?”

Cabrinovic: “Sì.”

Presidente: “Ha ricevuto da loro l’incarico di compiere l’assassinio?”

Cabrinovic: “Non ho ricevuto l’incarico da nessuno. La massoneria ha a che fare con l’assassinio perché ha rinforzato la mia intenzione. Nella massoneria, uccidere è permesso. Ciganovic mi disse che i frammassoni avevano condannato l’arciduca a morte più di un anno prima.”

Una volta riusciti a far scoppiare la guerra, i leader del movimento rivoluzionario si misero a convincere gli operai e i soldati che quella era una guerra capitalista, e a dare la colpa di ogni male ai vari governi.

A gennaio del 1917, l’esercito imperiale russo contava quasi 3 milioni di caduti. Il fiore della Russia era morto.

Un astuto sabotaggio dei sistemi di comunicazione, trasporto e approvvigionamento aveva provocato una grave carenza di cibo a San Pietroburgo, proprio in un momento in cui la città era sovrappopolata per l’afflusso di operai. Il cibo venne razionato. L’8 marzo, i leader menscevichi ebrei organizzarono una manifestazione di donne e altri gruppi, con canti rivoluzionari e bandiere rosse. La polizia a cavallo disperse le folle senza alcuna vittima. Sembra avessero ordine di evitare a tutti i costi spargimento di sangue. Lo stesso il 9 marzo, la polizia non usò armi contro la folla. Questa tolleranza infuriò i leader rivoluzionari, che aumentarono gli sforzi per portare la folla allo scontro diretto. Durante la notte, collocarono mitragliatori in posizione nascosta in tutta la città. Il 10 marzo, i rivoluzionari spararono sulla folla in rivolta dalle posizioni nascoste, e dettero la colpa alla polizia. La folla attaccò la polizia, e i carcerati vennero liberati per aumentare la sete di sangue. L’11 marzo il parlamento spedì un telegramma urgente allo zar. Le celle comuniste nel sistema di comunicazioni però gli fecero arrivare un messaggio diverso. Lo zar, misinformato, fece sciogliere il parlamento, privandosi quindi del supporto della maggioranza, che gli era favorevole. Il 12 marzo, il presidente del dissolto parlamento gli spedì un ultimo disperato messaggio, dove tra l’altro diceva: “L’ultima ora è suonata. Si sta decidendo il destino della patria e della dinastia. ” Sembra però che lo zar non abbia mai ricevuto il messaggio. Il controllo delle comunicazioni tramite celle infiltrate in posizioni chiave fu ampiamente usato nei mesi seguenti.

Numerosi reggimenti si rivoltarono e uccisero i loro stessi ufficiali. Inaspettatamente, la guarnigione di San Pietro e la fortezza di San Paolo si arresero, e la gran parte delle truppe si unì alla rivoluzione. Si formò un governo provvisorio, che promulgò l’amnistia a tutti i prigionieri politici.

Dalla Svizzera, Lenin e Martov furono segretamente trasportati in Russia in treno, forti dei finanziamenti dei Warburg e dei banchieri di Ginevra. Appena arrivato in Russia, Lenin attaccò il governo provvisorio che gli aveva concesso l’amnistia. Con l’aiuto di tutti i rivoluzionari che erano rientrati in Russia proprio per l’amnistia, tra cui Trotsky e i suoi seguaci, quasi tutti ebrei newyorkesi, Lenin prese il potere. Una volta raggiunto lo scopo, li condannò quasi tutti all’esilio o a morte.

Mandragola

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IL NODO DELLA PRESENTE GENIALITÀ RUSSA DI DUGIN-PUTIN nel dibattito sul NWO con Olavo de Carvalho

clip_image002[1]L’EDITORIALE DEL VENERDI

di Arai Daniele

“E’ più importante il nemico che l’amico, sceglilo con cura perché tale scelta influenzerà le tue decisioni”, ha detto Carl Schmitt, mentore di Alexander Dugin.

Il nemico numero uno di Dugin è il liberalismo, che egli definisce una forma di darwinismo sociale in cui i più ricchi sopravvivono e si sviluppano, mentre il resto dell’umanità soffre e muore fisicamente e spiritualmente. Dugin lo esprime in un dibattito con il noto pensatore di destra brasiliano Olavo de Carvalho*.

“Il liberalismo è il male più grosso dei nostri tempi, perché inevitabile; a partire dagli anni ’90 esso è un’imposizione che non abbiamo scelto” secondo Alexander Dugin, giovane professore dell’Università di Mosca, “divenuto idolo nella sua patria; le sue conferenze sono affollate; i suoi numerosi libri parlano dei più svariati argomenti che vanno dalla cultura pop alla metafisica, dalla filosofia alla teologia, dagli affari esteri alla politica interna”. Lo afferma Israel Shamir nel suo articolo (vedi http://www.agerecontra.it/public/pres30/?p=11862#more-11862) .

Dugin… “Parla molte lingue, è un lettore vorace e ha reso popolari in Russia molti filosofi occidentali meno noti. È pronto a sondare le acque ancor più profonde del pensiero mistico ed eterodosso con coraggio sconcertante. È personaggio controverso; adorato e odiato allo stesso tempo, mai noioso. È uno studente praticante del misticismo, che ricorda Mircea Eliade e Guenon, praticante ortodosso tradizionalista, studente ardito delle teorie della cospirazione a partire dai Templari e dal Santo Graal, passando per l’Arctogaia di Herman Wirth; è un maestro teorico nell’utilizzo delle teorie di Jean Baudrillard e Guy Debord; ma soprattutto è un instancabile lottatore per la libertà dell’uomo dalla tirannia liberale americana e persino da Maya, realtà virtuale postmoderna, con mezzi politici. Come Alain Soral e Alain de Benoist, considera obsoleta la dicotomia tra Sinistra e Destra. Ciò che conta è la scelta tra Conformità o Resistenza al Nuovo Ordine Mondiale. Dugin è per la Resistenza. A questo scopo, egli si muove come un cane feroce tra le diverse teorie politiche. Fede, tradizionalismo, rivoluzione, nazionalismo e comunismo sono gli ingredienti di cui si serve. Se Chavez fosse stato un predicatore della liberazione con armi nucleari alla Heidegger, la cosa avrebbe poca importanza… Il liberalismo, e la libertà che esso sostiene di promuovere, portano ad una distruzione sociale; liberano l’uomo dalla famiglia, dallo stato, dalla sua identità sessuale e persino dalla sua umanità. Il liberalismo finirà per portare alla sostituzione dell’uomo da parte di cyborg geneticamente modificati.”

Dugin si propone di risolvere il problema ontologico profondo dell’alienazione e diniego dell’Essere con le parole di Martin Heidegger, secondo cui gli antichi greci confondevano l’Essere-in-sé (Sein) con l’esperienza umana di Essere-nel-mondo (Dasein), e questa confusione, nel tempo, ci ha portato al progresso tecnologico e ha introdotto il Nulla. Questo è ciò che vorrebbe superare introducendo l’Essere-nel-mondo come il più fantastico attore della storia. Per i liberali l’individuo è la cosa più importante, per i comunisti è la classe sociale, per i nazisti la razza, per i fascisti lo stato, e per Dugin e il suo Quarto Paradigma è l’Essere-nel-mondo. Così il buio profondo dell’alienazione può diventare luce dell’Essere, dice Dugin.

“Per quanto riguarda la Russia, egli vede la sua terra come possibile base per la resistenza al Nuovo Ordine Mondiale (NWO), insieme ad altri stati che sfidano l’imposizione americana. Non crede che la Russia sia pronta per la grande sfida, è troppo evasiva e divisa, ma è ciò che abbiamo per ora. Il suo vantaggio nucleare potrebbe difendere i primi germogli d’idee nuove dalla giustizia sommaria dello sceriffo del mondo.

La Quarta Teoria Politica è un buon inizio per far conoscere le idee di Dugin ai lettori occidentali. Dopo tutto, anche il rifiuto del nichilismo occidentale fatto da Heidegger è un’idea dell’occidente. Dugin “Ha delineato un’ideologia per Putin, il quale ha usato le sue parole, liberandosi dei pensieri che stavano alla base… ha esaminato ogni concetto o idea dell’est e dell’ovest, anche quelli proibiti e dimenticati, a patto che potessero favorire la Resistenza. Ha usato il comunismo, ma anche le idee derivanti dalle frange più tradizionaliste e radicali, per cui nemmeno Hitler e Mussolini erano sufficientemente estremi. Ha unito teologia, politica e metafisica in un’unica meta-narrazione. Con uno stile lucido e piacevole.

“La quarta teoria politica, pubblicata da Arktosh, ha il medesimo titolo di uno dei più recenti ed importanti libri di Dugin, sebbene sia piuttosto diverso nella sostanza; il titolo più adatto sarebbe Dugin Reader, o Essential Dugin. È stato particolarmente pensato per un lettore occidentale di lingua inglese. Elemento importante: posso io stesso testimoniare, scrivendo sia in russo che in inglese, che, essendo le culture politiche così diverse non è affatto semplice rendere facilmente comprensibile in inglese un testo di filosofia politica russa. Così il libro fornisce un buon punto di partenza per la scoperta di Dugin come filosofo politico.

“Il titolo La Quarta Teoria Politica va contro tre dei più importanti paradigmi (teorie politiche) del secolo scorso, ovvero Liberalismo, Marxismo (inclusi Comunismo e Socialismo) e Fascismo (incluso il Nazionalsocialismo). In una lotta lunga un secolo, il liberalismo ha vinto e sconfitto le altre due teorie (“Fine della Storia”). La Quarta Teoria (o meglio, il paradigma) si propone di superarlo e sotterrarlo. L’obiettivo di Dugin non è presentare una teoria che rimpiazzi le altre tre, ma piuttosto di gettare le basi per la creazione e lo sviluppo di una nuova visione. Questa nuova teoria non si propone di spiegare come funziona il mondo, ma vuole cambiarlo. Vuole ispirare una crociata contro il liberalismo occidentale, quello che la seconda guerra mondiale fece nei confronti del nazismo. In altre parole, non è tanto una teoria ma piuttosto una dottrina di lotta, una chiamata alla ricostruzione del nostro mondo.”

Fonte: www.thetruthseeker.co.uk Link: http://www.thetruthseeker.co.uk/?p=73879 Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di Cristina Reymondet Fochira

Sebbene la Quarta Teoria sia etichettata come arma anti-liberalismo è possibile trovate in essa impulsi, affinché possa superare i miseri problemi presenti?

Dugin è per la libertà, ma rifiuta l’individualismo. Concettualmente, sottopone i diritti individuali a un’aspra critica: il liberalismo è a favore dei deboli diritti dell’uomo, che sono solo i diritti dei piccoli uomini sottoposti ai grandi del potere.

Dugin ha scritto: “[…] Oltre la “destra e la sinistra”, c´è una rivoluzione una e indivisibile, contenuta nella triade dialettica: ‘Terza Roma – Terzo Reich – Terza Internazionale’. Il regno del nazional-bolscevismo, “Regnum”, o Impero del Fine; ecco qui il perfetto compimento della più grande rivoluzione della storia, in quanto continentale e universale. Parliamo del ritorno degli angeli, del risorgimento degli eroi, dell’insorgenza dei cuori contro la dittatura della ragione. Quest’Ultima Rivoluzione é compito dell´Acéfalo, il portatore senza testa della Croce, Falce e Martello, coronato dal Sole della Scastica Eterna.[…]“ (Alexandre Douguine, Le prophète de l’ eurasisme. Avatar Editions, 2006 , p.147)

Ora, si può riconoscere qui le «intuizioni» dell’anima russa, come quelle di Vladimir Soloviev, che sapeva di dover guardare, più che semplicemente a Occidente, in modo speciale a Roma.

Leggiamo perciò quel che Israel Shamir ha descritto di Dugin in questa luce, poiché non si capisce il «pensiero occidentale» senza il riferimento, nel bene e nel male, a Roma, capitale della Cristianità, che sembra l’Autore vorrebbe restaurare (con Putin). Seguiamo allora quanto pensa Dugin, ma riferito all’attuale Roma.

Per combattere una lotta di difesa e di resistenza, è vero essere “più importante il nemico che l’amico, sceglilo con cura perché tale scelta influenzerà le tue decisioni”ha detto Carl Schmitt, il controverso cattolico mentore di Dugin.

Ora, qui il «pensiero occidentale» da restaurare nel presente ha per riferimento – nel male – la degenere Roma conciliare, capitale della Cristianità sì, ma per consegnarla al liberalismo mondialista. Quest’autore forse potrebbe contribuire a questo restauro con qualche successo rivolgendo lo sguardo verso la vera Roma. È un invito. Noi intanto, non possiamo smettere di rivolgerlo verso la Russia di cui la Madre di Dio ha pronunciato il nome a Fatima.

Ora, poiché gli uomini e i popoli si governano con il pensiero, cosa di questa falsa romanità (acefala secondo la visione profetica del terzo «Segreto») oggi rovina di più le difese dell’uomo spirituale, come Dio l’ha creato, se non la falsa libertà del liberalismo religioso? Sono forse nel programma di Dugin? Vediamo.

“Dugin è per la libertà, ma rifiuta l’individualismo”. (La libertà dell’uomo – sì, dice proprio, la libertà dell’uomo – non ha invece la sua approvazione. I diritti individuali sono concettualmente sottoposti ad un’aspra critica: il liberalismo è a favore dei deboli diritti dell’uomo, che sono solo i diritti di un piccolo uomo. La libertà dell’uomo è libertà per un uomo solo, sostiene.) Ed ecco che Dugin si propone di risolvere il problema ontologico profondo dell’alienazione e diniego dell’Essere seguendo Martin Heidegger, per superare la confusione che ha portato alla tecnologia del Nulla.

Secondo lui si dovrebbe superare ciò introducendo l’Essere-nel-mondo come il più fantastico attore della storia! Così, “per i liberali l’individuo è la cosa più importante, per i comunisti è la classe sociale, per i nazisti la razza, per i fascisti lo stato”. Per il Quarto Paradigma di Dugin, il vero bene è sempre l’Essere-nel-mondo, ma «juxta modum». Così, dal buio dell’alienazione si potrebbe salire alla luce dell’Essere.

Come decifrare cattolicamente tale dilemma, lasciando da parte l’esistenzialismo di Heidegger e il resto? Naturalmente tornando sulla vera libertà dell’uomo, che è quella che ha per riferimento la Verità (che rende liberi in Gv 8, 32).

Ebbene, la prima verità è che il mondo esiste secondo un Ordine precedente il nostro pensare e volere «Essere-nel-mondo». Il mondo esiste come opera di Chi solo può dire: «Io sono Colui che È»; l’Essere supremo che l’ha creato per un fine nell’Essere. La Storia umana segue, bene o male, tale Fine. Bene o male perché l’uomo è un suo libero protagonista, giacché nella sua coscienza si svolge il grande dramma.

Il libro dell’Apocalisse, racchiudendo la storia umana, contiene visioni e segni cifrati su ogni tempo. Se furono rivelati, è perché servono a far capire quanto appare velato, ma è soggetto d’intendimento nel corso di eventi reali. La caduta dell’uomo dalla sfera soprannaturale al mondo tecnologico, attirato com’è dalle seduzioni di usufruire a bel piacere delle proprie libertà, è dramma insito nel fondo dell’anima umana; reale in tutti i tempi. E oggi, per discernere il significato delle presenti cadute epocali, trascinanti il destino umano – davvero d’ordine apocalittico – si deve tornare a sagge interpretazioni dei drammatici passi del Sacro Libro.

Una sua notevole esegesi per i tempi moderni, indica come causa dei devastanti orrori morali del mondo, l’abuso della libertà, un fatale uso del potere di aprire il pozzo degli abissi d’iniquità. Tal esegesi riguarda le false libertà del nostro tempo apocalittico; è un’interpretazione del passato recente e proprio di chi aveva il potere pontificale delle chiavi.

Sì perché il termine «chiave» ha un senso molto importante per chiarire gli enigmi della fede cattolica, che deve guidare le coscienze.

Si tratta di Papa Gregorio XVI nell’Enciclica «Mirari vos» (15.8.1832): «Tolto ogni freno che contenga nelle vie della verità gli uomini già volgentisi al precipizio per la natura inclinata al male, potremmo dire in verità essersi aperto il pozzo dell’abisso dal quale vide San Giovanni salire tal fumo che oscurato ne rimase il sole, uscendone innumerabili locuste a disertare la terra» (Apocalisse 9, 3).

È indicato qui lo scatenarsi di ogni libertà in terra, il cui esito culminante è la libertà di sentenziare sulla verità riguardante il culto di Dio a favore di quelle dell’uomo. Nessuna verità dovrebbe più guidare la vita personale e sociale, ma le libere scelte umane a determinare ogni verità! È la politica ecumenista ispirata da un illuminismo naturalista e agnostico, per indurre nel mondo il relativismo sulla verità rivelata!

L’esegesi papale indicava l’abissale rovina a cui porta l’abuso della libertà, più volte denunciato dal Magistero della Chiesa. Eppure oggi, quanto era condannato dai Papi, è giustificato dalla “libertà religiosa” conciliare, proprio nel senso contrario al Magistero, e in nome del potere pontificale delle chiavi; del Katéchon delle Scritture – ovvero del Pontefice. Il potere istituito per contenere “nelle vie della verità gli uomini” – è abusato oggi per togliere i freni alle false libertà; per aprire al più truce liberalismo modernista!

Il testo sacro indica chi apre tale abisso; chi toglie ogni freno che tiene gli uomini «nelle vie della verità». È uno al vertice che, caduto dalla sfera spirituale in quella materiale, usa la chiave dell’abisso: un falso Cristo? Dice Gregorio XVI: «Da questa sorgente corrottissima dell’indifferentismo scaturisce quell’assurda ed erronea sentenza, o piuttosto delirio, che debbasi ammettere e garantire per ciascuno la libertà di coscienza (in foro esterno)… a danno della Chiesa e dello Stato, ma qual può darsi morte peggiore dell’anima che la libertà dell’errore? Tolto ogni freno… potremmo dire essersi aperto il pozzo dell’abisso dal quale vide San Giovanni salire tal fumo che oscurato ne rimase il sole, uscendone locuste innumerabili a disertare la terra» (ib. Apocalisse).

Il Papa trattava una questione dottrinale di massima gravità e attualità, anche se rappresentata simbolicamente. E emblematicamente la questione della libertà da allora è divenuta paurosamente cruciale per la Chiesa e per il mondo. Infatti, da una certa data, a causa del Vaticano 2º, invece di essere tenuta sotto le chiavi del Soglio di Pietro, questo fu di colpo «tolto di mezzo» in seguito all’elevazione a questa Sede di un astro caduto dal Cielo nella terra dei massoni e modernisti di ogni risma liberale. Ecco il massimo «guaio» per tutte le genti della terra, da Roma all’America, dalla Russia alla Cina e dintorni!

Conclusione: libertà di coscienza o coscienza della vera libertà?

L’ordine e il bene della società umana dipende da quanto forma la coscienza degli uomini e perciò della Verità che ci rivela il fine della vita stessa e ci dà i mezzi per raggiungerlo nell’Essere.

Allora le società devono assicurare la formazione di questa coscienza, poiché “l’ordine consiste nella superiorità gerarchica della Fede sulla ragione, della Grazia sul libero arbitrio, della Provvidenza divina sulla libertà umana, della Chiesa sullo Stato; e, per dirla tutta in una sola volta, nella supremazia di Dio sull’uomo. Solamente nella restaurazione di codesti eterni principi nell’ambito religioso e nell’ordine politico e sociale dipende la salvezza delle società umane. Questi principi non possono essere riattivati se non da chi li conosce, e nessuno li conosce se non la Chiesa cattolica”. (Juan Donoso Cortés)

Nessun programma socio-politico può aver un minimo di successo durevole se non mette in primo luogo il ristabilimento della vera Fede e della sua libertà indirizzata a formare le coscienze nella «libertà» voluta da Dio per tutte le anime, che è il contrario della «libertà di coscienza», di cui alcuni ideologi si avvalgono per imporre la loro «libertà»; quella di decretare quale sia il nuovo bene comune: quello da loro elucubrato! È il liberalismo ideologico, materialista e mondialista infestante a causa del dominio di «regimi» liberali, ma assassini, che liberamente programmano il «bene» dell’alienazione di popoli interi dalla Verità. È il futuro del governo dell’Anticristo, dominante a causa della grande apostasia umana.

La soluzione è solo nel ritorno delle coscienze alla sola verità dell’Essere creatore del mondo per il fine del Suo Bene. Perciò, così come nel passato l’Impero romano fu cristianizzato per il bene dei popoli (spero che Bergoglio non chieda perdono anche per questo), così oggi quel che resta dell’Impero russo dev’essere convertito alla Cattolicità, affinché, alla fine vi sia un periodo di pace nel mondo.

Per il trionfo dei Sacri Cuori di Gesù e di Maria ci vorrà un gran miracolo? Certamente. Ma esso non sarà più decisivo di quello di suscitare il Papa Cattolico per consacrare la Russia all’Immacolato Cuore di Maria. Nella Chiesa, forte della Fede nel Signore del Cielo e della Terra, tutto è possibile.

*Strano a dirsi la posizione di Dugin si è dimostrata più preoccupata con la decadenza spirituale di quella del pensatore cattolico brasiliano, dimostratasi piuttosto pragmatica e americanista.

Segue una conclusione di Dugin in inglese.

Against Post-Modern World

Spiritually the globalization is the creation of the Grand Parody, the kingdom of the Antichrist. And the United States is in centre of its expansion. The American values pretend to be “universal” ones. That it is new form of ideological aggression against the multiplicity of the cultures and the traditions still existing in the other parts of the world. I am resolutely against the Western values that are essential Modernist and Post-Modernist ones and promulgated by the United States by force or by the obtrusion (Afghanistan, Iraq, now Libya, tomorrow Syria and Iran).

So, all traditionalists should be against this West and the globalization as well as against the imperialist politics of United States. It is the only logical and consequent position.

So the traditionalists and the partisans of the traditional principles and values should oppose the West and defend the Rest (if the Rest shows the signs of the conservation of the Tradition – partly or entirely).

There can be and there are really men in the West and in the United States of America who don’t agree with the present state of things and don’t approve the Modernity and Post-Modernity being the defenders of the spiritual tradition of the Pre-Modern West. They should be with us in our common struggle. They should take part in our revolt against Modern World and Post-Modern world. And we would fight together against a common enemy. Unfortunately that is not the case of Mr. Carvalho. He shows himself partly critical of the modern Western civilization, but partly agrees with it and attacks its enemies. It is a kind of “semi-conformism” so to say.