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Perché la ricetta Hitler funzionò

Segnalazione di Luciano Gallina

Premessa la condanna del Nazismo come da Lettera Enciclica Mit Brennender Sorge, non essendo manichei, riportiamo questo interessante articolo di Maurizio Blondet

22 Luglio 2013 DA EFFEDIEFFE

«Come mai Adolf Hitler è stato capace di sollevare la Germania dalla Grande Depressione mentre in Usa Roosevelt ha fallito?». Negli ultimi anni, mentre la nostra crisi globale cresceva, la domanda se l’è posta un numero sorprendentemente alto di economisti o giornalisti economici americani, spesso con tendenze di sinistra: da Alexander Cockburn a Mike Whitney, dal giornalista cino-americano Henry CK Liu (commentatore principe di Asia Times) a Ellen Brown, l’avvocatessa indagatrice del sistema di creazione di denaro dal nulla da parte delle banche, che con il suo libro Web of Debt ha toccato i vertici dei best-sellers.

I nostri lettori, specie quelli che hanno letto i due capitoli dedicati all’economia hitleriana nel mio «Schiavi delle Banche», sanno già rispondere alla domanda. È curioso ed istruttivo vedere cosa, del miracolo economico tedesco 1933-41, hanno scoperto gli americani.

Tutti informano i loro lettori che i nazionalsocialisti «emisero la propria moneta» senza interessi, escludendo dall’affare il cartello bancario internazionale; un «programma di credito nazionale» simile a quello con cui Abraham Lincoln finanziò la guerra civile stampando dollari di Stato, Greenbacks: così Ellen Brown.

Mike Whitney (di Counterpunch) fa un confronto fra la creazione monetaria di Hitler – o meglio, quella di Hjalmar Schacht, il suo banchiere centrale – e quella della Fed sotto Ben Bernanke. I «tassi a zero e la compra di titoli (quantitative easing con moneta creata dal nulla) di Bernanke hanno fatto bene alla finanza di rischio: le azioni sono apprezzare di oltre il 140% rispetto alla loro caduta del 2009; però la disoccupazione resta sopra il 7%, i salari reali ribassano, il Pil cresce meno del 2%, 47 milioni di americani vivono grazie ai sussidi sul cibo (food stamps)… le politiche di Bernanke hanno favorito solo la classe degli investitori».

Hitler invece, con la creazione monetaria, si propose come prima cosa di far sparire la disoccupazione, che aveva raggiunto la spaventosa cifra di 6 milioni durante Weimar e la sua politica di austerità-deflazione, nel tentativo politicamente corretto di pagare i debiti di guerra imposti dai nemici vincitori, che superavano di 3 volte l’intera ricchezza nazionale.

«Nel luglio 1935 il numero degli occupati tedeschi era già cresciuto della metà, da 11,7 milioni a 16,9; cinque milioni di nuovi lavori pagati furono creati», scrive ammirato Liu. Settant’anni dopo, «gli economisti neo-liberisti hanno ancora da imparare che il pieno impiego è tutto quel che conta, e i salari sono la chiave della prosperità nazionale», ciò che il regime hitleriano aveva capito subito. «Ogni politica economica che non tenda al pieno impiego è controproducente ed illusoria, così come ogni politica che permette la concorrenza internazionale fra salari è traditrice». Per questo Hitler comunicò agli industriali tedeschi che il ruolo dello Stato si sarebbe limitato a «incoraggiare gli investimenti privati soprattutto attraverso incentivi fiscali», senza investire direttamente nelle imprese , dice Liu: «la sua volontà era di dare ragguardevole finanziamento pubblico a investimenti pubblici come le autostrade, non all’industria. Gli investimenti (industriali) sono improbabili se i consumatori non hanno denaro da spendere o hanno paura, per l’insicurezza del posto, di spenderlo per comprare le merci che producono. Hitler capì che i lavoratori avevano bisogno di un decente introito per diventare consumatori, sicché il pieno impiego doveva essere la molla d’innesco del ciclo economico». (Nazism and the German economic miracle)

E ancora insiste: «Gli economisti nazi capivano che la creazione di credito sovrano (dal nulla) allo scopo di creare lavoro non pone alcun pericolo d’inflazione, ed è una politica molto più responsabile dell’attuale approccio, di aumentare le imposte e tagliare lo Stato sociale per risanare il deficit del bilancio pubblico. L’idiota politica di restrizione monetaria e riduzione della spesa sociale per ripianare il bilancio allo scopo di pagare i debiti esteri è ancor oggi imposta dal Fondo Monetario alle nazioni indebitate, tranne che agli Usa…».

Henry CK Liu si dilunga a descrivere come il Reich emettesse «titoli pubblici per la creazione di lavoro (Arbeitsbeschaffungswechseln – ABS), a scadenza trimestrale rinnovabili fino a cinque anni, come «pre-finanziamento» (Vorfinanzierung) delle vaste opere pubbliche; le agenzie capofila delle opere pagavano i fornitori e sub-appaltatori con questi ABS, i quali li portavano all’incasso presso banche per farsi dare contanti, e a quel punto essi diventavano «commercial papers» scontabili presso la banca centrale Reischsbank. La breve scadenza (trimestrale) ebbe lo scopo di ricostituire creare fiducia in questo tipo di credito, che fu infatti agevolmente rinnovato.

«Il Tesoro del Reich cominciò a redimere questi titoli, un quinto del totale all’anno, fra il 1834 e il 1938; come garanzia per tali titoli depositò presso gli istituti di credito un corrispondente ammontare di Steuergutscheine, in pratica di promesse di pagamento basate sui futuri introiti fiscali. Via via che il Tesoro redimeva gli ABS, tali tratte dovevano essergli restituite. Così, creando moneta speciale per l’impiego, Hitler aumentò il volume monetario nell’economia tedesca. (…) Il ritiro dei ABS pesò sul bilancio dello stato 1934-39, ma il declino delle spese pubbliche per i sussidi di disoccupazione e l’aumento del gettito fiscale dai salari per la ripresa economica, più che compensò il peso della redenzione. Il surplus fu usato per ridurre ulteriormente il debito e il carico fiscale».

Il Reich praticò il controllo dei salari unito però all’introduzione della indicizzazione in base ai prezzi (Leistungslohn) e al salario minimo garantito; inoltre «salvò i coltivatori tedeschi dai loro pesanti debiti attraverso programmi di alleviamento e sussidi ai prezzi agricoli». Ed esercitò un rigoroso controllo sui capitali e sulle importazioni. «Se la Germania di allora fosse stata membro dell’Organizzazione Mondiale del Commercio, WTO, queste opzioni gli sarebbero vietate», conclude Liu.

Il quale ricorda – fatto curioso e istruttivo – che «nel Panico Bancario del 1907, il banchiere JP Morgan (1837-1913) fece essenzialmente la stessa cosa che Hitler. Forzò le banche Usa a saldare i conti fra loro, invece che in contanti che non avevano, con “certificati di clearing” che egli emise, così aumentò illegalmente il volume monetario senza bussare allo Stato, e finì col possedere una fetta molto più grossa del settore finanziario, pagato con i suoi certificati, ironicamente riscotendo anche la gratitudine del governo. La differenza fu che il beneficio economico andò a Morgan personalmente anziché alla nazione come nella Germania nazista, e la moneta privata fu usata per salvare le banche anziché i disoccupati».

È quel che dice Ellen Brown: la chiave del successo economico hitleriano fu di «buttar fuori dall’affare il sistema bancario transnazionale». E la Brown cita un altro best-seller, Billions for the Bankers, Debts for the People (1984), dove l’autore Sheldon Emry commentava: «La Germania emise denaro libero da debito e da interesse dal 1935, e ciò spiega la sua stupefacente ascesa dalla depressione a potenza mondiale in 5 anni. La Germania finanziò tutta l’attività del governo e della guerra dal 1935 al 1945 senza oro e senza debito, e ci volle tutto il mondo capitalista e comunista per distruggere la potenza tedesca e riportare l’Europa sotto il tallone dei banchieri. E questa storia monetaria non appare nemmeno sui testi di economia d’oggi».

Mark Weber, dello Institute for Historical Review (qui la fonte è più parziale, trattandosi di «revisionista storico» ), fornisce qualche cifra per dare un’idea di come migliorò la qualità della vita.

«Tra il 1932, l’ultimo anno dell’era pre-hitleriana, e il 1938, l’ultimo anno pieno prima della guerra, il consumo alimentare crebbe di un sesto, quello di abiti e tessili di oltre un quarto, e il mobilio e beni per la casa del 50 %. Finché durò la pace, il consumo di vino aumentò del 50%. Tra il 1932 e il 1938, il volume del turismo più che raddoppiò, e la proprietà di automobili triplicò durante gli anni ’30. La produzione di autoveicoli, che comprendeva auto fabbricate da Ford e dalla General Motors (Opel) raddoppiò nei cinque anni dal 1932 al ’37, mentre l’export tedesco di veicoli aumentò di 8 volte. Il traffico aereo passeggeri in Germania triplicò dal ’33 al 37».

«Durante i primi quattro anni del regime, i profitti netti della grandi imprese quadruplicarono (…) Fino al 1938, scrive» lo storico Niall Ferguson, il «prodotto interno lordo tedesco crebbe, in media, di un notevole 11% l’anno», senza una significativa crescita dell’inflazione».

E il potenziale industriale mostrò tutta la sua eccezionale potenzialità durante la guerra. Lo storico ebreo Richard Grunenberger nel suo saggio «The Twelve-Year Reich» ricorda che «nei tre anni dal 1939 al 1942 l’industria tedesca si espanse quanto aveva fatto nei precedenti 50 anni». (Hitler vs. Bernanke)

I profitti industriali erano tuttavia controllati per legge dallo Stato. «Dal 1934, i dividendi per gli azionisti in Germania furono limitati al 6% annuo. I profitti non distribuiti erano investiti in buoni del Tesoro del Reich, che davano un interesse annuo del 6%, e dopo il 1935, del 4,5%. Questa politica ebbe l’effetto – voluto – di incoraggiare il reinvestimento e l’auto-finanziamento industriale, riducendo di conseguenza l’indebitamento presso le banche e, più in generale, diminuendo il potere del capitale finanziario commerciale. Le tasse sulle imprese furono aumentate dal 20 al 25% nel ’36, e al 40% all’inizio della guerra, nel 1939-40».

(Triste considerazione: oggi le imprese italiane, dalla democrazia pluripartitica, sono aggravate da tassazioni al 60%, e senza la scusa della guerra… Ndr)

«Tra il 1934 e 1938, il reddito tassabile lordo dei dirigenti privati tedeschi crebbe del 148%, nello stesso periodo il gettito fiscale complessivo crebbe del 232%. Il numero di contribuenti nel più alto scaglione fiscale (quelli che guadagnavano più di 100 mila marchi annui) crebbe in questo periodo del 445%. Per contro, il numero di contribuenti nel più basso scaglione (quelli che guadagnavano meno di 1500 marchi l’anno) crebbero solo del 5%. La tassazione nazional-socialista era fortemente progressiva… Tra il 1934 e il 1938, il prelievo medio per coloro che percepivano oltre i 100 mila marchi annui salì dal 37,4 al 38,2%».

(Una “durezza” fiscale nazista, che noi felici cittadini della partitocrazia possiamo solo invidiare. Ndr)

«Nel 1938 i tedeschi nello scaglione fiscale più basso erano il 49% della popolazione e avevano il 14% del reddito nazionale, ma pagavano solo il 4,7% di tasse. Quelli nella categoria reddituale più alta erano solo l’1% della popolazione, detenevano il 21 % del reddito nazionale, e sostenevano il 45% del peso fiscale complessivo».

(È il caso di fare confronti con le iniquità, anche tributarie, in corso nell’Italia «democratica» e nel capitalismo terminale? Penso di no. Ndr)

Anche «l’Austria provò un drammatico miglioramento dopo l’unificazione con Terzo Reich nel marzo 1938. Immediatamente dopo l’Anschluss, i dirigenti si diedero ad alleviare il disagio sociale e rivitalizzare la languente economia. Investimenti, produzione industriale, edilizia abitativa, spese di consumo, turismo e standard di vita crebbero velocemente. Solo tra giugno e dicembre 1938, il reddito settimanale dell’operaio austriaco crebbe del 9%. La disoccupazione scese dal 21,7 del 1937, al 3,2 % nel 1939. Il prodotto interno lordo austriaco aumentò del 12,8 % nel 1938, e di uno stupefacente 13,3 % nel 1939».

(Tassi di crescita più che cinesi, Ndr)

«Un anno dopo la salita di Hitler al potere, il tasso di natalità germanico crebbe del 22 % e rimase alto anche nel 1944, l’ultimo anno intero di guerra». Secondo lo storico John Lukacs, questo balzo nelle nascite era espressione “dell’ottimismo e della fiducia” dei tedeschi durante gli anni hitleriani. Per ogni due bambini nati in Germania nel 1932, quattro anni dopo ne nacquero 3. Nel 1938-39, le più alte percentuali di matrimoni furono registrate in Germania, superando anche i popoli più prolifici dell’Europa Orientale. Nota lo storico americano Gordon Craig: «La Germania nazionalsocialista, sola tra le nazioni bianche, è riuscita ad ottenere un incremento della fertilità».

E tutto questo, sottolineano i commentatori americani, «mentre il resto del mondo restava tuttora bloccato nella paralisi economica» nel gelo della Grande Depressione. «Hitler fece della Germania un’isola di prosperità», riconosce Sebastian Haffner, noto giornalista tedesco estremamente critico del Terzo Reich. Il confronto d’obbligo per americani è con il New Deal di F. D. Roosevelt, che prese il potere poche settimane dopo Hitler (nel marzo 1933, l’altro a gennaio).

Uno degli storici e biografi di Roosevelt, professor William Leuchtenburg, deve riconoscere che «Il New Deal ha lasciato molti problemi irrisolti e ne ha creato, fatto increscioso, di nuovi. Non è mai riuscito a dimostrare di poter produrre prosperità in tempo di pace. Ancora alla fine del 1941, i disoccupati erano 6 milioni, e questo esercito di senza lavoro non scomparve fino al 1943», quando fu arruolato nella grande produttrice di pieno impiego, la guerra.

Lo storico ebreo Joachim Fest deve riconoscere: «Se Hitler fosse stato vittima di un attentato alla fine del 1938 pochi esisterebbero ad acclamarlo come il più grande statista tedesco, il coronamento della storia germanica».

Molta attenzione riscuote Hjalmar Horace Greeley Schacht, anche perché suo padre visse per diversi anni negli Usa e diede a suo figlio il secondo nome in onore di Horace Greely, giornalista americano di estrema sinistra e militante anti-schiavista. Con quattro lauree (medicina, filologia, scienze politiche e infine economia, nel 1899) Schacht trovò lavoro alla Dresdmer Bank, e fu consulente del governo di occupazione tedesco del Belgio durante la prima guerra mondiale; nel 1923 fu tra coloro che riuscirono a mettere un freno all’iper-inflazione come Commissario Reich alle Valute, e premiato come presidente della Reichsbank. Fu anche il capo della delegazione tedesca che nel 1929 trattò la riduzione dei debiti di guerra (Piano Young).

Schacht viene dipinto come un fascista a tutto tondo. Volle conoscere Hitler, di cui aveva letto con ammirazione Mein Kampf – fu introdotto da Goering nel 1931, e da allora si adoperò a raccogliere fondi per il Partito, convincendo gli industriali con cui aveva rapporti, dai Krupp ai Thyssen, dai Voegler re dell’acciaio ai Kirdorf, Bechstein e Bruckmann a sborsare i quattrini (nel ’33, per far vincere al NDSP le elezioni, raccolse ancora 3 milioni di marchi). Fu lui a convincere questi grandi industriali a firmare la lettera che, nel novembre 1932, invitava il presidente Hindenburg a dare ad Hitler il posto da Cancelliere. Sempre Schacht visitò gli Stati Uniti dove tenne 40 conferenze come propagandista del regime hitleriano, scrivendo vari articoli per giornali americani. Incontrò anche Franklin D. Roosevelt, che però lo ritenne «estremamente arrogante».

I commentatori americani d’oggi ritengono tuttavia che Schacht indusse Hitler a lanciare il grande programma di opere pubbliche perché «influenzato dalle idee di John Maynard Keynes e dal New Deal di Roosevelt».

Può darsi. Ma piuttosto fu Keynes che, nella prefazione tedesca alla sua «Teoria Generale dell’Impiego» pubblicata sotto Hitler, riconobbe che la sua ricetta «si applica meglio sotto le condizioni di un stato totalitario, che sotto le condizioni di libera concorrenza e laissez-faire».

Schacht, oltre a suggerire il programma di opere pubbliche (i commentatori Usa non sembrano conoscere la sua più brillante invenzione finanziaria, gli «Effetti MeFo») «introdusse un Nuovo Piano che controllava rigorosamente tutto ciò che veniva importato in Germania. Per questo negoziò una serie di accordi commerciali bilaterali fra cui con l’Unione Sovietica nel 1935.

«Come altri nazisti Schacht era ostilissimo agli ebrei tedeschi. In uno dei suoi discorsi annunciò: “Gli ebrei devono capire che la loro influenza in Germania è finita per sempre” (1). Fu lui a concludere nel 1934 l’accordo con la World Zionist Organization secondo cui gli ebrei tedeschi potevano emigrare in Palestina dietro pagamento di 15 mila marchi. Si calcola che nei 4 anni seguenti oltre 170 mila ebrei si stabilirono in Palestina sotto questo accordo».

Il regime lo nominò «Ariano d’Onore». Ma già nel ’35 Schacht si urtò con Julius Streicher per il suo razzismo e il suo foglio Der Sturmer, con questo argomento: gli ebrei avevano combattuto con valore nell’armata germanica durante la Grande Guerra e meritavano un trattamento leale. Divenne anche sempre più critico della pesante politica di riarmo, e disse ad Hitler che tale politica avrebbe ecceduto le capacità economiche del Paese. Nel novembre 1937 diede le dimissioni da ministro dell’Economia, anche se rimase presidente della Reichsbank; dove continuò a far conoscere le sue critiche al riarmo. Hitler lo rimosse nel gennaio 1939. Nel 1944, sospettato (senza fondamento) di aver preso parte alla Congiura di Luglio fu imprigionato per qualche mese a Dachau: un regalo, che lo salvò dalla condanna al processo di Norimberga. Assolto dagli Alleati, Schacht fu condannato dal nuovo governo federale tedesco ad otto anni: ma fu rimesso in libertà nel settembre 1948. Fondò una banca sua e fu consulente di vari governi esteri, fra cui quello di Nasser in Egitto. È morto a Monaco il 4 giugno 1970.

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I Paesi asiatici di successo (da Taiwan alla Corea alla Cina) hanno adottato almeno in parte soluzioni schachtiane o hitleriane. Se n’è accorto anche un economista inglese Joe Studwell, che in un saggio «How Asia Works» (Come funziona l’Asia), dopo accurate indagini, conclude: questi Paesi hanno violato i tre dogmi del «Washington Conensus», ossia «stabilizzare, privatizzare, liberalizzare», per adottare un’altra triade, o piuttosto tre fasi successive: «riforma agraria; industria che esporta ed è sostenuta dallo Stato; repressione finanziaria». Il settimanale Economist ha esaltato lo studio di Studwell. Si spera che il mondo anglosassone elabori un nuovo «consensus», che alla fine sarà adottato, come ultima moda, dall’università Bocconi e da Alesina & Giavazzi.


1) Tuttavia, come ha notato il professor Gordon Craig, storico dell’università di Stanford, «le ditte ebraiche continuarono ad operare profittevolmente specie nei settori tessili, confezioni e dettaglio, fino al 1938. (…) Nel mondo della finanza non fu posta alcuna restrizione alle attività di ditte ebraiche nella Borsa di Berlino, e fino al 1937 le case bancarie dei Mendelssohn, Bleichroder, Arnhold, Sreyfuss, Straus, Warburg e Behrens erano ancora attive». La catena di grandi magazzini Bertie, ebraica, ricevette un aiuto governativo – approvato da Hitler – di 14,5 milioni di marchi nel giugno 1933: un «salvataggio» intrapreso per non mandare in rovina i fornitori della catena e soprattutto i suoi 14 mila dipendenti. A cinque anni dalla presa del potere di Hitler il ruolo degli affari ebraici era ancora rilevante nell’economia, specie a Berlino. Ciò cambiò dal 1938; alla fine del 1939 gli ebrei erano stati per lo più rimossi dalla vita economica tedesca.

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LA SVASTICA DI FAMIGLIA – LA STORIA NASCOSTA DI PRESCOTT BUSH

Il nonno materno di Prescott, George Herbert Walker, aveva fondato a St. Louis, nel 1900, la società finanziaria G. H. Walker and Company. Tale fu il suo successo, che nel 1920 la società si trasferiva con tutti gli onori nella prestigiosa Wall Street di New York. Nel 1924 George Walker conobbe l’industriale tedesco Fritz Tyssen, uno dei maggiori finanziatori del nascente partito nazista. In poco tempo Walker divenne a sua volta il tramite di finanziamenti sempre più voluminosi: dall’America finivano in casse del Progetto Hitler attraverso IG-Farben, Siemens, Thyssen, Krupp, IBM.

Un’altra compagnia che investiva denaro americano in Germania era la Sullivan & Cromwell di un certo Allen Dulles, che ritroveremo trent’anni dopo alla guida della CIA, ed una terza, la più importante di tutte, era la Harriman & Associates di un certo Averill Harriman, un personaggio con forti legami col partito nazista tedesco, che in seguito sarebbe divenuto ambasciatore USA a mosca, e poi ministro del Commercio, sotto Truman.

Nel 1931 Harriman scelse George Walker alla guida della Union Banking Corporation, la banca che gli serviva da tramite per i suoi traffici monetari con la Germania, e a sua volta, nel 1934, George Walker fece assumere il nipote Prescott come vice presidente della Harriman & Associates, accanto al suo boss. Nel 1936 Harriman fondò la Brown Brothers Harriman, ne assunse alla guida legale Allen Dulles, del quale assorbiva nel frattempo la Sullivan & Cromwell. Nel 1937 Harriman entro in società con i Rockefeller, dando origine alla Brown Brothers Harriman-Schroeder Rock. Già a quel tempo, Rockefeller significava Standard Oil.

Come delfino di Harriman, Prescott Bush si era intanto venuto a trovare, prima della guerra, anche nel consiglio di amministrazione della Union Banking. Ma nel 1942 – a guerra scoppiata – la banca si vide congelare dall’FBI di Edgar J. Hoover tutti i beni, in seguito ad una legge che imponeva di interrompere ogni possibile relazione finanziaria con in paesi nemici. Ma Prescott, con l’aiuto di Dulles, seppe congegnare un meccanismo finanziario che permise alla maggior parte dei capitali di sfuggire al congelamento, dirottandoli semplicemente in operazioni molto meno vistose, ma altrettanto lucrative. Per Prescott fu il trionfo, e per Dulles la garanzia di un futuro senza più limiti alle sue ambizioni. Naturalmente Hoover non era stato troppo rigoroso nell’indagare sulla Union Bank di Harriman, e molto probabilmente nacque proprio in quei giorni una reciproca simpatia fra i tre “ragazzi”, che avrebbe poi condizionato la storia per molti decenni a venire.

RICHARD NIXON, CREAZIONE DI PRESCOTT – Nel dopoguerra Richard Nixon era divenuto il pupillo di Prescott – altri direbbero il suo pupazzo – che aveva finanziato la sua elezione al parlamento, dopo averlo prelevato dai ranghi dell’FBI. Risale a questi anni un possibile collegamento fra Nixon e Jack Ruby, l’assassino di Oswald a Dallas, sul quale torneremo in seguito. “Nonno Bush” aveva poi piazzato Nixon accanto ad Eisenhower, alla vice-presidenza, facendogli sposare la nipotina dell’ex-generale. Nixon era quindi diventato il candidato naturale alla presidenza, nel 1960, allo scadere del mandato di Eisenhower, ma aveva perso a sorpresa contro lo sconosciuto Kennedy.Con l’assassinio di Dealey Plaza, tre anni dopo, si riapriva per Nixon, e quindi per Prescott Bush, la strada della Casa Bianca. Il giorno seguente infatti – come poi raccontò uno dei suoi più stretti collaboratori – si svolse a casa di Nixon una riunione segreta, nella quale vennero discusse le strategie per rientrare sulla scena politica, dopo la bruciante sconfitta del 1960.
Cuba era diventata nel frattempo una dolorosa spina nel fianco, dopo il fallimento dell’invasione della “Baia dei Porci”, che i repubblicani imputavano interamente a Kennedy. Ma il progetto originale, del ’59, era dello stesso Nixon, il quale evidentemente “se lo era preparato” per ritrovarselo fresco sul tavolo, una volta divenuto presidente. Lo aveva elaborato subito dopo la rivoluzione castrista, collaborando con un certo Howard Hunt della CIA, uomo di Allen Dulles (il direttore CIA in quel periodo) sin dagli anni ’30. La differenza era che il piano Hunt-Nixon-Dulles prevedeva che al momento giusto l’America avrebbe concesso il supporto militare richiesto dagli “invasori” di Cuba, mentre Kennedy “al momento giusto” si rifiutò di concederlo. Questo causò una crisi insanabile all’interno dell’amministrazione, con la frattura definitiva fra la CIA e Kennedy, che si permise addirittura di licenziare Dulles. Meno di due anni dopo, Allen Dulles sedeva accanto al giudice Warren, nella famigerata commissione che prendeva il suo nome, e che riusciva in qualche modo ad insabbiare le indagini sull’omicidio più famoso della storia. Curiosamente, anche Howard Hunt si trovava a Dallas il giorno dell’attentato. Nonostante in seguito abbia tentato di negarlo, fu inchiodato in proposito dalla testimonianza dei suoi stessi figli. Il crocevia texano si fa sempre più fitto.

DA DALLAS IN POI – Nel ’64 però Nixon scelse, saggiamente, di non candidarsi, poichè la popolarità di Johnson – succeduto a Kennedy dopo Dallas – in quel momento era alle stelle. Johnson infatti stracciò letteralmente il candidato repubblicano Barry Goldwater. Nixon sarebbe rientrato alla Casa Bianca solo nel ’68, dopo la morte del nuovo candidato democratico, Robert Kennedy, anch’egli assassinato in circostanze mai chiarite, ma di certo non da Shiran solamente.

Una volta che Nixon fu presidente, Howard Hunt fece uno strepitoso balzo di carriera, passando da semplice agente CIA a capo dei Servizi Segreti della Casa Bianca. Contemporaneamente George H. Bush (“Bush padre”, il figlio di Prescott) veniva nominato da Nixon ambasciatore alle Nazioni Unite. Ormai le redini del comando, in famiglia, erano passate a George H. Bush. Prescott però moriva, nel 1972, e non potè vedere il figlio diventare direttore della CIA nel 1976, poi vice-presidente sotto Reagan (1980-1988), ed infine presidente egli stesso, dal 1988 al 1992.

Non vide nemmeno, peraltro, la sconfitta del figlio nel 1992, che perdeva inaspettatamente la sua rielezione contro colui che poteva sembrare un perfetto sconosciuto per i più: Bill Clinton. La storia sembrava ripetersi, e fu questa volta George H. Bush a dover attendere la controversa decisione della Corte Suprema, nel 2000, per poter piazzare il figlio fra le mura tanto amate.

11 SETTEMBRE 2001 – Parrebbe, che il 10 di Settembre del 2001, nonostante il figlio si trovasse in Florida, decise di fermarsi a dormire alla Casa Bianca, sulla via del ritorno da New York al Texas. Lo ha raccontato egli stesso in televisione, più di una volta. Sarebbe ripartito molto presto all’alba, venendo così a trovarsi già vicino a casa, al momento del blocco completo dei voli che seguì gli attentati dell’11 Settembre. La sera del 10, a fare gli onori di casa, c’era Dick Cheney, l’uomo che lo stesso Bush aveva messo accanto al figlio, come vice-presidente, un anno prima. Cheney era anche l’uomo che, in assenza del presidente in carica, avrebbe saldamente preso in mano la situazione durante gli attacchi terroristici, arrivando anche a far deviare, tramite i servizi segreti, i due caccia che si stavano finalmente dirigendo verso l’aereo diretto sul Pentagono, e mandandoli invece su un bersaglio fasullo. Che cosa abbia fatto George H. Bush a Dallas nel lontano 1963, e che cosa abbia fatto – o di cosa abbia parlato con Cheney – la notte del 10 Settembre 2001, alla Casa Bianca, non lo sapremo probabilmente mai.

“Potrà essere una rivelazione per molte persone il fatto che il commercio globale della droga sia controllato e gestito dalle agenzie di spionaggio. In questo traffico mondiale di droga, l’intelligence britannica regna sovrana. Come sanno bene le persone informate su questo argomento, MI5 e MI6 controllano molte delle altre agenzie di spionaggio al mondo (CIA, MOSSAD, ecc..) in un’ampia rete di intrighi e corruzione che ha la sua base di potere globale nel “miglio quadrato” della City di Londra.

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Prescott Bush incorona Richard Nixon

Nel mese di ottobre del 1947, il segretario nazionale della De­mocrazia Cristiana, Attilio Piccioni, affida a Paolo Emilio Taviani l’incarico di coordinare le attività delle formazioni paramili­tari clandestine che fanno capo al partito, e che sono composte nella quasi totalità da ex partigiani.

Il 7 novembre 1947, l’argomento relativo alla struttura parami­litare viene affrontato nel corso di una riunione della direzione nazionale.

Giuseppe Dossetti osserva che i comunisti “sono in grado di massacrare tutti i nostri quadri periferici con pochi uomini”, e chiede di “inserire il nostro piano nel piano generale del governo”. Mario Scelba, ministro degli Interni, afferma che occorre “mettere il partito in assetto di difesa” perché “il governo non può fronteggiare tutto e dappertutto” e che, inoltre, “bisogna met­tersi d’accordo con i partiti che intendono difendere decisamen­te le libertà democratiche”.

Fra questi ultimi si colloca il Movimento Sociale Italiano.

Non doveva il “neofascismo”, secondo la strategia delineata da Pi­no Romualdi nel luglio del 1946, riguadagnare i favori della bor­ghesia italiana “dalla congenita vigliaccheria”, ponendosi alla avanguardia della battaglia contro il comunismo?

L’eventualità di uno scontro armato con i comunisti esalta Gior­gio Almirante che in vita sua non ha mai combattuto, ma sa di po­ter contare su diverse migliaia di reduci della Repubblica socia­le addestrati militarmente e disponibili alla battaglia.

Già il 1° febbraio 1947, Giorgio Almirante aveva scritto a Fran­co De Agazio, direttore de “Il Meridiano d’Italia”, a Milano, per richiedere il suo intervento presso il cardinale di Torino, Fossa­ti: “Caro De Agazio, a nome del Movimento ti prego di una missione urgente ed importantissima. Abbiamo avuta notizia sicura che il cardinale Fossati di Torino ha convocate parecchie persone e personalità allo scopo di addivenire alla fondazione in Piemonte di squadre di resistenza anticomunista. Tu capirai cosa significa e cosa può significare ciò. Affidiamo quindi a te la missione di an­dare a Torino, possibilmente con altra persona di fiducia, di far­ti ad ogni costo ricevere dal Fossati e di prospettargli la possi­bilità che il Msi collabori con lui…”.

Il 16 aprile 1947, l’agente americano Barret, in un suo rapporto, segnala che a Napoli, “come contromisura contro la violenza comunista…Il Movimento sociale italiano (Msi) ha iniziato a di­stribuire armi automatiche ai suoi militanti e ha nominato un ge­nerale (la cui identità è ignota) al comando delle fazioni”.

A prescindere dalle iniziative assunte sul piano locale in vari centri della penisola, la struttura clandestina paramilitare del Movimento sociale italiano s’identifica con i Fasci di azione rivoluzionaria, fondati nell’estate del 1946, da Pino Romualdi che è, contestualmente, uno dei fondatori dello stesso Msi.

Come il partito che rappresenta la struttura legale, politica ed ufficiale, anche i Far sono un’emanazione diretta dei servizi se­greti americani ed italiani.

Il 29 ottobre 1946, il capo della polizia, Luigi Ferrari, segnala ai questori di Roma e Frosinone tale Antonio Di Legge, alias Quinto Romani, il quale afferma di essere al servizio degli anglo- americani per i quali organizza, anche con la collaborazione di Pino Romualdi, “gruppi armati anticomunisti”.

Due giorni più tardi, il 31 ottobre, gli ebrei dell’Irgun di Menachem Begin fanno saltare in aria la sede dell’ambasciata bri­tannica a Roma, con l’esplosivo fornito dallo stesso Pino Romual­di che collabora con l’organizzazione terroristica ebraica, su in­vito dei servizi segreti italiani ed americani, gli stessi che hanno già stabilito il contatto fra gli uomini di Junio Valerio Borghese e gli esponenti del sionismo armato.

La conferma, se mai serve, giunge da una nota informativa dei servizi segreti militari dell’11 febbraio 1949, che segnala come l’agente americano Joseph Luongo abbia richiesto a persona non identificata se il governo italiano si avvale dell’opera dei Fasci di azione rivoluzionaria per i quali gli americani hanno speso forti somme per potenziarli e metterli in grado di agire in caso di sollevazioni di sinistra.

L’11 febbraio 1948, una nota informativa del ministero degli In­terni segnala che è stato concluso “un importante accordo… tra il Msi e alcuni industriali dell’Alta Italia, già sovvenzionatori del fascismo…per l’apporto di fondi per un maggiore incremento del­l’organizzazione del movimento”, nonché la creazione “a Roma di una brigata composta da ex combattenti ed elementi fascisti per la difesa esterna della capitale contro gli attacchi comunisti”, affidata al comando di un ex console della Milizia.

Due giorni dopo, il 13 febbraio, il questore di Roma segnala, in un appunto, che la segreteria nazionale del Msi, “in previsione di possibili aggressioni alle sue sedi”, ha chiesto alle sezioni periferiche “nominativi di iscritti disposti a costituire speciali squadre di difesa”.

L’attivismo in campo paramilitare del Movimento sociale italia­no non è fine a sé stesso, perché il partito di Giorgio Almirante procede di comune accordo con la Democrazia cristiana sul piano attivistico, con squadre formate da militanti di entrambi i partiti, e si appresta a svolgere propaganda elettorale per il partito di Al­cide De Gasperi rinunciando perfino a una parte di voti che potrebbe­ro confluire sul suo simbolo, per avere la possibilità di entrare a far parte, a pieno titolo, di quei partiti politici che inten­dono difendere decisamente le libertà democratiche”, come afferma­to dal ministro degli Interni, Mario Scelba.

Il Movimento sociale italiano sarà, infatti, inserito sia nel piano di difesa dello Stato che in quello predisposto per l’auto­difesa dei partiti politici, dei loro uomini e delle loro sedi che entrerà in funzione nell’imminenza delle elezioni politiche del 18 aprile 1948.

Se il 26 dicembre 1946, il Movimento sociale nasce come movimen­to politico legittimato ad operare nella nuova Italia postbellica, democratica ed antifascista, il 18 aprile 1948 riceve la sua consacrazione come colonna portante del sistema parlamentare sulla cui affidabilità nella lotta contro il comunismo e nella fedeltà gli Stati uniti d’America non ci potranno essere dubbi di sorta.

Anzi, negli anni a venire, sarà proprio il Msi a fornire allo Stato ed alle sue strutture segrete e segretissime gli uomini per condurre la guerra civile che, mediante la destabilizzazione del­l’ordine pubblico, riuscirà a stabilizzare quell’ordine politico di cui è parte integrante.

Non ci sono solo la Democrazia cristiana ed il Movimento socia­le impegnati a prepararsi ad un eventuale scontro militare, perché il 19 febbraio 1948, a palazzo Drago, a Roma, si svolge una riunio­ne alla quale prendono parte ventuno persone per studiare i piani da attuare in caso di vittoria elettorale del Fronte popolare.

Vi prendono parte, con altri, il generale Gustavo Reisoli Mathieu, il maresciallo Giovanni Messe, l’ammiraglio Thaon de Revel, il principe Colonna, Sartorio per la Confidustria, ed Emilio Patrissi.

L’obiettivo è coordinare l’attività di quei gruppi paramilita­ri che dovranno affiancare le Forze armate e di polizia in caso di scontri con i comunisti e, difatti, è chiamato a presiederla il generale Giuseppe Piechè, primo comandante generale dell’Arma dei carabinieri sotto il governo diretto dal maresciallo Pietro Badoglio nell’autunno del 1943.

Un mese prima, il 12 gennaio 1948, il console americano a Mi­lano, Charles Bay, aveva segnalato in un suo rapporto la tenden­za ad unire le forze delle formazioni paramilitari operanti in città e nella regione come il Movimento di resistenza popolare (Mrp) di Carlo Andreoni, di matrice socialdemocratica, 1’Armata italiana della libertà, l’Uomo qualunque ed il gruppo capeggiato da Emilio Patrissi.

La richiesta avanzata riservatamente dal governo di centro-si­nistra, presieduto da Massimo D’Alema, a quello americano di non divulgare i documenti della Cia inerenti l’intervento americano in Italia nel 1948, non consente di procedere ad una ricostruzione esaustiva dei piani predisposti dal governo di Alcide De Gasperi, dallo Stato maggiore della difesa e dagli Stati uniti per impedi­re al Fronte popolare di giungere al potere, in un modo o nell’altro, ma quanto è emerso nel corso degli anni ci consente di farla egualmente e di affermare che l’apparato politico-militare costi­tuito in quel periodo è stato mantenuto negli anni a venire come i piani di difesa, debitamente aggiornati via via, perché la “mi­naccia” comunista è rimasta inalterata, anzi si è accresciuta nel corso degli anni fine a raggiungere il suo culmine negli anni Set­tanta.

Negli anni Settanta, l’ex ministro degli Interni, Mario Scelba, racconterà al giornalista Antonio Gambino, in sintesi, quali era­no le misure predisposte dal governo, nell’aprile del 1948, per fronteggiare il “pericolo rosso”:

“…Già nei primi mesi del 1948 – ricorda Scelba – era stata messa a punto un’infrastruttura capace di far fronte a un tentativo insurrezionale comunista. L’intero paese era stato diviso in una serie di grosse circoscrizioni, ognuna delle quali comprendeva varie provincie, e alla loro testa era stato designato in manie­ra riservata, per un eventuale momento di emergenza, una specie di prefetto più anziano o quello della città più importante, perché in alcuni casi era invece il questore o un altro uomo di sicura energia e di mia assoluta fiducia.

L’entrata in vigore di queste prefetture allargate sarebbe stata automatica, nel momento in cui le comunicazioni con Roma fossero state, a causa di una sollevazione, interrotte; allora i super-prefetti da me designati avrebbero assunto i pieni poteri dello Stato sapendo esattamente, in base a un piano preordinato, che co­sa fare.

D’altra parte ci eravamo preoccupati anche di impedire che si po­tesse arrivare a un’interruzione delle comunicazioni. Pensando che la prima mossa dei promotori di un eventuale colpo di Stato sarebbe stata di impadronirsi delle centrali telefoniche e delle stazio­ni radio, o quanto meno di renderle inutilizzabili, avevamo orga­nizzato un sistema di comunicazioni alternative, servendoci come punti di appoggio, di un certo numero di navi italiane e alleate presenti nel Mediterraneo”.

Una doppia struttura di comando, una rete alternativa di comuni­cazioni che poggia sulla collaborazione nelle navi della VI flot­ta, la suddivisione del Paese in circoscrizioni che non corrispon­dono a quelle delle province: di più Mario Scelba non dice, ma è sufficiente, specie se ricordiamo la circolare della direzione ge­nerale di Ps del 18 marzo 1948 che indicava le misure da prendere in vista delle elezioni politiche.

Accanto ai “servizi fissi di vigilanza ai seggi”, a quelli di “pattugliamento e riserva”, compaiono infatti i “servizi straordi­nari”, non dipendenti dai prefetti, costituiti da reparti mobili di Ps, carabinieri ed Esercito come “riserva da impiegare soltanto in casi di gravi necessità”.

Reparti inter-forze chiamati ad intervenire per reprimere even­tuali tentativi di rivolta ma non tali, per numero, da garantire il successo delle operazioni.

Accanto a questi reparti inter-forze è necessario affiancare mi­lizie civili i cui componenti abbiano due requisiti minimi: una fede anticomunista e una preparazione militare.

A guidare i reparti civili sono le Forze armate.

La prima testimonianza è quella di Piero Cattaneo:

“In occasione delle elezioni del 1948 vennero formati dei gruppi di partigiani cattolici col preciso compito di opporsi ad un’even­tuale presa del potere da parte dei comunisti. La formazione di que­sti gruppi armati era non solo conosciuta ma autorizzata e favori­ta dalle autorità costituite. Io personalmente sono stato nominato comandante generale per la provincia di Milano”.

Piero Cattaneo era collegato, per sua ammissione, al comando dell’Arma dei carabinieri, da un lato, e al questore Vincenzo Agnesina, dall’altro, nominato quest’ultimo dal ministro degli Interni, Mario Scelba, responsabile dell’apparato clandestino costituendo 1’alter ego segreto del prefetto di Milano, in quella che era la doppia struttura di comando creata per l’occasione.

La conferma viene da una dichiarazione resa dal colonnello di fanteria in congedo, Giuseppe Falcone, trasmessa per conoscenza al ministro della Difesa, Luigi Gui, il 3 settembre 1969.

“Nell’anno 1948 in previsione delle elezioni politiche che si presentavano abbastanza difficoltose ebbi l’incarico in qualità di comandante del presidio di Sacile, dal comando del V Comiliter di Udine, di armare alcuni civili fidati nella zona di Sacile, Vittorio Veneto, Valcellina e limitrofi…Detti armi anche al1’Arcivescovado di Udine – mons. Zaffonato – allora vescovo di Vittorio Veneto. Tutta questa zona era sotto il controllo diretto. Ad elezioni ultimate ritirai le armi e le versai alla sezione staccata di Artiglieria di Conegliano…”.

La terza testimonianza viene da Massimo Rosti, componente a Pa­via della formazione paramilitare cattolica “Avanguardia di Cri­sto Re”, fondata nel 1947 da don Carlo Barcella, ex cappellano mi­litare degli alpini in Albania e poi della divisione repubblicana “Monterosa”, che rivela come il 15 aprile 1948 venne avvicinato da un ufficiale in congedo che gli fornì la parola d’ordine che, in caso di vittoria comunista alle elezioni, avrebbe dato inizio al­la reazione armata.

Nelle formazioni paramilitari che, nel tempo, si sono costitui­te dal 1945, i reduci della Repubblica sociale e i fascisti in genere hanno rivestito il ruolo che la loro condizione di sconfitti consentiva: un. ruolo subalterno e gregario che, per essi, ha il vantaggio di facilitarne il reinserimento nella vita civile e politica del Paese operando nel solo campo il cui il loro contri­buto è ritenuto utile, spesso sollecitato, quella della battaglia contro il comunismo.

La nascita del Msi consente ora il loro impiego come forza au­tonoma e compatta.

La necessità del governo democristiano e dello Stato maggiore delle difesa di disporre di uomini in grado di combattere rappre­senta la grande occasione dei reduci fascisti che assaporano il piacere – che ha il gusto della rivincita -, dopo tante persecu­zioni, di essere chiamati a schierarsi insieme ai partigiani ‘bian­chi’ a difesa dello Stato repubblicano, democratico ed antifasci­sta.

Il 18 aprile 1948 rappresenta per i reduci della Rsi, che si ri­conoscono nel Movimento sociale, il giorno della loro definitiva riabilitazione: dopo quella data non ci saranno che due Italie con­trapposte, quella anticomunista e quella comunista.

L’Italia fascista rinuncia ai sogni di rivincita e si schiera sotto la bandiera dell’anticomunismo di Stato e di regime attorno al quale si raccolgono, uniti e compatti, militari della Repubbli­ca sociale e del Regno del sud, marò della divisione Decima e par­tigiani autonomi, militi della “Tagliamento” e “fazzoletti verdi” della “Osoppo”, ognuno convinto di non rinnegare il proprio passato ma di considerarlo superato dal presente e ancor più dal futuro da ricostruire uniti nella battaglia, ridivenuta comune contro il nemico di sempre: il comunismo.

Il 18 aprile 1948, a Milano, all’interno della caserma La Marmo­ra sono ben 400 i reduci della Rsi che attendono, inquadrati dai carabinieri, di intervenire contro i “rossi”.

Sempre a Milano, un ex ufficiale della Decima mas viene “avvici­nato da un capitano di polizia che con le credenziali del ministe­ro dell’interno a firma del ministro Scelba, gli chiede quanti uo­mini può mobilitare in caso di vittoria dei comunisti”, ed è quin­di informato dal capitano di Ps che sono a loro disposizione “bracciali della polizia ausiliaria, armi, tessere di riconoscimento e altra dotazione… presso la caserma S. Ambrogio di Milano”.

A Roma, nella sede del Msi è piazzata una mitragliatrice pesante Breda 37, fornita dall’esercito. E una seconda è installata nella sede nazionale nella Dc, a piazza del Gesù, servita da tre ex fanti di marina della Rsi che, su richiesta di Giorgio Tupini, sono stati mandati da Giorgio Almirante.

A Cremona, l’ex sottotenente dell’Aeronautica repubblicana, Tom­maso Donato, testimonierà in epoca successiva che il 18 aprile 1947, i carabinieri avevano fornito ai reduci della Rsi divise dell’Arma e uno “speciale tesserino contrassegnato da una lette­ra dell’alfabeto e da un numero in codice”.

E migliaia di altri sono mobilitati per lo stesso fine, a di­sposizione nella loro grande maggioranza dell’Arma dei carabinie­ri che, per la dislocazione capillare nel territorio, può assolve­re il compito di selezionare gli uomini, armarli, inquadrarli, smobilitarli e, infine, mantenere con loro un rapporto destinato a rare per sempre.

Contro quello comunista, il regime democristiano riesce a schierare un esercito non ideologicamente omogeneo ma politicamente compatto che resterà, occultamente, a sua disposizione per tutto il tempo che la Democrazia cristiana riterrà opportuno.

Un tempo che giunge fino ai primi anni Ottanta, fino a quando cioè la”minaccia” rappresentata dal Partito comunista svanisce per le mutate condizioni internazionali e per la pochezza dei di­rigenti comunisti italiani incapaci ormai di distinguersi dai lo­ro colleghi degli altri partiti, sul piano morale ed ideale.

Ex comunista debitamente riprogrammato come atlantista

 

UNA NUOVA BANDIERA


Le Forze armate italiane come simbolo dell’unità della Nazione hanno cessato di esistere nel
momento in cui, 1’8 settembre 1943, poste di fronte all’alternativa di scegliere fra lo Stato e la
Nazione, si sono schierate, nella loro quasi totalità, dalla parte del primo contro gli interessi della
seconda.

Non si tratta di fare un discorso ideologico per contrapporre il fascismo all’antifascismo, perché il rovesciamento di fronte venne deciso per salvare la monarchia e garantire a Casa Savoia di sopravvivere a quella che si profilava come una sconfitta militare ormai certa.

Non era antifascista Vittorio Emanuele III, non lo erano i suoi generali, né gli industriali ed i banchieri che collaboravano con gli alleati dal giorno in cui gli Stati uniti erano entrati in guerra ipotecando le sorti di un conflitto che il loro potenziale indu­striale e bellico rendeva, agli occhi dei più esperti, già perduto per le potenze dell’Asse.

Gli interessi di Casa Savoia non coincidevano con quelli dell’Italia che, difatti, con la scelta di passare dalla parte degli alleati anglo-americani si trovò a dover sostenere il peso di tre guerre al posto di una sola: la guerra contro gli alleati; quella contro i tedeschi, insieme agli alleati; quella civile fra fascisti ed antifascisti.

A farne una sola, quella iniziata il 10 giugno 1940, ci sarebbe­ro stati meno morti e, soprattutto, la Nazione sconfitta avrebbe potuto restare unita.

Così non è stato.

I vertici della Forze armate trovarono conveniente ed opportuno schierarsi a difesa della monarchia, che, dopo il 25 luglio 1943, doveva essere tutelata sia dalla possibile reazione fascista che dal ritorno di quella “sovversione rossa” che il regime mussoliniano aveva fatto scomparire.

Le misure adottate per mantenere 1’ordine pubblico illustrano a sufficienza la mentalità di una casta di ufficiali che si era tenuta distaccata dal popolo italiano con il quale, dal 1861, non si era mai identificata.

La circolare emanata il 26 luglio 1943 dal capo di Stato maggiore dell’esercito, generale Mario Roatta, per la tutela dell’ordi­ne pubblico ne è la conferma:

“Qualunque pietà a riguardo della repressione è un delitto, po­co sangue versato inizialmente risparmierà fiumi di sangue in se­guito. Perciò ogni movimento deve essere inesorabilmente stroncato in origine. Siano abbandonati i sistemi antidiluviani, quali i cordoni, gli squilli, le intimazioni, la persuasione…I reparti abbiano i fucili a ‘pronti’ e non a ‘bracciarm’. Muovendo contro i grup­pi di individui che turbino l’ordine pubblico…si proceda in for­mazione di combattimento e si apra il fuoco a distanza anche con mortai e artiglierie senza preavviso come se si procedesse contro truppe nemiche. Non è ammesso il tiro in aria. Si tira sempre a col­pire come in combattimento”.

Una direttiva che costerà la vita a 93 cittadini, dei quali 83 nel periodo 26-30 luglio 1943, ai quali vanno aggiunti 563 feriti, mentre i Tribunali militari condannavano, fino all’8 settembre 1943, 3.500 persone a pene varianti da 18 anni a 6 mesi di reclu­sione e le forze di polizia traevano in arresto 35 mila cittadini, tutti rei di essersi illusi di aver ritrovato le libertà politiche.

Il prezzo della fedeltà alla monarchia sabauda, i generali ita­liani sono disposti a pagarlo con le vite degli altri, non con le proprie.

Per loro, l’onore è un concetto astratto. Ne fa testo il compor­tamento del maresciallo d’Italia, Pietro Badoglio, che, il 3 set­tembre 1943, mentre il generale Giuseppe Castellano, a Cassibile, firma a nome suo e del governo l’armistizio con gli alleati, non esita a dichiarare al nuovo ambasciatore tedesco in Italia, Rudolf Rahn, che l’Italia resterà fedele all’alleanza con le Germania, concludendo con parole che vale la pena di riportare:

“Io sono il maresciallo Pietro Badoglio, uno dei tre più vecchi marescialli d’Europa. Sì, Mackensen, Pétain ed io siamo i più vec­chi marescialli d’Europa. La diffidenza del governo del Reich nei riguardi della mia persona mi riesce incomprensibile. Ho dato la mia parola e la manterrò. Vi prego di avere fiducia”.

Disonore fine a stesso, inutile, perché i tedeschi già conosceva­no la verità.

Il 30 agosto 1943, il tenente colonnello Herbert Kappler scrive a Berlino:

“La mia impressione è che il governo Badoglio concluderà una pace separata nei prossimi dieci giorni”.

Il 4 settembre 1943, a Roma, il direttore della centrale telefonica del Quartiere generale dell’Aeronautica informa il confiden­te dei tedeschi, Del Re, che il governo italiano ha firmato l’armistizio. Il Comando supremo germanico, a Berlino, ne viene subito informato.

Morti inutili: come quelle dei marinai del sommergibile “Velia”, fatto uscire insieme ad altri sette, dal porto di Napoli in missione di guerra dallo Stato maggiore della Marina, come da accordi stabiliti con gli alleati il 19 agosto 1943 per ingannare i tedeschi.

Il sommergibile “Velia”, al comando del tenente di vascello Patané, sarà affondato alle ore 22.00 dell’8 settembre 1943 nel golfo di Salerno, immolato per un inganno che ha mancato il suo obietti­vo .

La sera dell’8 settembre, difatti, l’Alto comando tedesco in Italia dirama ai reparti dipendenti il messaggio radio “Fall achse…Ernte einbrigen” (“Mettete al coperto il raccolto”) che rende esecutivo il piano da tempo predisposto di disarmo delle Forze armate italiane.

Quello stesso giorno, sulla base delle informazioni fornite dal generale Giuseppe Castellano, l’aviazione alleata, bombarda Frascati dove ha sede il comando supremo tedesco in Italia, provocando 500 morti fra gli italiani ma fallendo il suo obiettivo.

Sempre quell’8 settembre 1943, il capo di Stato maggiore dell’e­sercito, generale Mario Roatta, telefona al feldmaresciallo Albert Kesselring per metterlo al corrente della sua “sorpresa” nell’apprendere via radio della firma dell’armistizio, garantendogli di essere sempre stato all’oscuro di tutto.

Un modo astuto per garantirsi la pelle nel caso che fallisca la fuga programmata per il giorno successivo.

Il giudizio più impietoso e realistico sui vertici militari italiani viene dal loro interno, dal generale Giacomo Zanussi che, alla speranza, espressa dal generale Mario Roatta, che i comandan­ti delle unità dislocate fuori Roma possano reagire con le armi ad atti di ostilità da parte dei tedeschi, risponde:

“Ma lei li conosce meglio di me i nostri comandanti. È già dub­bio che dinanzi ad un ordine perentorio uno su due obbedisca, so­prattutto quando l’obbedire impegna non soltanto la propria responsabilità, ma rischia la propria testa. E dopo di ciò, lei si illude che, lasciati liberi di optare tra un atto di forza che li compro­mette e un atto di rinuncia che li risparmia, essi scelgano l’atto di forza! Segnatamente poi quando si saprà la scelta che abbiamo fatto noi!”.

Tranne pochissime eccezioni, difatti, i generali italiani si ar­rendono senza opporre resistenza alle truppe tedesche.

La retorica neofascista ha enfatizzato il numero degli ufficiali di grado elevato che hanno aderito alla Repubblica sociale italia­na, a cominciare dal maresciallo d’Italia Rodolfo Graziani, ma la realtà è molto diversa.

Moltissimi ufficiali, per i primi i generali, hanno aderito alla Repubblica di Salò perché l’8 settembre 1943 si sono trovati dietro le linee tedesche e non hanno voluto rischiare la vita o finire in un campo di concentramento in Germania.

Altri perché il governo fascista repubblicano pagava ottimi stipendi ed avevano famiglie da mantenere, altri ancora con la riserva di “aderire per sabotare”, gli ultimi perché Benito Mussolini aveva concesso al maresciallo Rodolfo Graziani di costituire un esercito “apolitico” nel quale, quindi, si poteva militare senza compromettersi con il fascismo, giustificando la scelta con la difesa dell’onore d’Italia.

È di origine militare l’immagine della “Salò tricolore” alla quale si riferirà il neofascismo postbellico, compreso Giorgio Almirante, la sua figura più rappresentativa, che nel suo libro autobiografico scriverà di aver aderito alla Rsi dopo aver ascoltato il discorso tenuto dal maresciallo Rodolfo Graziani al teatro Adriano, a Roma, il 1° ottobre 1943.

La frattura che si determina l’8 settembre 1943, all’interno del le Forze armate italiane, viene quindi ricondotta e circoscritta ad una diversa interpretazione dell’onore militare che per gli uni, aderenti al Regno del sud, si riconosce nel rispetto del giu­ramento di fedeltà al re, negli altri, inseriti nei ranghi della Repubblica sociale italiana, in quello della parola data agli al­leati tedeschi.

Entrambi gli schieramenti proclamano la loro apoliticità ed il comune intento di conservare l’integrità del territorio nazionale e l’unità della Nazione.

La frattura, anche se più formale che sostanziale, però esiste, e va pertanto ricomposta perché il nuovo Stato non può prescinde­re dalle Forze armate e non può ricostituirle epurando da esse mi­gliaia di quadri che dovranno necessariamente essere riassorbiti nel ruolo e nel grado, in modo da farne in un tempo ragionevole un organismo unitario, rappresentativo della ritrovata unità di una Nazione impegnata a rimarginare le ferite della guerra e, in modo particolare, di quella civile.

Ed è questo uno dei compiti dei primi governi postbellici, non assolvibile nell’immediatezza della fine del conflitto dal gover­no presieduto da un esponente del movimento partigiano come Ferruccio Parri, ma al quale si accinge con alacrità quello successivo, guidato dal democristiano Alcide De Gasperi.

La fine della guerra non segna quella delle apprensioni per il proprio destino e le proprie vite di tanti ufficiali, soprattutto di grado elevato, che potrebbero essere estradati nei Paesi occu­pati dall’esercito italiano durante il conflitto per esservi giudicati come criminali di guerra.

Anche se, nel corso degli anni, è stato fatto opportunamente di­menticare, il problema rappresentato dall’estradizione di decine di ufficiali – in paesi come l’Alba­nia, la Jugoslavia, l’Unione sovietica, l’Etiopia, la Grecia, la Francia – non era di poco conto e coinvolgeva persone che avevano fatto, dopo 1’8 settembre 1943, scelte opposte.

La fucilazione, a Bari, del generale Nicola Bellomo, 1’11 settembre 1945, da parte di un plotone di esecuzione britannico, provava che per gli alleati la distinzione fra aderenti al Regno del sud o alla Repubblica sociale non aveva alcun valore dinanzi alla com­missione di quelli che a loro insindacabile giudizio erano “crimini di guerra”.

Il generale Nicola Bellomo aveva aderito al Regno del sud ed era stato addirittura ferito nei combattimenti contro le retroguardie germaniche a Bari, il 9 settembre 1943, ma aveva la “colpa” di aver fatto sparare su due ufficiali britannici che avevano tentato la fuga da un campo di concentramento sotto la sua giurisdizione nel 1941, uno dei quali era rimasto ucciso.

Sui prigionieri che evadono l’ordine di aprire il fuoco esiste in tutti i Paesi del mondo, ma per gli inglesi quello commesso dal generale Bellomo era un “crimine di guerra” che andava punito con la morte.

E se questa era stata la sorte di un ufficiale italiano che ave­va aderito al Regno del sud, che si era schierato con gli alleati, che aveva provocato la morte di un solo ufficiale britannico, non era difficile ipotizzare quale sarebbe stata quella degli ufficia­li italiani che nei Balcani, in Africa, in Unione sovietica, avevano incendiato paesi, ucciso per rappresaglia migliaia di uomini, donne e bambini, imprigionato e torturato.

Pochi, forse nessuno, sarebbero tornati vivi dalla Jugoslavia, dall’Unione sovietica, dall’Albania, dalla Grecia, dall’Etiopia, che reclamava sia il maresciallo Pietro Badoglio che il suo anta­gonista Rodolfo Graziani.

Evitare il cappio al collo era una necessità che contribuiva a rendere unita la casta militare che riponeva le suo speranze nel­la Democrazia cristiana e nella Chiesa cattolica, le forze certa­mente più idonee, per il credito che godevano presso gli alleati anglo-americani, per evitare il peggio.

Il presidente del Consiglio, Alcide De Gasperi, non abbandona le gerarchie militari sulla cui disciplina deve contare nel momento in cui si avvicina il momento di scegliere fra monarchia e repubblica.

Il 9 aprile 1946, Alcide De Gasperi si rivolge all’ammiraglio Ellery Stone, capo della Commissione alleata, per puntualizzare le ragioni che sconsigliano di accogliere la richiesta avanzata dalla Jugoslavia per ottenere l’estradizione di ufficiali italiani accu­sati di crimini di guerra:

“Non posso nasconderle – scrive De Gasperi – che un’eventuale consegna alla Jugoslavia di cittadini italiani, mentre ogni gior­no pervengono notizie molto gravi su veri e propri atti di crimi­nalità compiuti dalle autorità jugoslave a danno di italiani e dei quali sono testimoni i reduci dalla prigionia e le foibe del Carso e dell’Istria susciterebbe nel paese una viva reazione e una giustificata indignazione. L’emozione così suscitata non mancherebbe di riflettersi anche su taluni aspetti della situazione interna, di cui non appare conveniente turbare il processo di normalizzazione soprattutto nel periodo che precede le elezioni della Costituente”.

Alcide De Gasperi preannuncia, quindi, la costituzione di una commissione d’inchiesta italiana per l’accertamento delle respon­sabilità individuali nella commissione di crimini di guerra.

Il 2 maggio 1946, l’ammiraglio Ellery Stone risponde alla nota del 9 aprile del presidente del Consiglio italiano rassicurandolo sul fatto che “i governi americano e britannico sono ben consapevoli delle implicazioni di tale questione”, ed attendono di conosce­re i risultati dell’inchiesta condotta dal ministero della Guerra.

Il 6 maggio 1946, viene ufficialmente costituita la commissione d’inchiesta che è presieduta da Alessandro Casati e composta da sei giuristi, tre ufficiali in rappresentanza delle tre Armi e un ufficiale con funzioni di segretario.

In un Paese in cui la capacità di insabbiare tutto ciò che può nuocere alle classi dirigenti è superlativa e ben collaudata, per la prima volta ci si trova dinanzi alla realtà delle atrocità commesse da militari italiani in guerra che non possono essere cancellate del tutto ma solo circoscritte ad un numero il più possibile minimo di ufficiali e funzionari civili.

Così, il presidente del Consiglio, Alcide De Gasperi, l’11 set­tembre 1946, invia una lettera all’ammiraglio Ellery Stone con la quale annuncia l’individuazione di 40 persone, tra funzionari civili e ufficiali dell’Esercito, che potranno essere deferite alla giustizia militare “per essere venuti meno, con gli ordini o nella esecuzione degli stessi, ai principi del diritto internazionale di guerra”.

Il governo italiano, di cui sono parte integrante i rappresen­tanti del Partito comunista, ostenta di voler procedere con seve­rità all’istruzione di una “Norimberga” italiana che veda alla sbarra quanti si sono macchiati di “crimini di guerra”.

Il 23 ottobre 1946, viene emesso un primo comunicato nel quale sono elencati i nomi di alcuni dei 40 ufficiali e funzionari civili sotto accusa. Fra i nomi resi pubblici spiccano quelli dei gene­rali Mario Roatta, Mario Robotti, Gherardo Magaldi, del tenente colonnello Vincenzo Serrentino e dell’ambasciatore Francesco Bastianini.

Fra questi, il generale Mario Roatta è latitante in Spagna; 1′ ambasciatore Bastianini è rifugiato in Spagna; il tenente colon­nello Vincenzo Serrentino è prigioniero in Jugoslavia.

L’inserimento di Serrentino nell’elenco dei “criminali di guerra” legittima la condanna a morte che gli sarà inflitta dal tribunale jugoslavo, ma la sorte dell’ultimo prefetto italiano di Fiume, aderente alla Repubblica di Salò, non interessa al governo italiano ed alle gerarchie militari.

Vincenzo Serrentino sarà fucilato, a Sebenico, il 5 maggio 1947.

Sarà uno dei pochi ad essere immolato sull’altare della giusti­zia dei vincitori, perché i generali in Italia sono sotto il man­to protettivo della Democrazia cristiana che prosegue nella sua tattica volta a guadagnare tempo, in attesa che l’acuirsi dello scontro fra Mosca e Washington renda possibile la definizione del problema con un nulla di fatto.

Intanto, il 23 dicembre 1946, è pubblicato un secondo elenco di nomi fra i quali risaltano quelli dei generali Emilio Graziosi, Alessandro Pirzio Biroli, Francesco Giunta e Gastone Gambara.

In un elenco successivo, comparirà anche il nome di Achille Marazza, esponente di primo piano della Democrazia cristiana, ai vertici del Comitato di liberazione nazionale alta Italia, che non si era distinto nel corso del conflitto nei Balcani, al comando di un reggimento, per spiccata carità cristiana.

Il 25 aprile 1947, a distanza di poco più di un mese dal discorso del presidente americano Harry Truman del 12 marzo 1947 che segna l’inizio ufficiale della “guerra fredda”, il governo italiano presenta, tramite l’ambasciatore a Washington, Alberto Tarchiani, un memorandum al governo americano nel quale illustra le ragioni per le quali richiede la non applicazione dell’art. 45 del Trattato di pace che prevede la consegna ai Paesi che ne faranno richiesta dei “criminali di guerra” italiani.

L’incondizionata adesione italiana alla politica degli Stati uniti, la firma del Trattato di pace il 10 febbraio 1947, la necessità americana di mantenere l’Italia nella propria sfera d’influenza per la sua posizione strategica nel Mediterraneo iniziano a dare i primi corposi frutti alla casta militare divenuta, senza al­cun rimpianto e senso di colpa, repubblicana e democratico-cristiana.

L’articolo 45 del Trattato di pace non sarà applicato di fatto perché i Paesi aderenti all’alleanza occidentale (Stati uniti, Francia, Grecia, Gran Bretagna) e, infine, la stessa Etiopia notificheranno al governo italiano, in tempi successivi, la loro rinuncia a richiedere l’estradizione degli ufficiali italiani accu­sati di aver commesso crimini di guerra nei loro territori.

La possibilità di estradare nei Paesi del blocco comunista ufficiali italiani per farli giudicare e condannare a morte certa, non viene presa in considerazione nemmeno a livello di ipotesi.

Nessun ufficiale italiano sarà chiamato a rispondere sul piano penale del suo operato in guerra, a prescindere dalle scelte fatte l’8 settembre 1943, per affermare che il comportamento delle regie Forze armate prima dell’armistizio e quello dell’esercito “apolitico” di Salò non meritano censure da parte della classe dirigente po­litica repubblicana che su di esse e sulla loro fedeltà conta per mantenersi al potere.

Non c’è solo la pretesca abilità dei democristiani per spiegare come l’Italia sia il solo Paese dell’Asse che non ha preso provvedimenti contro la casta militare, i cui esponenti di spicco in Germania e in Giappone sono finiti sulla forca, ma la complicità di tutte le forze politiche italiane ed il tacito consenso degli americani e dei britannici.

Gli alleati sono, difatti, consapevoli che la paura, prima, e la gratitudine per essere stati risparmiati, dopo, avrebbero provocato nel­le gerarchie militari italiane uno stato di totale sudditanza, non solo psicologica, nei loro confronti.

I fatti hanno dato loro ragione.

Del resto, gli anglo-americani le loro vendette in Italia se le so­no prese per proprio conto.

Dopo aver fucilato il generale Nicola Bellomo, a Bari, l’11 set­tembre 1945, difatti, il 27 gennaio 1947 passano per le armi un altro ufficiale italiano, Italo Simonetti, a Marina di Pisa, anch’esso colpevole di aver ucciso un militare americano in Garfagnana nel corso del conflitto.

Nessuno protesta.

Una casta militare che si pone come obiettivo prioritario quello anzitutto di salvare la pelle, poi quello di salvaguardare la carriera e la pensione, non può che far comodo a chi è venuto per conquistare ed ora dovrà governare in maniera accorta e pubblicamente inavvertita.

Il servilismo militare nei confronti degli alleati si evidenzia nei giorni che precedono la firma del Trattato di pace, avvenuta a Parigi il 10 febbraio 1947.

Contro di essa si erge don Luigi Sturzo che, il 6 febbraio 1947, si spinge a criticare la restrizioni imposte alla flotta militare italiana; insorge il ministro degli Interni, Mario Scelba, che il 9 febbraio per protesta rassegna le dimissioni rientrate dopo un colloquio personale con il presidente del Consiglio, Alcide De Gasperi; lo sdegno si esprime nel tragico gesto di Maria Pasquinelli che, il 10 febbraio 1947, uccide il governatore militare di Pola, il generale britannico Robert W. De Winton; mentre lo stesso giorno, al suono delle sirene, si ferma l’intera Nazione che esprime in que­sto modo l’amarezza per l’iniquità delle condizioni imposte al Pae­se sconfitto dai vincitori.

La sola voce discordante è quella dell’ammiraglio Raffaele De Courten, ex capo di Stato maggiore della Marina, che il 6 febbraio 1947 su “Il Mattino dell’Italia centrale” non esita a scrivere che il Trattato di pace lascia una “porta aperta verso l’avvenire”.

È il segnale di un comportamento che verrà mantenuto inalterato fino ad oggi: la casta militare non ha mai espresso un dissenso, sia pure timido e riservato, verso le limitazioni alla sovranità nazionale, all’indipendenza del Paese, alla subalternità assoluta nei confronti dei vincitori della Seconda guerra mondiale.

La classe dirigente, nel fare dell’Italia un Paese a disposizione degli Stati uniti, non ha trovato critiche ed oppositori nel campo militare.

Una della ragioni che spiegano questo comportamento è da ricer­care proprio nella benevolenza con la quale le gerarchie militari sono state trattate dagli alleati e dai politici che avrebbero do­vuto giudicarle ed epurarle.

Difatti, saranno pochissimi gli ufficiali di grado elevato che subiranno conseguenze di una certa gravità per i comportamenti mantenuti l’8 settembre 1943 e per la loro adesione alla Repubblica sociale italiana.

Il 7 febbraio 1946, la Corte di cassazione proscioglie da ogni addebito, in blocco, gli ufficiali superiori della Guardia nazio­nale repubblicana stabilendo che “sono formazioni di camicie nere con funzioni politico-militari le squadre d’azione di camicie ne­re (brigate nere) che, giusta decreto istitutivo, rappresentavano la ‘struttura politico-militare del partito’, e non già le forma­zioni della Guardia nazionale repubblicana, modellata sull’ordinamento dell’Arma dei Regi Carabinieri”.

Il 10 febbraio 1946, a Roma, il Tribunale militare assolve il generale Lorenzo Dalmazzo, accusato di resa e aiuto militare ai tedeschi alla data dell’armistizio, “perché i fatti a lui ascritti non costituiscono reato”.

Il 12 ottobre 1946, a Roma, il Tribunale militare condanna a 2 anni e 20 giorni di reclusione, interamente condonati, il genera­le Umberto Giglio, comandante militare dell’Emilia durante la Rsi.

Il 7 gennaio 1947, a Bologna, la Corte di assise proscioglie per amnistia il generale della Guardia nazionale repubblicana Ivan Do­ro, presidente del Tribunale militare repubblicano, “per difetto della volontà omicida” che non può ritenersi sussistente, ad avvi­so dei giudici, “soltanto perché vi furono delle sentenze di con­danna a morte”.

Il 13 gennaio 1948, la Corte di cassazione applica l’amnistia al colonnello Corrado, comandante militare della provincia di Brescia durante la Rsi, in quanto, scrive:

“La convocazione di tribunali straordinari da parte di un comandante militare della Provincia è effetto dell’esecuzione di ordini superiori emanati dal prefetto o dal comandante regionale, senza possibilità di iniziativa di rilievo e di decisioni sottratte al controllo di detta autorità”.

Lo stesso giorno, il Tribunale supremo militare, presieduto dal generale Angelo Cerica, assolve il generale Casimiro Delfini, co­mandante della Brigata carabinieri di Roma che aveva cooperato nella deportazione in Germania di 1.500 carabinieri in servizio nella Capitale, nel mese di ottobre del 1943, e che poi aveva aderito alla Rsi rivestendo l’incarico di capo del Reparto Amministrazione-Intendenza presso il Comando generale della Guardia nazionale re­pubblicana.

Il Tribunale lo giudica innocente delle accuse di collaborazio­nismo perché riconosce “la legittimità nell’ambito del diritto in­ternazionale di accordi fra l’autorità italiana e quelle tedesche per il disarmo ed il trasferimento” dei carabinieri.

Le Forze armate proteggono se stesse, a prescindere dai comportamenti individuali mantenuti l’8 settembre 1943 e successivamente, e la classe politica tutela le Forze armate con l’assenso degli anglo-americani che riconoscono l’imperiosa necessità di restitui­re allo strumento militare italiano la sua efficienza.

In silenzio, senza clamori, il governo presieduto da Alcide De Gasperi, già nel mese di febbraio del 1946, ha richiamato alle ar­mi i giovani che hanno fatto parte dell’esercito repubblicano, purché non accusati di reati specifici.

Non sono nemici dello Stato democratico quei ragazzi che hanno risposto alla chiamata alla leva della Repubblica sociale italia­na, sono viceversa soldati già addestrati, disciplinati e necessa­ri ad un esercito che deve fronteggiare gravi emergenze, compreso il rifiuto di tanti giovani meridionali, siciliani in particolare, di difendere in armi uno Stato che non riconoscono come proprio.

La retorica resistenziale post-bellica ha inteso vedere nella mancata epurazione delle Forze armate, nel trattamento clemente riservato agli ufficiali in alto grado che avevano aderito alla Rsi, nel reintegro di molti di essi nell’esercito nato dalla Resisten­za, la prova di un fascismo che rimaneva latente ma ancora in grado di condizionare la vita politica della Repubblica democratica ed antifascista.

Non è così.

Gli ufficiali del regio Esercito che, dopo aver giurato fedeltà alla monarchia, avevano giurato fedeltà alla Repubblica sociale italiana e, successivamente, hanno espresso un terzo giuramento di fedeltà, questa volta alla Repubblica antifascista, non hanno mai ritenuto di venire meno alla coerenza e all’onore militare perché apolitico era 1’Esercito regio, apolitico quello repubblicano, apolitico doveva essere quello democratico: in tutti e tre i casi, difatti, il dovere del soldato è obbedire, difendere l’integrità territoriale della Nazione, combattere la sovversione che mina la unità del Paese.

L’obbedienza del soldato, distaccato dalla politica, al di fuo­ri delle fazioni, alieno da ogni ideologia, fedele allo Stato, a “qualunque Stato” (come sosteneva Julius Evola), diviene lo scudo e l’alibi di quanti passano, apparentemente senza traumi e sensi di colpa, dal servizio della Monarchia a quello dello Stato fascista repubblican0 a quello, infine, dello Stato democratico e repubblicano .

L’Italia dell’immediato dopoguerra affronta i problemi dell’in­tegrità territoriale sul confine orientale dove appare grave il contenzioso con la Jugoslavia, in Sicilia dove il separatismo av­via la propria guerriglia a partire dal mese di ottobre del 1945, del mantenimento dell’ordine pubblico e della necessità di contrastare la “sovversione” socialcomunista.

Garantire e tutelare le Forze armate significa per i governi democristiani assicurarsi la certezza di poter fare affidamento sul loro intervento in qualunque circostanza e contro qualsiasi nemi­co interno.

Riabilitare le Forze armate, riassorbire il trauma dell’8 settembre 1943, ricomporre la frattura creatasi con i 600 giorni della Repubblica di Salò, salvaguardarne l’immagine evitando che venga infangata dai processi, all’interno ed all’estero, per “crimini di guerra”, sono tutte azioni promosse non da un fascismo occulto ma dalla nuova classe politica, di cui fanno parte anche i comuni­sti che sperano, inizialmente, di immettere nei ruoli dell’Eserci­to i quadri delle formazioni partigiane.

Le ombre che gravano sulle gerarchie militari sono tante e non possono essere dissipate se non con un atto di coraggio che la classe politica italiana non ha mai avuto né mai ha ipotizzato di ave­re.

L’accusa di tradimento nei confronti di alti ufficiali che dal­l’entrata in guerra dell’Italia, il 10 giugno 1940, fino alla da­ta dell’armistizio, l’8 settembre 1943, avevano collaborato con gli alleati non era solo una voce di popolo per giustificare le nostre sconfitte ma una realtà triste ed amara, confermata dalla imposizione nel Trattato di pace dell’art. 16 che fa divieto all’Italia di processare quanti hanno collaborato con gli alleati dal 1939 al 1945.

La resa dell’isola di Pantelleria nel mese di giugno del 1943, l’abbandono da parte della guarnigione della base di Augusta, la sola dotata di cannoni da 381 mm, nella notte fra il 9 ed il 10 luglio 1943, che apre la strada all’invasione anglo-americana del­la Sicilia, provano che alla base del tradimento di ufficiali di grado elevato non vi erano motivazioni ideologiche ammesso che queste ultime possano giustificare quanti, dalle posizioni di co­mando che occupano, mandano a morte certa i propri compatrioti ed i propri subalterni per favorire l’azione del nemico.

Quanti italiani sono scomparsi nel Mediterraneo perché qualche ammiraglio segnalava agli inglesi le rotte dei convogli diretti in Africa rendendoli facili bersagli dei sommergibili e degli ae­rei di Sua Maestà britannica?

Neanche la fine della guerra a fianco degli alleati e la scom­parsa del fascismo avrebbero dovuto consentire all’ammiraglio Fran­co Maugeri, apertamente e pubblicamente accusato di intelligenza con il nemico, di divenire capo di Stato maggiore della marina, eppure è proprio quanto è stato fatto da quelle gerarchie milita­ri per le quali la sola difesa è rappresentata dalla negazione in toto di ogni accusa e dalla cancellazione di tutte le verità, unico modo per ricostituire l’unità della Forte armate e restituire ad esse il prestigio definitivamente perduto.

Dovevano, quindi, cadere le accuse di tradimento, quelle relati­ve ai”crimini di guerra” ed, infine, quella di aver partecipato su fronti contrapposti alla guerra civile dopo l’8 settembre 1943.

Il 22 febbraio 1947, il Tribunale militare di Taranto aveva pro­sciolto per amnistia il sottotenente Calogero Lo Sardo, tre sottufficiali e 17 soldati imputati per la strage di Palermo del 19 otto­bre 1944, quando avevano sparato senza alcuna motivazione plausi­bile su un corteo di cittadini che chiedevano il miglioramento delle condizioni di vita, uccidendone 23 e ferendone oltre 100.

La Procura generale militare aveva impugnato la sentenza di pro­scioglimento ma, il 31maggio 1947, dopo l’esclusione dei comunisti dal governo rinunciò al ricorso e la sentenza di proscioglimento divenne esecutiva il 4 giugno 1947.

Il 17 febbraio 1949, a Roma, dov’era stato trasferito da Milano per ragioni di opportunità, si conclude il processo per “collaborazionismo” a carico del capitano di fregata Junio Valerio Borghese, decorato di medaglia d’oro al valor militare, comandante della Decima flottiglia mas fino all’8 settembre 1943 e, poi, della divi­sione di fanteria di marina Decima nella Repubblica sociale ita­liana.

Junio Valerio Borghese viene condannato a 12 anni di reclusione dei quali 9 condonati, e rimesso subito in libertà fra l’esultanza della Marina militare di cui era l’ufficiale di maggiore prestigio.

Due giorni più tardi, il 19 febbraio, il giudice del Tribunale militare, generale Enrico Santacroce, proscioglie i venerali Mario Roatta e Giacomo Carboni, che erano stati denunciati dalla commissione d’inchiesta, presieduta dal comunista Mario Palermo, sulla mancata difesa di Roma dell’8-10 settembre 1943 e, contestualmente, i generali Ambrosio, Castellano, De Stefanis, Utili e Calvi di Bergolo che erano stati, a loro volta, denunciati dal genera­le Giacomo Carboni.

Sul conto di quest’ultimo, ex direttore del Sim, il giudice mi­litare scrive che la sua condotta era stata, “improntata alle pre­scrizioni che il dovere e l’onore imponevano in quelle specialissime circostanze”.

Il 14 ottobre 1949, a Perugia, la Corte di assise assolve tutti gli imputati, militari e diplomatici, accusati di aver organizzato l’omicidio dei fratelli Rosselli, compreso il colonnello dei cara­binieri Sante Emanuele che aveva addirittura confessato la sua partecipazione al delitto, non esitando a giustificare la sentenza assolutoria con una motivazione nella quale i giudici scrivono:

“La logica conclusione di quanto si è esposto e ragionato sareb­be la dichiarazione della responsabilità dell’Emanuele e del Nava­le nell’uccisione, di Carlo Rosselli. Notisi poi nei confronti del primo che anche il semplice fatto da lui inizialmente confessato, avere cioè trasmesso al secondo l’ordine di uccisione costituireb­be, come tanti elementi inducono a credere, partecipazione al de­litto. Però la Corte non può dissimularsi un dubbio, tenue è vero, ma sem­pre un dubbio; che nel torbido mondo del fuoriuscitismo internazionale in Francia potessero fermentare oscure tragedie e che vittima di una di queste possa essere stato Carlo Rosselli”.

Bisognerà attendere altri trent’anni circa per vedere una secon­da Corte d’assise, questa volta romana, assolvere perfino i rei confessi in un processo che, anche in questo caso, coinvolge alti ufficiali delle Forze armate, quello sul presunto golpe Borghese del 7-8 dicembre 1970.

Il 2 maggio 1950, a Roma, si conclude il processo a carico del maresciallo d’Italia Rodolfo Graziani, ministro della Difesa e comandante in capo delle Forze armate della Rsi.

Rodolfo Graziani è condannato a 19 anni di reclusione che si riducono a 5 anni e 4 mesi per effetto delle amnistie e dei condoni la cui decorrenza deve essere calcolata dal giorno in cui è stato arrestato dagli alleati e non da quello in cui è stato passato in consegna alle autorità italiane, così che la pena, in effetti, è quasi interamente scontata.

Graziani, difatti, sarà rimesso in libertà il 28 agosto 1950.

Con note, rispettivamente, del 27 maggio 1947 e del 7 luglio 1947, la Gran Bretagna e la Francia, precedute da quella dello stesso tenore degli Stati uniti, rinunciano a richiedere l’estradizione de­gli ufficiali accusati di “crimini di guerra”, a norma dell’art. 45 del Trattato di pace, ma chiedono che i processi a loro cari­co si svolgano comunque in Italia.

In tempi successivi, la stessa posizione assume la Grecia e, di fatto, anche l’Etiopia, fiduciose nel fatto che i Tribunali mili­tari italiani avrebbero, in ogni caso ed in qualche modo, reso loro giustizia.

Il 25 giugno 1951, però, a Roma, si svolge una riunione fra i ministri della Difesa, Randolfo Pacciardi, degli Esteri, Carlo Sforza, di Grazia e giustizia, Attilio Piccioni, ed un rappresentante della Procura generale militare per esaminare il problema relativo ai processi da fare a carico dei “criminali di guerra”.

Le decisioni assunte nel corso della riunione non si conoscono, ma i suoi effetti sì, perché tutti i procedimenti pendenti relati­vi ad almeno 40 fra alti ufficiali e funzionari civili saranno de­bitamente archiviati e i fascicoli processuali chiusi in armadi che nessuno ha mai avuto il coraggio e la dignità di riaprire.

Per chiudere definitivamente la questione militare, per sanare le ferite delle Forze armate e presentarle alla Nazione come un organismo unitario immune da tradimenti e viltà, proteso solo alla difesa della Patria in guerra e in pace rimane da fare un so­lo, ultimo e definitivo, passo: riabilitare anche sotto il profi­lo giuridico, non solo quindi sotto quelli politico e morale, gli appartenenti in divisa alla “Salò tricolore” che, a loro merito, potevano ascrivere di non aver mai schierato, nel corso dei 600 giorni della Repubblica di Salò, i loro reparti su quelle linee del fronte dove si trovavano, a fianco di inglesi ed americani, i militari del Regno del sud.

Una scelta, concordata con lo Stato maggiore del regio Eserci­to, per affermare che le Forze armate regolari della Repubblica sociale non partecipavano ad una guerra civile ma continuavano a combattere solo per l’Italia ed il suo onore, non per il fascismo.

Una scelta che aveva già fruttato, sia pure circoscritto alla so­la divisione Decima, il riconoscimento del contrammiraglio B. Inglis, capo del servizio segreto della Marina militare americana, che nel mese di gennaio del 1946, nel bollettino riservato agli ufficiali della U.S. Navy security of the O.n.i. Review, sul conto di Junio Valerio Borghese e dei suoi uomini aveva scritto:

“…Quello che è certo è che essi non furono favorevoli agli al­leati; ma sarebbe scorretto affermare che essi furono delle forma­zioni più favorevoli ai tedeschi e più filofasciste delle forze ar­mate italiane. La maggior parte di essi sentì che l’armistizio era stato un vergognoso tradimento al suo alleato da parte del re e di Badoglio e decisero di ‘redimere l’onore d’Italia’”.

Ora, il riconoscimento, esteso a tutti gli appartenenti alle For­ze armate regolari della Repubblica sociale italiana agli ordini del maresciallo Rodolfo Graziani, diveniva pubblico ed ufficiale.

Il 23 febbraio 1952, con legge n. 93, è riconosciuto valido ai fini della carriera il servizio prestato nelle Forze armate della Rsi , con il conseguente reintegro nel ruolo e nel grado di tutti gli ufficiali, non condannati per fatti specifici, che potranno riprendere servizio nelle Forze armate della Repubblica democrati­ca ed antifascista.

È, in questo modo, riaffermato il concesso di “apoliticità” che costituisce l’alibi delle Forze armate che al servizio di un governo di diritto (il Regno del sud) o di fatto (la Repubblica sociale) hanno preteso di servire solo lo Stato e la Nazione, non regimi politici.

Mutate però le condizioni politiche, interne ed internazionali, il capo di Stato maggiore della Difesa, generale Andrea Viglione, nel 1975 bloccherà le carriere degli ufficiali provenienti dall’ esercito repubblicano che non potranno superare il grado di gene­rale di brigata.

In Italia, le Forze armate erano uscite dalla Seconda guerra mon­diale distrutte, non solo materialmente, così che l’opera di ricostruzione aveva richiesto tempo e, soprattutto, una nuova bandiera attorno alla quale riunirsi che non fosse quella di un’Italia uni­ta, che i fatti avevano dimostrato non esistere nel cuore e nelle coscienze di milioni di italiani.

Una bandiera che non era più quella dei tre colori, ma a stelle e a strisce.

 

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POTERI FORTI

 

Nel dopoguerra italiano, parallela ad un mondo politico dominato dalla Democrazia cristiana, pavido, incerto, incline alla trattativa ed al compromesso con il Partito comunista, esiste una forza mi­litare compatta e determinata nel suo anticomunismo che, nel tempo, si accrediterà come la sola, autentica garanzia per gli Stati uni­ti e, successivamente, per 1’Alleanza atlantica che l’Italia resterà fedele ai patti e, questa volta, manterrà la parola data.

Fino a quando i governi democristiani adotteranno la linea del­la fermezza nei confronti del Partito comunista e del suo alleato socialista, la garanzia militare resterà riservata, se non proprio invisibile, per poi apparire in tutta la sua drammatica evidenza negli anni Sessanta e fino alla metà degli anni Settanta come fat­tore di pesante condizionamento della politica governativa nei con­fronti del comunismo interno.

Del resto, sono la Democrazia cristiana ed i suoi alleati anticomunisti ad affrontare il problema rappresentato dalla presenza, in Italia, del più forte Partito comunista occidentale con misure di carattere militare e poliziesco più che politico, delegando la propria difesa a quegli Stati maggiori che nella guerra contro il nemico interno hanno visto, prima, la salvezza dei propri ufficia­li e del proprio prestigio e, dopo, quella del riscatto e della ri­vincita.

Dal momento in cui inizia la concreta riorganizzazione delle For­ze Armate, con la creazione del ministero della Difesa il 4 feb­braio 1947, l’istituzione si distingue per la stabilità dei verti­ci di comando che si contrappone, in modo vistoso, all’instabili­tà politica che vede l’avvicendamento costante di uomini e di go­verni .

Dal 20 maggio 1948, data in cui si forma un governo presieduto da Alcide De Gasperi, il primo dopo la vittoria elettorale del 18 aprile che ha stabilizzato definitivamente la situazione politica italiana, fino al 6 agosto 1970, data in cui assume la presidenza del Consiglio il democristiano Emilio Colombo, in un Paese ancora scosso dal massacro di piazza Fontana, si avvicendano alla direzio­ne politica della Nazione 21 governi e 11 presidenti del Consiglio: Alcide De Gasperi, Giuseppe Pella, Mario Scelba, Antonio Segni, Adone Zoli, Amintore Fanfani, Ferdinando Tambroni, Giovanni Leone, Aldo Moro, Mariano Rumor ed Emilio Colombo.

La catena di comando militare, viceversa, vede la nomina il 1° febbraio 1947 a capo di Stato maggiore dell’esercito del genera­le Efisio Marras, già addetto militare a Berlino durante la guer­ra, che il 10 novembre 1950 verrà promosso a capo di Stato maggio­re della Difesa permanendo nella carica fino al 15 aprile 1954.

Gli subentra, nella carica di capo di Stato maggiore della Dife­sa, il generale Giuseppe Mancinelli, che si dimetterà il 29 marzo 1959 per dissensi con il ministro della Difesa, Giulio Andreotti.

 Il 1° aprile 1959 è nominato capo di Stato maggiore della Dife­sa il generale Aldo Rossi che manterrà l’incarico fino al 22 di­cembre 1965, quando sarà sostituito dal generale Giuseppe Aloja che, peraltro, ha ricoperto l’incarico di capo di Stato maggiore dell’esercito dal 10 aprile 1962, e che resterà al vertice delle Forze armate fino al 16 febbraio 1968.

Nel corso di 21 anni, le Forze armate italiane sono state gui­date da soli quattro uomini, Marras, Mancinelli, Rossi e Aloja, due dei quali hanno ricoperto anche la carica di capi di Stato maggiore dell’esercito, Marras ed Aloja, restando rispettivamen­te al comando dell’istituzione militare per poco più di sette an­ni il primo, per poco meno di sei anni il secondo.

Ancora più stabile appare la guida della polizia italiana con annesso servizio segreto civile, che in oltre 19 anni è stata di­retta da due soli uomini: Giovanni Carcaterra, nominato il 22 marzo 1954, che lascerà l’incarico al suo successore, Angelo Vicari, che lo manterrà fino al 28 gennaio 1973.

Quattro uomini alla guida delle Forze armate dal 1947 al 1968, due soli a quella delle forze di polizia dal 1954 al 1973, un dato che dovrebbe far riflettere quanti ancora oggi ritengono che questo Paese sia stato retto da una democrazia parlamentare e non sia stato, viceversa, uno Stato autoritario e di polizia, in stile sudamericano.

Se gli Stati uniti e l’Alleanza atlantica hanno potuto contare su alleati silenziosi e fedeli, guidati con mano ferma da pochi uomini, questi sono stati i militari ed i poliziotti italiani, non certo i politici.

Le Forze armate italiane non sono state ricostruite, nel dopo­guerra, per un possibile impiego contro un nemico esterno che per anni è rimasto solo ipotetico non avendo l’Unione sovietica la capacità e la volontà di affrontare un conflitto mondiale, e dopo, a partire dagli anni Sessanta, è divenuto potenziale ma affrontabi­le solo dagli Stati uniti, gli unici in grado di schierare un armamento nucleare con funzioni di deterrenza e una forza armata con­venzionale capace di fronteggiare qualsiasi minaccia.

Per comprendere meglio l’inesistenza della “minaccia” militare sovietica è giusto ricordare l’elenco parziale dei danni subiti dal suo Paese, fatto dal ministro degli Esteri sovietico, Mikhailovic Molotov, il 19 marzo 1947:”I danni subiti dall’Urss ammontano a 128 miliardi di dollari; 1.700 città e 70.000 villaggi distrutti; 25 milioni di persone ri­maste senza tetto; distrutte 31.000 fabbriche che davano lavoro a 4 milioni di operai; distrutti 65.000 chilometri di binari ferro­viari e 4.000 stazioni; 98.000 fattorie collettive e 1.800 fatto­rie statali distrutte e saccheggiate; 7 milioni di cavalli, 17 milioni di bovini, 20 milioni di suini, 27 milioni di ovini perduti; distrutti 40.000 ospedali e dispensari medici; 84.000 scuole, 42.000 biblioteche“.

A questi danni, va aggiunta la perdita, di circa 27 milioni di abitanti nel corso di un guerra che, da una parte e dall’altra, aveva cancellata la pietà.

Nessun Paese del blocco comunista era nelle condizioni di soste­nere un conflitto armato.

Il 16 aprile 1946, il generale Duff invia da Trieste al Quartier generale alleato a Caserta un documento segretissimo nel quale ipotizza l’inizio del conflitto con la Jugoslavia per la data del 1° giugno 1946, ma quest’ultima nulla può fare senza il supporto del1’Unione sovietica che, a sua volta, non è assolutamente in grado di fornirglielo.

Difatti, il 4 giugno 1946, a Caserta, il generale William Mor­gan, in un dispaccio, scrive che nella Venezia Giulia “tutto in­dica che, al momento, sia in corso soltanto una guerra di nervi.

Di conseguenza, reputo improbabile un colpo di mano jugoslavo”.

I sovietici abbandoneranno le loro pretese sui territori al confine con la Turchia, ritireranno le proprie truppe dall’Iran, manderanno allo sbaraglio i comunisti greci che, illusi di avere al­le loro spalle paesi ormai dominati dai loro compagni albanesi, bulgari e jugoslavi, daranno inizio il 26 ottobre 1946 ad una guerriglia dalla quale usciranno sconfitti.

Le ragioni della passività sovietica, sono di carattere milita­re, come confermano gli esiti della riunione svoltasi a Mosca il 10 febbraio 1948, fra sovietici, bulgari ed jugoslavi sulla que­stione greca.

Dopo aver avuto conferma da Edvard Kardelj che la Jugoslavia non era disposta ad intervenire militarmente in Grecia per so­stenere i comunisti greci, Josip Stalin si dichiara d’accordo nel far cessare l’insurrezione nel Paese ellenico.

“I comunisti greci – disse il dittatore sovietico, secondo il resoconto di Milovan Gilas – non hanno alcuna possibilità di vin­cere. Non potete immaginare che la Gran Bretagna e gli Stati uniti, la più grande potenza del mondo, permetteranno la rottura delle loro arterie di comunicazione nel Mediterraneo. Fesserie! E noi non abbiamo la flotta. L’insurrezione greca deve cessare il più presto possibile”.

Neanche la guerra di Corea dimostra la volontà guerrafondaia dell’Unione sovietica.

Il conflitto coreano nasce da un errore commesso dal segretario di Stato americano, Dean Acheson, che il 12 gennaio 1950, nel cor­so di un discorso a Washington, esclude la Corea del sud dal “perimetro” difensivo degli Stati uniti, così che Stalin autorizza la Corea del nord a sferrare un’offensiva lungo il 38° parallelo, il 25 giugno 1950, con la ragionevole certezza che la conquista della Corea del sud non comporterà una risposta militare americana.

Ma si sbaglia, perché come conferma una nota dell’ambasciatore italiano a Washington, Alberto Tarchiani, al ministro degli Esteri Carlo Sforza, la Corea non ha rilevanza strategica per gli Stati uniti ma ha un grande valore simbolico perché “l’eventuale conqui­sta di questa da parte delle forze comuniste comporterebbe una perdita di prestigio tale da scuotere non solo in Estremo Oriente, ma anche in Europa, la fiducia dei popoli liberi sull’appoggio de­gli Stati uniti”.

Quando la Corea del nord chiede assistenza per resistere alla controffensiva americana, il 29 settembre 1950, Josip Stalin può solo rivolgersi a Mao Tse Tung che l’8 ottobre 1950, quando le truppe americane ed alleate varcano la frontiera del 38° paralle­lo      dando inizio all’occupazione della Corea del nord, ordina ai “volontari” cinesi di intervenire e di travolgere, come difatti avviene, le truppe americane obbligate ad una sanguinosa ritirata.

L’Unione sovietica non può intervenire direttamente in soccorso dei compagni coreani perché darebbe il pretesto agli Stati uniti di attaccarla usando l’arma nucleare, come dal 1946 vanno pianificando .

Già nel mese di giugno del 1946, gli americani avevano predispo­sto il “Piano Pincher” (Morsa), che prevede un attacco nucleare all’Unione sovietica con l’impiego di 50 bombe atomiche, e che resterà valido fino al 10 marzo 1948 quando sarà sostituito da un altro, denominato “Broiler”, che prevede lo sganciamento di 34 bom­be atomiche su altrettante città sovietiche.

Solo se l’attacco americano fosse stato realizzato, 1’Armata rossa sarebbe scattata in avanti per occupare i centri industriali del­l’Europa occidentale certa che su questi gli Stati uniti non avreb­bero potuto utilizzare i loro ordigni nucleari.

Il “pericolo rosso”, sotto il profilo militare negli anni dell’immediato dopoguerra era inesistente, come prova il fatto che l’eser­cito sovietico era passato dagli 11 milioni di uomini del 1945 ai poco più di 2 milioni del 1948, perché per un Paese distrutto da una guerra spaventosa prioritaria era la ricostruzione non l’espan­sione territoriale con la forza delle armi.

La necessità di un riarmo delle Forze armate italiane non dovreb­be, pertanto, essere al primo posto delle esigenze della Nazione e dello Stato.

Viceversa, nel clima bellico in cui vive il Paese, dopo la ces­sazione delle ostilità, l’esigenza dei governi è il rafforzamento delle forze di polizia e delle Forze armate.

Il 26 febbraio 1946, l’ambasciatore americano a Roma, Alexander Kirk, trasmette al Dipartimento di stato la richiesta del presiden­te del Consiglio, Alcide De Gasperi, già avanzata dal suo predeces­sore, Ferruccio Parri, di elevare il numero dei carabinieri in ser­vizio da 65 mila a 75 mila.

Le condizioni in cui versa l’Italia sono denunciate dalla sezio­ne R&A dell’Oss in un rapporto del 2 febbraio 1946:

“1.700 calorie a testa invece delle 2.100 che rappresentano il minimo per una sana sopravvivenza, condizioni generali peggiori che in qualsiasi altro paese d’Europa se si eccettua la Germania, industrie ferme per mancanza di materie prime e carburante, una disoccupazione in aumento che alla fine dell’inverno toccherà il 40% delle forze lavorative come unica prospettiva (sia il gover­no che il sindacato hanno dovuto accettarla), un’emigrazione massiccia in Francia che indirizzerà fin d’ora 40.000 lavoratori in Belgio e mezzo milione in Francia”.

Il 10 ottobre 1948, il quotidiano comunista “L’Unità” potrà scrivere, senza essere smentito, che il bilancio del ministero degli Interni prevede “40 miliardi per la polizia, 2 per la maternità ed infanzia”.

L’ultimo combattimento che 1’Esercito italiano sosterrà, sul territorio nazionale, sarà quello contro i separatisti, a San Mauro, nei pressi di Catania, il 29 dicembre 1945, per il resto concorre al mantenimento dell’ordire pubblico turbato, specie in Meridione, dalle disperate condizioni di vita dei cittadini più che dall’attività ”sovversiva” dei partiti socialista e comunista.

Il riarmo delle Forze armate risponde, perciò, ad una logica po­litica interna ed internazionale che callidamente prospetta la possibilità, presentata come probabilità concreta, di un attacco mili­tare al Paese da parte di una potenza straniera (L’Unione sovietica) in concorso con una “quinta colonna” rappresentata dal Partito comunista.

Anche quando i fatti hanno provatamente dimostrato l’inesisten­za di una volontà insurrezionale da parte dei comunisti italiani, i governi italiano ed americano continueranno ad insistere, accen­tuando i toni, sulla improrogabile necessità di riarmare le Forze armate italiane.

Ne è un esempio significativo la relazione della Cia del 24 feb­braio 1949, nella quale si scrive:

“La volontà del popolo italiano di resistere all’aggressione so­vietica è compromessa dal suo timore di coinvolgimento in un’altra guerra, specialmente in assenza di efficaci mezzi di autodifesa…

Le Forze armate italiane sono in grado di sconfiggere un’insurre­zione comunista, ma solo dopo che siano avvenuti gravi danni. Nel­la misura in cui l’aiuto militare degli Stati uniti accresca la loro capacità da questo punto di vista i risultati sarebbero vantag­giosi. . .”.

Abbiamo visto diplomatici di estrazione liberale come Manlio Brosio, politici socialdemocratici come Giuseppe Saragat e democristiani come Giovanni Gronchi, opporsi all’ingresso dell’Italia in una alleanza militare, ritenendo giustamente più pertinente per il Pae­se una politica di stretta neutralità fra i due blocchi, ma non c’è traccia di opposizione da parte degli ambienti militari pur consa­pevoli che l’ingresso nella Nato avrebbe significato la rinuncia definitiva all’indipendenza del Paese, alla sua sovranità naziona­le e, di conseguenza, alla sua dignità nazionale.

Le gerarchie militari hanno tutto da guadagnare dalla psicosi bellica, dalla paura collettiva del “pericolo rosso” perché sono loro a rappresentare la difesa del nascente regine democristiano con tutti i vantaggi materiali che questa condizione comporta in termini di carriera, ampliamento dei reparti, riarmo che si tradu­ce nella possibilità di ricostruire l’industria bellica italiana, chiamata a lavorare sulle commesse militari americane, prima fra tutte la Fiat, saldando in maniera indissolubile gli interessi del mondo militare con quello industriale.

Il 3 gennaio 1950, il presidente del Consiglio, Alcide De Gasperi comunica al governo la costituzione di nuove unità: la brigata alpina Julia, la brigata corazzata Ariete, la divisione Granatieri di Sardegna, la divisione di fanteria Avellino, e il progetto di ammodernamento dell’Aeronautica.

Gli Stati uniti sostengono il riarmo delle Forze Armate Italia­ne, che ormai sono integrate nella Nato.

Il 29 dicembre 1950, difatti, il segretario esecutivo del Natio­nal Security Council, a Washington, in un rapporto relativo alla “minaccia comunista” in Italia introduce il principio che quest’ul­tima, benché nazione sconfitta, “nell’interesse della sicurezza de­gli Stati uniti e dei paesi della Nato, possa derogare alle limitazioni al proprio riarmo“.

Il 7 marzo 1951, è approvata la legge che consente il riarmo del­le Forze armate, superando parzialmente le limitazioni imposte dal Trattato di pace, e che prolunga la ferma a 15 mesi effettivi.

Il 21 dicembre 1951, Stati uniti, Gran Bretagna e Francia abroga­no 29 clausole del Trattato di pace imposto all’Italia, in gran par­te riferite alle restrizioni sul piano militare.

Il 21 gennaio 1952, il Consiglio dei ministri approva uno stan­ziamento aggiuntivo di 250 miliardi per il riarmo, suddivisi in due anni.

Il giorno successivo, il presidente del Consiglio, Alcide De Gasperi, afferma che lo stanziamento straordinario per il riarmo “non corri­sponde pienamente ai desideri dei nostri alleati americani” e chiarisce che “a questa politica non vi è alternativa: o l’alleanza mi­litare con l’America, o una politica di abbandono”.

La casta militare non ha recriminazioni da fare nei confronti della classe dirigente politica la cui politica pro-americana e filo-Nato è disposta a sostenere ad oltranza anche venendo meno a quella che è la solidarietà all’interno delle stesse Forze ar­mate nei confronti di ufficiali subalterni.

Il 10 ottobre 1956, il ministro degli Esteri Gaetano Martino invia una lettera “riservata” al ministro della Difesa, Paolo Emilio Taviani, per esprimere il suo parere contrario alla richie­sta di estradizione in Italia di ufficiali germanici accusati di strage.

Per i coloro i quali hanno espresso indignazione per 1’archiviazione di procedimenti penali contro militari germanici ed hanno chiesto a gran voce di conoscere i nomi dei responsabili, è giu­sto riportare parte di quanto scritto da Martino a Taviani:

“Sono convinto che coloro i quali presero parte a così barbare azioni non meritino personalmente alcuna clemenza. Non posso tut­tavia nascondermi, come responsabile della nostra politica este­ra, la sfavorevole impressione che produrrebbe sull’opinione pub­blica tedesca e internazionale una richiesta di estradizione da noi avanzata al governo di Bonn a distanza di ben 13 anni da quan­do i dolorosi incidenti surriferiti ebbero luogo tanto più che una buona parte dei militari incriminati risulterebbero già stati giudicati e condannati dalle corti alleate al momento opportuno e cioè nell’immediato dopoguerra.

Ma, a parte le considerazioni negative che potrebbero farsi su questo nuovo tardivo risveglio non ho bisogno di sottolineare a te, che segui da vicino i problemi della collaborazione atlantica ed europea da parte del governo di Bonn, una nostra iniziativa che venisse ad alimentare la polemica sul comportamento del soldato tedesco.

Proprio in questo momento infatti tale governo si vede costretto a compiere presso la propria opinione pubblica il massimo sforzo, allo scopo di vincere la resistenza che incontra oggi in Germania la ricostruzione di quelle Forze armate, di cui la Nato reclama con impazienza l’allestimento”.

Il 20 ottobre 1956, il ministro della Difesa, Paolo Emilio Ta­viani, annota nel suo diario:

“Gaetano Martino mi scrive che non è opportuno chiedere alla Ger­mania l’estradizione di Speidel ritenuto (ma ci sono dei dubbi) uno dei responsabili della strage di Cefalonia. I russi stanno per invadere 1’Ungheria.Il riarmo tedesco è più che mai indispen­sabile. Moro mi aveva detto che la competenza non è sua, ma è mia e degli Esteri. Mi ero imposto contro il parere di Mancinelli, per iniziare la pratica di estradizione. Ma ora, non ci penso neppure a insistere per questo Speidel. Martino ha ragione”.

Motivazioni politiche di carattere militare ed internazionale: non si potranno schierare le armate germaniche a fianco di quelle anglo-sassoni ed alleate contro l’Unione sovietica continuando a perseguire i loro ufficiali.

La logica che sta alla base della decisione italiana di archivia­re i procedimenti penali a carico degli ufficiali tedeschi è ineccepibile, ed è condivisa sia dai vertici politici che da quelli mili­tari .

La ragion di Stato, americana ed atlantica, non viene però re­cepita e avallata da un gruppo di ufficiali della divisione di fan­teria “Acqui”, di stanza a Cefalonia nel mese di settembre del 1943. Loro l’estradizione ed il processo a carico di uno degli ufficiali tedeschi che partecipò alla repressione dei militari italiani nel­l’isola greca li vogliono, anzi li esigono.

Ricondurli alla ragione non è, però, difficile per un vertice mi­litare che non nutre sentimentalismi di sorta. Così, il 23 novembre 1956, il giudice istruttore militare Carlo Del Prato spicca un mandato di comparizione a carico di Renzo Apollonio ed altri ex uffi­ciali della divisione “Acqui”, ipotizzando a loro carico i reati di rivolta continuata, cospirazione ed insubordinazione con mi­naccia verso un superiore ufficiale, per aver disobbedito agli ordini “di desistere da ogni atto ostile e di predisporre la cessio­ne ai tedeschi delle armi pesanti”, inducendo “la truppa alla ri­volta per commettere atti di ostilità contro i tedeschi al fine di creare il “fatto compiuto” e contrastare militarmente le truppe germaniche.

Posti di fronte alla possibilità di essere processati come colo­ro che, infrangendo le regole del dovere militare, avevano provoca­to il massacro dei loro commilitoni a Cefalonia, Apollonio ed i suoi colleghi rinunciano ai loro propositi di vendetta e riscopro­no che l’obbedienza è il mezzo migliore per fare carriera.

L’ondata di retorica sugli “eroici caduti” italiani di Cefalonia è rinviata di 50 anni, quando cioè l’opportunità e la convenien­za politiche faranno, negli anni Novanta, dello Stato di Israele il faro della politica governativa italiana di centro-destra e di centro-sinistra, che fa “scoprire” gli “armadi della vergogna” e spende miliardi per istruire processi a carico di novantenni uffi­ciali, sottufficiali e semplici soldati tedeschi da condannare al­l’ergastolo perché, perbacco, la giustizia deve fare il suo corso e punire i criminali di guerra tedeschi.

Del resto, dall’8 settembre 1943 le parole onore e dignità sono cancellate dal vocabolario politico e militare italiano.

Il rapporto fra le gerarchie militari ed i vertici politici de­mocristiani s’incrina per la prima volta nel 1959, quando, rispet­tivamente, il 28 marzo ed il 29 marzo, rassegnano le dimissioni il capo di Stato maggiore dell’esercito, Giorgio Liuzzi, e il ca­po di Stato maggiore della Difesa, Giuseppe Mancinelli, per contra­sti mai resi pubblici con il ministro della Difesa, Giulio Andreotti.

Dopo la Seconda guerra mondiale, il mondo non ha conosciuto la pace.

Il processo di decolonizzazione ha infiammato l’Asia con la guerra d’Indocina sostenuta dalla Francia, la guerriglia in Malesia, Fi­lippine, Indonesia, la guerra di Corea ha obbligato gli Stati uni­ti ad intervenire militarmente e a scoprire la propria incapacità di vincere una guerra convenzionale per l’impossibilità di usare il suo arsenale nucleare.

Dalla metà degli anni Cinquanta, il processo di liberazione dal dominio coloniale bianco investe 1’Africa e l’area del Mediterra­neo ridiviene terra di frontiera e di conflitto.

La guerra civile in Grecia è finita il 16 ottobre 1949, con la netta sconfitta dalla guerriglia comunista, ma dall’autunno del 1954 è in corso la guerra d’Algeria che vede la Francia incapace di reprimere militarmente la rivolta che si vuole alimentata pro­prio dall’Unione sovietica.

Ma, se i paesi arabi sono in fermento, l’avvenimento che deter­mina la svolta è rappresentato dalla fornitura di armi che la Ce­coslovacchia, nel mese di luglio del 1955, concede all’Egitto, su richiesta del governo sovietico che vede, ormai, in Israele uno strumento dell’imperialismo anglo-sassone.

La polveriera mediterranea s’infiamma con l’attacco franco-britannico-israeliano all’Egitto del 29 ottobre 1956, che determina per la prima volta, la minaccia sovietica di intervenire direttamente con proprie truppe a difesa dei Paesi arabi sotto attacco.

Asia, Africa e Medio Oriente non sono inclusi nei patti di Jal­ta, quindi in quelle aree lo scontro fra Stati uniti ed Unione so­vietica può avvenire senza esclusione di colpi, con l’avvertenza di condurlo per interposta persona.

Le due potenze mondiali sostengono le lotte di liberazione na­zionali avversando entrambi il colonialismo europeo, ma gli Sta­ti uniti si trovano a dover fare i conti con il fatto che le po­tenze coloniali sono componenti essenziali dell’Alleanza atlanti­ca dal Portogallo all’Olanda, dalla Francia alla Gran Bretagna.

Il blocco occidentale concorda solo sulla difesa ad oltranza di Israele, divenuta sentinella avanzata del “mondo libero” in un Medio Oriente in cui la presenza sovietica ed il diffondersi del marxismo-leninismo divengono, via via, sempre più forti.

L’Italia non è direttamente coinvolta nei conflitti, ma divie­ne anch’essa prima linea quando 1’Unione sovietica rafforza in modo massiccio la propria Marina militare per presidiare il Mediterraneo insidiando minacciosamente la supremazia della VI flotta americana.

Il 5 gennaio 1957, a Washington, il presidente Dwight Eisenhower proclama la sua dottrina per il Medio Oriente ufficialmente diretta a contrastare 1′”aggressione comunista”.

“La perdita del Medio Oriente – afferma Eisenhower – determine­rebbe una situazione di strangolamento per il mondo libero”.

La dottrina sancisce 1′”autorizzazione ad impiegare le Forze armate per assicurare e proteggere l’integrità territoriale e l’indipendenza politica di qualsiasi nazione o gruppo di nazioni nel Medio Oriente che domandi l’assistenza americana contro un’aggressione armata proveniente da qualunque Paese che sia controllato dal comunismo internazionale”.

L’anno successivo, il 18 luglio 1958, le truppe americane e britanniche sbarcano in Libano ed in Giordania dando applicazio­ne pratica alla dottrina Eisenhower e ribadendo la sfida all’U­nione sovietica che l’accetta potenziando la sua flotta ed impo­nendo la sua presenza nel Mediterraneo.

Dal momento in cui la minaccia militare sovietica, per la pri­ma volta dal 1945, diviene concreta le Forze armate iniziano a rivendicare un ruolo maggiore all’interno degli Stati occidenta­li, in nome della battaglia contro ilcomunismo internazionale”..

Non si profila solo la possibilità di una guerra convenzionale, perché la guerra politica si combatte anche con altre e diverse armi.

Così che nel blocco occidentale tutta la comunità dei servizi segreti è messa in allarme dalla ricostituzione a Mosca del di­rettorato “D”, il 23 giugno 1959, nell’ambito del primo diparti­mento generale (spionaggio) del Kgb al comando di Ivan Agato, “in­caricato della pianificazione o della diversione su scala strate­gica”

La mossa sovietica viene interpretata come il segnale di un campagna di disinformazione su scala planetaria da parte di Mosca, tanto che i dirigenti dei servizi segreti occidentali non crederanno, inizialmente, alla veridicità dello scontro fra Unio­ne sovietica e Cina popolare.

Dal 1° al 3 dicembre 1959, a Parigi, presso la sede della Nato, si svolge una conferenza internazionale sulla “guerra politica dei Soviet”, nel corso della quale è prospettata la necessità di organizzare la lotta politica anticomunista costituendo uno Stato maggiore misto, composto da civili e militari.

Le Forze armate propongono sé stesse come nuova forza politica, il partito nuovo che i mezzi di cui dispone e la disciplina dei suoi adepti può garantire la vittoria contro il comunismo e salvare la civiltà occidentale.

Il precedente delle Forze armate francesi che, da Algeri, il 13 maggio 1958, han­no imposto il generale Charles De Gaulle come nuovo presidente della Repubblica transalpina, senza violare la legalità costitu­zionale, ha fatto scuola perché ha dimostrato che i militari han­no un ruolo da svolgere in campo politico e non sono disposti a subire passivamente le decisioni dei governi quando non conformi alle necessità della battaglia contro il comunismo internaziona­le .

In Italia, il tentativo di staccare il Partito socialista da quello comunista condotto da Aldo Moro, ridesta i timori americani di un risorgere nella penisola di tendenze neutraliste, come segnalato da un documento redatto, il 10 gennaio 1958, dall’Office of intelligence research and analysis (Oir) del Dipartimento di stato.

Gli americani hanno inizialmente guardato con sospetto e diffi­denza alla politica di centro-sinistra ritenuta essenziale da par­te di una parte della dirigenza democristiana per assicurare gover­nabilità al Paese.

L’8 agosto 1956, avevano perfino ipotizzato che l’azione di Pie­tro Nenni fosse ispirata direttamente dal governo sovietico, ma successivamente la Central intelligence agency (Cia) aveva aderi­to, senza riserve, alla tesi che il passaggio del Partito socialista al campo democratico ed il suo ingresso nell’area governati­va avrebbero costituito un duro colpo al Partito comunista che ne avrebbe risentito anche in termini di consensi elettorali.

Le speranze americane sono chiaramente espresse in una lettera che Robert Komer, membro del Consiglio di sicurezza nazionale, scri­ve ad Arthur Schlesinger, il 9 giugno 1961:

“Un’ultima rottura tra Psi e Pci, risultante da un eventuale governo di centrosinistra, potrebbe distruggere definitivamente le speranze dei comunisti di conquistare una maggioranza parlamenta­re e creare un’alternativa dinamica non comunista”.

Lo stesso Arthur Schlesinger, il giorno successivo, 10 giugno, invia al presidente John F. Kennedy un memorandum in vista della visita del presidente del Consiglio italiano, Amintore Fanfani, nel quale, fra l’altro, suggerisce di “ripetere la posizione ame­ricana che continuiamo a favorire misure severe ed efficaci con­tro lo spionaggio e la sovversione comunista e che l’apertura a sinistra renderebbe quelle misure ancora più importanti”.

Il centro-sinistra non è quindi considerato un momento della crescita democratica dell’Italia, ma è solo un espediente, fra i tanti, per contrastare il Partito comunista e, nel contempo, per garantire alla Democrazia cristiana la possibilità di governare senza doversi appoggiare ad alleati che, sul piano elettorale, hanno poco da offrire.

In caso di fallimento della politica di centro-sinistra, ci so­no le Forze armate a garantire la governabilità del Paese con il consenso dei dirigenti democristiani o in dissenso da essi.

Gli anni Sessanta rappresentano il decennio più “caldo” della “guerra fredda”: la Francia sotto attacco da parte della Nato con l’organizzazione clandestina, formata da militari, dell’Oas; il colpo di Stato in Grecia; la guerra dei sei giorni in Medio Oriente che divamperà fino all’armistizio dell’agosto 1970 con l’afflusso in Egitto di migliaia di consiglieri militari sovie­tici; la flotta russa che schiera fino a cinquanta navi nel Me­diterraneo; la destabilizzazione dell’Italia.

In questo panorama, anche in quei Paesi laddove è possibile occultare la guerra dietro il paravento di una pace inesistente, le Forze armate divengono un elemento fondamentale e decisivo della lotta politica.

La destra politica italiana inizia a guardare alle Forze armate come lo scudo contro il comunismo, in grado di usare con efficacia la spada per la controffensiva definitiva.

Lo Stato maggiore della Difesa, da parte sua, non rimane indif­ferente né in attesa di ordini politici per predisporre gli stru­menti necessari per prendere parte, con un ruolo predominante, al­la battaglia contro il “nemico interno”.

Crea, come vedremo, strutture clandestine, addestra uomini, ela­bora dottrine, affina concetti, allarga l’attività informativa dei reparti addetti alla sicurezza.

È vero che la circolare del reparto “D” del Sifar che dispone la schedatura di “tutte le personalità che possono assurgere ad alte cariche o comunque inserirsi o essere interessate alle prin­cipali attività della, vita nazionale, in qualsiasi campo”, risale al 26 febbraio 1959, dieci giorni dopo l’insediamento al ministero della Difesa di Giulio Andreotti, ma è altrettanto vero che il Si­far è alle dipendenze dello Stato maggiore della difesa che non può, pertanto, essere considerato estraneo o addirittura ignaro di que­sta attività di illecita e generalizzata schedatura.

La situazione politica è attentamente monitorata dagli Stati maggiori, come dimostra la nota informativa che l’ufficio “I” del Comiliter di Firenze trasmette, il 29 gennaio 1964, al generale di brigata Edoardo Formisano, responsabile del Sios Esercito, nel­la quale è possibile leggere che nei confronti del centrosinistra, negli ambienti industriali e commerciali, l’orientamento prevalente sembra “sfumare dalla primitiva posizione di assoluto con­trasto…ad una cauta attesa e di generico consenso”.

Non risulta che il Sios esercito, e quelli delle altre Armi, ab­biano l’autorità di svolgere indagini di carattere politico ed è certo, viceversa, che sono stati utilizzati per fini esclusivamente politici.

 

La politica di guerra globale al comunismo decisa da John F. Kennedy investe in pieno l’Italia.

Se Aldo Moro vede nel centro-sinistra una mossa astuta per garan­tire la governabilità, la Cia ci vede uno strumento di lotta contro il Partito comunista, ma gli americani prendono in esame anche al­tre opzioni.

Il 19 gennaio 1961, il National security council emana la direttiva 6014/1 nella quale si stabilisce che “se i gruppi comunisti o del fronte comunista dovessero significativamente aumentare la loro influenza sul governo italiano, e specialmente se la deter­minazione anticomunista dovesse scemare, gli Stati uniti dovranno prendere in considerazione ogni possibile azione non militare (omissis) sia da soli sia in cooperazione con altre nazioni alleate, per appoggiare qualsiasi resistenza italiana contro queste tendenze”.

In Italia, è lo Stato maggiore della difesa a predisporre le necessarie contromisure per garantirsi la possibilità d’intervenire nel caso di cedimento da parte della Democrazia cristiana nei con­fronti del Pci.

Il 27 febbraio 1961, in un appunto per il direttore del Sifar, generale Giovanni De Lorenzo, sono presi in esame i problemi ine­renti al coordinamento tra un’organizzazione paramilitare (la cui costituzione è stata suggerita dal comando designato 3ˆ Armata), una organizzazione militare palese con scopi occulti (già allo studio dello Stato maggiore esercito) e una organizzazione clan­destina già a disposizione del Sifar.

Nell’appunto si afferma, fra l’altro, che “nella indicazione dei compiti si è omesso – tra i compiti che il Sifar ha assegnato al­le sue organizzazioni – quello dell’intervento in caso di sovver­timento interno. Tale particolare compito configura in maniera an­cora più evidente il carattere globale dell’operazione di emergen­za predisposta dal Sifar, avente cioè scopi e riflessi non soltan­to nel settore militare, bensì sull’intero piano nazionale”.

Per comprendere appieno che la storia del contrasto del comuni­smo in Italia è storia militare, non solo politica, bisogna fare il punto sui servizi segreti militari che un’accorta campagna di disinformazione portata avanti dai mestieranti senza scrupoli del giornalismo italiano e da giudici interessati alla carriera (e, a volte, anche quella politica), ha presentato come un istituzione dipendente esclusivamente dalla politica, autonomo e incline a deviazioni.

I servizi segreti militari sono, viceversa, un reparto delle Forze armate che rispondono del proprio operato allo Stato mag­giore della difesa.

Il 30 marzo 1949, con dispaccio n. 365/S, il ministro della Di­fesa Randolfo Pacciardi dispone che l’Ufficio I dell’Esercito, il Sis della Marina e il Sia dell’Aeronautica confluiscano, con de­correnza 5 aprile 1949, nel Sifa unificato, alle dirette dipenden­ze del capo di Stato maggiore della difesa.

Nello stesso dispaccio, inoltre, si riconosce il presidente del Consiglio come “autorità per la sicurezza nazionale”, titolare del segreto di Stato.

Il 1° settembre 1949, diviene operativo il Servizio informazio­ni della Forze armate che assume la denominazione di Sifar, e vie­ne posto al comando del generale Giancarlo Re, che già dirigeva l’Ufficio informazioni dell’esercito dal 31 ottobre 1947, e cesserà dall’incarico il 21 marzo 1951.

Nessun dubbio, pertanto, sulla diretta dipendenza del servizio segreto militare dallo Stato maggiore della Difesa, la cui autori­tà sul reparto viene riconfermata il 28 luglio 1950, quando viene istituito il Consiglio di difesa presso il quale il capo di Stato maggiore della difesa svolge funzioni tecniche.

La legge n. 624 che istituisce il Consiglio di difesa stabili­sce, difatti, che “il Capo di SMD sovraintende al Servizio unifi­cato informazioni militari e attua per prevenire azione dannosa al potenziale difensivo del Paese”.

Il 18 novembre 1965, con dpr n. 1478 si ridefiniscono i compiti del Sifar che continua a dipendere dallo Stato maggiore della difesa al quale sono assegnati i ruoli di “sovraintendenza” ed “ispettivo”, riconfermati con la circolare del 25 giugno 1966, emanata dal ministro della Difesa, Roberto Tremelloni, che modifi­ca la denominazione del servizio segreto da Sifar a Sid (Servizio informazioni difesa), con decorrenza dal 1° luglio 1966.

 

La cortina fumogena callidamente creata intorno alla dipenden­za dei servizi segreti militari dallo Stato maggiore difesa si è rivelata funzionale alla copertura delle responsabilità di questo ultimo.

Ma, accanto ai servizi segreti militari ci sono i Sios delle tre Armi che dipendono dai rispettivi Stati maggiori e fanno capo al­loStato maggiore della Difesa.

Il 24 luglio 1991, a Johannesburg (Sud Africa), il generale Gianadelio Maletti, ex responsabile dell’ufficio “D” del Sid, dichia­ra ai magistrati che lo interrogano:

“Non ho mai prestato servizio all’interno del V Corpo d’Armata di Vittorio Veneto. So però che da sempre tra i suoi compiti rien­trava quello di organizzare una resistenza nel caso di invasione a opera delle Forze armate dell’Est europeo.

Si trattava di un’attività di resistenza che doveva essere po­sta in essere da personale non militare. Ritengo che dipendesse dal SIOS dell’Esercito”.

A parte la reticenza del generale Maletti che gli suggerisce di escludere la partecipazione di reparti militari d’élite alla eventuale guerra di guerriglia contro gli improbabili invasori sovieti­ci, è significativo che stabilisca un rapporto di dipendenza del­la struttura “Gladio” dal Sios esercito che, a sua volta, rispon­de al capo di Stato maggiore dell’esercito.

La conferma, fra altre, giunge da una riunione svoltasi il 3 marzo 1964 fra il comandante del Sios esercito, il capo dell’uffi­cio “R” del Sifar e il responsabile della sezione Sad (“Gladio”) sull’impegno degli ufficiali “I”. Si decide che l’attività addestrativa inizi in autunno e si stabilisce di trovare una denominazione di copertura per meglio garantire la sicurezza dell’operazione.

Il Sios esercito, alle dirette dipendenze dello Stato maggiore dell’esercito, interviene quindi nella battaglia politica contro il comunismo ed il lassismo democristiano nei confronti di quest’ul­timo.

 

A definitiva conferma che “Gladio” non s’identifica con il solo servizio segreto militare, c’è il fatto che, il 20 gennaio 1970, è il responsabile del Sios-esercito, generale Vito Miceli, ad invia­re una nota sulle “Stay-behind” al nuovo capo di Stato maggiore della difesa, generale Enzo Marchesi.

Cosa abbia rappresentato “Gladio” nella battaglia contro il co­munismo è fatto storicamente provato ma qui interessa far rileva­re che la sua attività politica non derivò dal fatto di essere una struttura ufficialmente inserita nel servizio segreto militare, ben­sì dagli ordini che provenivano dai vertici della Forze armate, incredibilmente rimasti estranei sul piano giudiziario e su quello storico.

Ufficiali del Sios esercito li troviamo implicati nelle vicende oscure e tragiche degli anni cosiddetti di “piombo”, da Amos Spiazzi, plurinquisito, al colonnello Cosimo Pace ed al capitano Pietro Cangioli inseriti nell’organigramma dei “congiurati” del “golpe Bor­ghese”, e nella direzione del servizio di spionaggio illegale or­ganizzato dalla Fiat troviamo ufficiali del Sios Aeronautica.

In quest’ultimo caso si potrebbe eccepire che l’azienda torine­se fabbrica anche armi, aerei, blindati ecc. e che, quindi, è nor­male che il suo servizio di sicurezza interna fosse diretto da uo­mini dei servizi segreti.

Però, le schedature della Fiat non riguardavano i possibili vio­latori dei segreti militari né tendevano ad individuare eventuali sabotatori, perché erano finalizzate al controllo politico delle maestranze e dei loro familiari, e non solo.

Il 18 settembre 1950, l’illegale struttura informativa della Fiat redige una scheda sul conto di Sergio Garavini, definito” apo ufficio informazioni della Federazione” del Pci, il quale “ha

riunito sabato sera gli agenti di informazione ai quali ha impartito disposizione per intensificare la propaganda in seno all’eser­cito. Ha raccomandato di estendere la maggiore attività fra gli ufficiali in s.p.e. e di tenersi in continuo collegamento con le cellule ufficiali di complemento. Particolare raccomandazione ha rivol­to all’attivista F. E. capocellula presso il Distretto militare con il quale si è compiaciuto per il lavoro fin qui svolto”.

Sergio Garavini, dirigente del Partito comunista, non ha alcun rapporto diretto od indiretto con la Fiat.

 

Il 24 gennaio 1955, il servizio segreto della Fiat stila un rap­porto informativo sul conto di M.D. ex “staffetta partigiana” e militante del Partito d’azione, di cui ora si sospetta che svolga, in realtà, attività politica a favore del Pci.

M.D. non ha alcun rapporto, diretto od indiretto, con la Fiat.

La prova che lo Stato maggiore della Difesa, tramite lo Stato mag­giore dell’Aeronautica che ha utilizzato il proprio Sios, ha costi­tuito nel dopoguerra un servizio di spionaggio illegale in campo industriale, non per proteggere segreti ma per controllare le mae­stranze e quanti altri cittadini avevano la ventura di attirarne l’attenzione, viene da un telegramma inviato dall’amministratore delegato della Fiat, il 6 settembre 1954, all’ambasciatrice ame­ricana Clara Booth Luce:

“1) Da gennaio ad agosto abbiamo sospeso o licenziato 687 inde­siderabili, oltre ai 700 precedenti e ve ne abbiamo comunicato i nomi. 2) D’accordo col ‘country team’ abbiamo intensificato gli sforzi per la fusione degli indipendenti con la Cisl e la Uil a danno della Cgil. 3) Ci siamo anche accordati sulla istituzione di una entità di sicurezza composta da esponenti dell’aeronautica italiana, dell’ambasciata americana e della Fiat. 4) Stiamo contat­tando altre società, la Om, la Magneti Marelli, la Borletti, perché seguano il nostro esempio”.

Non ci sono, pertanto, dubbi: la Fiat ha utilizzato per tutto il dopoguerra un servizio segreto proprio, diretto da personale del Sios Aeronautica e coordinato con esponenti dei servizi segreti americani.

Anche in questo caso, la presenza della Forze armate nello svol­gimento di un’attività spionistica illegale ai danni di cittadini italiani, organizzata dal capitalismo privato indigeno, è fuori discussione.

L’amministratore delegato della Fiat, Vittorio Valletta, il 22 agosto 1950, ad Egidio Ortona aveva confessato:

“Non possiamo fare che una sola politica: quella dell’America per l’America”.

 

Alla stessa conclusione sono giunti, fin dall’8 settembre 1943, i vertici militari italiani.

Come abbiamo visto, nell’appunto del Sifar del 27 febbraio 196I si fa riferimento ad una organizzazione paramilitare “la cui co­stituzione è stata suggerita dal comando designato 3ˆ Armata”.

Il 30 dicembre 1997, il generale Vittorio Emanuele Borsi di Par­ma dichiara al giudice istruttore di Venezia, Carlo Mastelloni:

“Sapevamo dal Sifar dell’esistenza di un’organizzazione parami­litare di estrema destra chiamata Ordine Nuovo sorretta dai servizi di sicurezza della Nato che aveva compiti di guerriglia, e di informazione in caso di invasione.

Si trattava di civili e militari che, all’emergenza, dovevano comunicare alla nostra Armata (la III con sede a Padova – Ndr) i movimenti del nemico. Si trattava di un’organizzazione tipicamente americana munita di armamento e di attrezzature radio”.

Se consideriamo i rapporti privilegiati intercorsi fra Pino Rauti, giornalista del quotidiano “Il Tempo” di Roma, e capo di “Ordi­ne nuovo” spacciata per organizzazione “neonazista”, ed il capo di Stato maggiore dell’esercito Giuseppe Aloja; se leggiamo la scheda di adesione ad “Ordine nuovo”; se ripercorriamo la carrie­ra dello stesso Rauti, non dobbiamo fare molta fatica a collegare l’organizzazione paramilitare di cui si parla nell’appunto del 27 febbraio 1961 a quella descritta dal generale Borsi di Parma (che ne fa esplicitamente il nome) che ha il suo gruppo più forte nel Triveneto.

I vertici militari agiscono, quindi, operando su più piani, oc­culti e palesi, dando inizio, in prima persona, ad una campagna propagandistica che deve denunciare la “guerra rivoluzionaria” comunista e, nel contempo, la necessità di riconoscere alle For­ze armate, cioè a sé stessi, la responsabilità di combatterla.

Dal 18 al 21 novembre 1961, a Roma, si svolge il secondo conve­gno sulla “guerra rivoluzionaria dei Soviet”, al quale, insieme ai politici, prendono parte decine di alti ufficiali.

 

Il convegno del 3-5 maggio 1965, a Roma, organizzato ufficial­mente dall’istituto di studi militari “A. Pollio”, sul tema solito, “La guerra rivoluzionaria”, è stato voluto dal capo di Stato mag­giore dell’esercito, Giuseppe Aloja, e finanziato con i fondi del servizio segreto militare.

Il 20 giugno 1969, a Roma, si svolge un convegno organizzato dal­l’istituto di studi militari “N. Marselli” sul tema “La difesa civi­le in Italia”, al quale prende parte il ministro della Difesa, Lui­gi Gui.

Il 14 marzo 1971, a Roma, si svolge una manifestazione organizzata dall’associazione “Amici delle Forze armate”.

Due mesi più tardi, sempre a Roma, dal 24 al 26 giugno 1971, si svolge il convegno sul tema “Guerra non ortodossa e difesa”, orga­nizzato, anche in questa occasione, dall’istituto di studi milita­ri “N. Marselli”, al termine del quale si auspica che “le Forze ar­mate abbiano più peso nella vita della Nazione e siano presenti là dove si fanno grandi scelte nazionali, per esempio nella programma­zione” .

Le Forze armate non si offrono più come servitori dello Stato, ma vogliono essere esse stesse lo Stato.

Nell’estate del 1964, le gerarchie militari avevano sostenuto la Democrazia cristiana impegnata a riportare all’ordire il Par­tito socialista, spaventandolo con il “tintinnio delle sciabole”.

La gazzarra scatenata dalla sinistra italiana contro il generale Giovanni De Lorenzo, fantasiosamente accusato di voler fare un”colpo di Stato” utilizzando la sola Arma dei carabinieri di cui è comandante, ha messo opportunamente in ombra che dal presidente del­la Repubblica, Antonio Segni, si è recato, su convocazione, anche il capo di Stato maggiore della difesa, generale Aldo Rossi.

Mentre naufraga nel ridicolo la pretesa che l’Arma dei carabinieri possa, con le sue sole forze, compiere un “colpo di Stato” in Italia prescidendo dalla volontà e dal concorso delle altre Armi, dei loro Stati maggiori e dello Stato maggiore della Difesa.

Non esiste nella storia dei colpi di Stato del XX secolo un so­lo esempio di azione portata innanzi da una parte delle Forze ar­mate, in assenza o addirittura in contrasto con le altre.

Il tentativo fatto dai generali francesi, il 22 aprile 1961, di abbattere il presidente della Repubblica, Charles De Gaulle, è un esempio di come una parte delle Forze armate non possa prevalere sulle altre.

In linea teorica, un colpo di Stato militare può essere fatto dal solo esercito, senza il concorso della. Marina e dell’Aeronau­tica, non certo da una parte di esso.

E l’Arma dei carabinieri era parte integrante dell’Esercito, non la più numerosa né la meglio armata.

Tanto non vuole dire che le Forze armate siano sempre rimaste compatte nella loro azione politica e di contrasto del comunismo nazionale.

La “guerra dei generali” che ha visto la contrapposizione fra il capo di Stato maggiore dell’esercito, Giovanni De Lorenzo, e quello della Difesa, Giuseppe Aloja, ne è una eloquente riprova.

L’ex segretario amministrativo del Sifar e dell’Arma dei cara­binieri, colonnello Luigi Tagliamonte, ebbe a dire un giorno che il generale De Lorenzo è stato defenestrato perché non aveva vo­luto accettare la “strategia della tensione”.

Un fatto è certo. Il 20 aprile 1966, il capo di Stato maggiore della difesa, Giuseppe Aloja, emana una direttiva in cui racco­manda “l’educazione morale e civica” per “immunizzare il combat­tente dalla propaganda sovversiva tendente alla disgregazione del­la compagine militare”, e contestualmente preannuncia “una specifica normativa sull’arma psicologica”.

Il giorno successivo, con una tempestività fulminea, il capo di Stato maggiore dell’esercito, Giovanni De Lorenzo, emana a sua vol­ta una direttiva nella quale ribadisce l’apoliticità delle Forze armate ed impone di eliminare “nella trattazione degli argomenti qualsiasi riferimento che possa – anche vagamente – far pensare ad una visione di parte”.

Non c’è uno scontro solo personale fra i due massimi esponenti delle Forze armate, ma una diversa ed opposta concezione della lotta al comunismo.

Fa riflettere che la destituzione del generale Giovanni De Lo­renzo, il 15 aprile 1967, sia avvenuta per imposizione di Giusep­pe Saragat, ora presidente della Repubblica, nell’imminenza del­l’avvio sul piano operativo dell’operazione “Chaos”, varata dal­la Cia e che ha avuto, per l’Italia, conseguenze tragiche.

Anche la morte, avvenuta in un incidente stradale dalla dinami­ca sospetta, del generale Carlo Ciglieri, ex comandante generale dell’Arma dei carabinieri ed in quel momento a capo del comando designato della 3ˆ armata, a Bassano del Grappa il 27 aprile 1969, induce a pensare che ci siano state delle resistenze forti, al­l’interno delle più alte gerarchie militari, alle operazioni clan­destine condotte dagli americani sul nostro territorio.

Eliminati, in un modo o nell’altro, i dissensi interni, le Forze armate si pongono ora come l’ago della precaria bilancia poli­tica italiana.

Adulate dalla destra, da parte dei democristiani, ritenute dai socialdemocratici e dagli uomini di Pietro Nenni le sole in grado di risolvere la situazione interna e di liquidare il Partito comu­nista, le gerarchie militari si calano nei panni dei pretoriani che scelgono i loro imperatori.

A partire dall’estate del 1967 e fino all’autunno del 1974, le Forze armate assolveranno il compito di condizionare la politica democristiana, ritenuta troppo arrendevole nei confronti del Pci, sostenendo i socialdemocratici considerati i “duri” dello schiera­mento politico anticomunista e facendo balenare, ora in modo palese ora in modo criptico, la loro disponibilità ad intervenire per porre fine al disordine pubblico e sventare la minaccia rappresen­tata dall’avvicinamento del Pci all’area governativa.

Non hanno mai ipotizzato le pavide gerarchie militari italiane un colpo di Stato alla cilena o alla greca, perché nessun esponen­te militare ha mai avuto sufficiente carisma per proporsi – ed es­sere accettato – come il capo indiscusso di una eventuale Giunta militare.

Inoltre, ancora più dei politici, i militari mantenevano uno stretto rapporto di sudditanza con i loro colleghi dell’Alleanza atlantica e degli Stati uniti.

E gli americani non hanno mai preso in considerazione la possi­bilità di agire come in Cile ed in Grecia, di imporre cioè agli italiani un governo militare.

Hanno, invece, cercato il “pretesto” per dare ad un governo civi­le, sostenuto dalle Forze armate, la possibilità di proclamare lo “stato di emergenza”, di sospendere temporaneamente le garanzie costituzionali o, in subordine, per applicare quegli articoli del codice penale che avrebbero consentito di trasformare i dirigenti del Partito comunista in imputati in stato di detenzione.

In entrambi i casi, il ruolo dei militari sarebbe stato fondamentale perché erano i soli in grado di garantire l’ordine pubbli­co sull’intero territorio nazionale anche facendo uso delle armi.

Quando questo Paese sarà liberato dal liquame giornalistico e storico della sinistra, si potrà riconoscere in Junio Valerio Bor­ghese un esponente dell’establishment militare interno ed internazionale e, con esso, che si potrà riconoscere che tutta la sua azio­ne politica è stata ispirata e concordata con i vertici militari, italiani e stranieri.

Sarà, quindi, possibile riconoscere nell’operazione che ha por­tato agli attentati del 12 dicembre 1969 il “pretesto” che avreb­be giustificato la proclamazione dello “stato di emergenza” e avrebbe consentito a Giuseppe Saragat ed ai socialdemocratici di assumere una posizione di preminenza anche nei confronti dei demo­cristiani perché a loro, e non ai secondi, guardavano le gerarchie militari per giungere alla costituzione di quello Stato forte che auspicavano.

In nota informativa della divisione Affari riservati del ministe­ro degli Interni del 23 febbraio 1971, riferito al Fronte nazionale di Junio Valerio Borghese, è scritto:

“Fn è inserito in un gioco di industriali, Cia, Psu, militari, al fine di favorire non tanto un colpo di Stato, ma un colpo d’or­dine” .

La Medaglia d’oro al V.M. Junio Valerio Borghese rappresentava gli interessi e le aspirazioni dei “poteri forti”, primo fra tutti quello militare.

Il presunto, per il liquame giornalistico e storico di sinistra, “principe nero” aveva in realtà in mente di fare un governo “bianco” riconosciuto da Israele, Stati uniti, Germania federale ecc. soste­nuto dalle baionette delle Forze armate, per fare piazza pulita dei “rossi” usando le leggi ordinarie.

Lo stesso, identico fine si proponeva il liberale, partigiano, Edgardo Sogno che, come Junio Valerio Borghese, faceva leva sui militari e fra questi ultimi contava il sostegno necessario per pervenire, anch’esso, alla formazione di un governo civile che avesse la forza. derivante dal sostegno militare per mettere fuori legge il Pci e le organizzazioni dell’estrema sinistra.

Il partigiano Edgardo Sogno gode dell’appoggio degli ufficiali provenienti dalle file del movimento partigiano, tanto che il 23 marzo 1971, a Milano, nello studio di un notaio, deposita il giura­mento sottoscritto da una ventina di ufficiali superiori con il quale costoro s’impegnano a “compiere personalmente l’esecuzione capi­tale degli esponenti politici dei partiti democratici responsabi­li di collaborazionismo con i nemici della democrazia e di tradi­mento verso le libere istituzioni”.

La scomparsa del giuramento con le loro firme autografe dalle carte processuali del giudice istruttore Luciano Violante, ripagato per tanta sfortuna con una fortunata carriera politica, non ha consentito di registrare, sul piano storico, i nomi degli ufficia­li superiori delle Forze armate che lo avevano sottoscritto, ma questa omissione nulla toglie alla verità storica che vede le gerarchie militari impegnate in quegli anni in una sordida lotta politica per supplire all’incapacità dei democristiani e mantene­re, ad ogni costo, l’Italia all’interno del blocco occidentale, a disposizione degli Stati uniti d’America.

Dopo il fallimento dell’operazione del 12-14 dicembre 1969, la Democrazia cristiana impegna con le gerarchie militari una batta­glia occulta finalizzata, da un lato, a rassicurarle sulla sua “te­nuta” contro il Partito comunista, dall’altro, a neutralizzare gli “estremisti” in divisa.

L’inchiesta sulla strage di piazza Fontana, abilmente pilotata verso gli ambienti di destra da personaggi democristiani, e quel­la sul “golpe Borghese” fatta iniziare nel mese di marzo del 1971, e più ancora quelle sulla “Rosa dei venti” e il “golpe bianco” di Edgardo Sogno, partite dopo le rivelazioni del segretario nazionale del Msi Giorgio Almirante, ad Arnaldo Forlani e, da quest’ul­timo, poste alla base del suo discorso a La Spezia il 5 novembre 1972, danno l’idea della percezione del pericolo corso dai diri­genti democristiani resisi conto di essere stati scavalcati dai socialdemocratici, postisi alla guida di un mondo politico etero­geneo, in nome dell’anticomunismo e degli interessi della Nato e degli Stati uniti.

Utilizzando la magistratura come il pongo, i democristiani han­no fatto dell’uso politico delle inchieste giudiziarie un’arma temibile perché ha consentito loro di minacciare ambienti ed in­teressi contrastanti con i loro, con la certezza pacifica che i malleabili magistrati italiani avrebbero compreso quando e su quali soglie fermarsi a tempo per non provocare danni irreparabi­li all’intero sistema.

Lo scontro dura fino all’autunno del 1974, quando la mutata politica degli Stati uniti e, di conseguenza, della Nato che porta alla caduta dei regimi autoritari greco e portoghese comporta un diverso approccio alla questione comunista che non contempla più atti di forza diretti contro il Pci.

Per gli oltranzisti atlantici che ancora non hanno compreso la diversa realtà internazionale in cui vivono, il momento di rien­trare nei ranghi scatta nel mese di marzo del 1981 con l’indagine sulla loggia massonica Propaganda due, ufficialmente diretta da Licio Gelli.

Se gli anni Sessanta sono stati quelli della “destabilizzazio­ne”, gli anni Settanta, superato il momento di maggior pericolo, con l’ultima guerra arabo-israeliana dell’ottobre del 1973, sono quelli della stabilizzazione dell’area Mediterranea.

La minaccia militare sovietica in Europa è ormai un fantasma, al quale credono solo gli agit-prop di destra, quindi le Forze armate iniziano a spostare i reparti al sud d’Italia; la solidità dei regimi comunisti europei comincia ad incrinarsi, soprattutto in Polonia; gli americani riescono a trascinare l’Unione sovietica nella guerra in Afghanistan e si avvicina il momento del dialogo fra le due superpotenze che prelude al crollo finale dell’impero comunista.

 

In Italia, la Democrazia cristiana ed i suoi alleati accettano il dialogo con il Partito comunista, troppo forte elettoralmente per essere ancora emarginato, troppo legato a Mosca perché cada ilveto americano sul suo ingresso nel governo.

Viene meno la necessità dello scontro frontale con i comunisti, ai quali l’imbecillità di ben individuati militanti di destra ha regalato, con le stragi, centinaia di migliaia di voti e accresciu­to la loro influenza politica, mentre alla loro sinistra prende forza il loro nemico più insidioso e temibile: le Brigate Rosse.

Ma non rientra nell’economia di questo lavoro parlare delle ori­gini e delle finalità delle Brigate Rosse e di altre organizzazio­ni come “Autonomia operaia” che entrano a pieno titolo nella storia dell’anticomunismo e nei manuali delle metodologie occulte con le quali i reparti specializzati delle Forze Armate ed i Servizi Segreti Civili liquidano i loro nemici.

Il coinvolgimento delle Forze Armate nella guerra politica è una certezza data dal numero, dai nomi, dal grado degli ufficiali coin­volti e dalla quantità e qualità delle organizzazioni fiancheggiatrici che sono state costituite per sostenerne l’impegno politico dalla fine degli anni Cinquanta fino alla metà degli anni Settan­ta.

La guerra al comunismo è stata la loro guerra, prima ancora che quella dei politici, perché alle Forze armate spetta indiscutibil­mente il compito di combattere i nemici esterni e quelli interni, anche se essa non è convenzionale e non richiede lo spiegamento di mezzi corazzati e reggimenti di fanteria nelle strade.

È stata un guerra che ha avuto più volti e più nomi, da quello di “guerra psicologica” a quello di “guerra non ortodossa” per ap­prodare infine a quello di “guerra a bassa intensità”.

Vediamo, ora, come l’hanno combattuta e vinta facendone pagare i costi ed il prezzo al popolo che, viceversa, dovevano protegge­re e tutelare.

1947. Dovremmo parlare anche di altri temi che riguardano l’Italia, così per comprendere anche meglio ciò che accadde e accadrà ad ogni Paese ostaggio USA: a) il falso papa che modificò gli araldi della Chiesa per potersi poi chiamare 23 (il numero degli Illuminati di Baviera) e spodestare l’antipapa Papa Giovanni XXIII (Baldassare Cozza), la cui carica, se pur messa in discussione, non fu mai veramente negata sino al 1947, quando nell’Annuario Pontificio scomparve dalla notte al dì (mentre il suo ritratto resta fra i Papi effigiati nella Basilica di San Paolo Fuori le mura); b) I° maggio, Portella della Ginestra, la prima “strage” di Stato compiuta in Italia per mano delle OSS (CIA) e con la complicità di Servizi Segreti italiani, americani e inglesi (Truman, Donovan, Angleton, Stern, Montini, Morlion, ecc. http://www.youtube.com/watch?v=XIcv599AMBk) strage attribuita al bandito patriota Salvatore Giuliano ed in cui morirono molti innocenti Subito appresso Luciano fu ucciso dalle forze speciali, sebbene la colpa venne attribuito a una vendetta. L’epediente servì per accusare i bolscevichi ed impedire l’ascesa dei comunisti in Italia. In quella occasione venne anche siglato un patto con Montini e per la sua ascesa al soglio Cardinalizio (Arcivescovo di Milano e quindi al Soglio Pontificio, in barba al Beato Pio XII che ne scongiurava. E’ in Sicilia, con la MAFIA di Stato che si gioca la storia d’Italia. Sempre in quel periodo venne riattivata la Banca del Vaticano, lo IOR, attraverso cui far passare parte dei fondi neri paralleli al Piano Marshall, e lo stesso Montini si fece anche garante per le SS in fuga (Piano Odessa o ratline IL CANALE DEI RATTI) verso l’Argentina, nascondendoli nei conventi dove Pio XII aveva disposto di portarvi gli ebrei perseguitati. Montini s’era guadagnato la fiducia, quando, sempre di nascosto da Papa Pio XII, inviò agli americani le coordinate per colpire con la bomba atomica la diocesi più ricca di Cattolici in Giappone –magari i destini di Nagasaky gli sfuggivano; c) conferenza di Seelisberg, che incantò Giovanni (23) all’epoca ancora Patriarca di Venezia e che getto le basi per la diffusione della grande menzogna sincretista nel Concilio Vaticano II, di cui parlerò più ampiamente avanti; d) lo IOR, il punto dolente su cui si concentra parte dell’apostasìa ecclesiastica, di cui Montini fu il grande “fochista” (sento il fume di Satana entrare in Vaticano). L’Istituto, ovviamente non nasce col mons. Montini. Attraversò tre periodi di grande cambiamento: nel 1870 con la dissoluzione dello Stato Pontificio; nel 1929 con i Patti Lateranensi che stabilirono l’indipendenza della Città del Vaticano; ed in seguito agli accadimenti della Seconda Guerra Mondiale. Fu il Beato Pio XII che nel 1942 la riammodernò e ridenominò IOR (Istituto per le Opere di Religione), una vera banca con scopo di lucro, dotata di personalità giuridica propria. Con questa trasformazione lo IOR divenne un vero e proprio istituto di credito avente come oggetto d’impresa quello di far fruttare i capitali a disposizione. Il 31 dicembre ‘42 il ministro delle Finanze del governo italiano Paolo Thaon di Revel emise una circolare che prevedeva l’esenzione dello IOR dal pagamento delle imposte sui dividendi. Nel corso degli anni l’istituto fu criticato per la spregiudicatezza del suo modus operandi, basato principalmente sulla speculazione sul mercato azionario mondiale e su quello immobiliare, anche grazie ai sostanziosi privilegi ed esenzioni sopracitati. Secondo dichiarazioni del pentito di mafia Vincenzo Calcara, lo IOR era coinvolto nel riciclaggio di denaro di Cosa Nostra, mentre un altro pentito, Francesco Marino Mannoia (secondo Giovanni Falcone «il più prezioso collaboratore di giustizia») rivelò nel 1998, durante il processo per mafia a Marcello Dell’Utri, che «Licio Gelli investiva i danari dei corleonesi di Totò Riina nella banca del Vaticano. (…) Lo IOR garantiva ai corleonesi investimenti e discrezione». Ma non solo offriva garanzia alle “società di servizio mafiose”, ma anche ai loro mandanti e fiduciari filoamericani e filosionisti, verso i quali sono in corso inchieste: Tangentopoli, Don Bancomat, P2, Crac Banco Ambrosiano Veneto, trasferimenti illeciti alla JP Morgan, ecc.. Sotto la gestione Nogara furono rafforzati i legami con diverse banche. Già dai primi del Novecento i Rothschild di Londra e di Parigi trattavano con il Vaticano, ma con la gestione Nogara affari e partners bancari aumentarono vertiginosamente: Credit Suisse, Hambros Bank, Morgan Guarantee Trust, The Bankers Trust of New York (di cui Nogara si serviva quando voleva comprare/vendere titoli a Wall Street), Chase Manhattan, Continental Illinois National Bank. E Nogara (dal 1929 al 1958) assicurò al Vaticano partecipazioni in società che operavano nei settori più diversi: alimentare, assicurativo, meccanico, militare, tessile, cartario, acciaio, energia, cemento, beni immobili. Un susseguirsi di successi finanziari senza precedenti per la Chiesa cattolica tanto che il cardinale Francis Spellmann di New York pronunciò per lui un memorabile epitaffio: «Dopo Gesù Cristo la cosa più grande che è capitata alla Chiesa cattolica è Bernardino Nogara» figura perlantro molto stimata proprio da Montini che mai intervenne per dissipare perplessità sull’attività a dir poco indecorosa della Banca Vaticana. «Prodotti come bombe, carri armati, pistole e contraccettivi potevano essere condannati dal pulpito, ma le azioni che Nogara comprava aiutarono a riempire le casseforti di San Pietro» commenta Yallop. Di certo in “Corrispondenza clandestina in Vaticano tra Montini e Nogara 1943-1945” si possono risolvere parte dei dubbi sugli accordi che il prelate stava cominciando a tessere con la nomeclatura sionista e cripto-giudea dei noachidi. Grazie alla sua abilità, Nogara trasformò l’Amministrazione in un impero industriale, finanziario ed edilizio. Le condizioni che il banchiere pose a Pio XI per accettare l’incarico di gestire il patrimonio del Vaticano furono due: gli investimenti dovevano essere liberi da qualsiasi considerazione religiosa o dottrinale e realizzabili in ogni parte del mondo. Il Papa accettò e si aprì così la strada alle speculazioni monetarie e ad altre operazioni di mercato nella Borsa valori, compreso l’acquisto di azioni di società che svolgevano attività in netto contrasto con l’insegnamento cattolico (armi, contraccettivi ecc.). Inoltre il Vaticano, essendosi dichiarato neutrale durante la II guerra mondiale, poté, come la Svizzera, trattare tranquillamente affari con la Germania di Hitler. Finita la guerra il Vaticano non risarcì mai le vittime dell’olocausto, restituendo loro i preziosi che i nazisti avevano trasformato in lingotti. Anzi la Banca Vaticana contribuì a nascondere l’oro nazista non solo nella stessa Santa Sede, ma anche presso il santuario di Fatima in Portogallo, controllato da elementi massonici, i quali solo apparentemente risultano anticlericali (è noto infatti che la loggia segreta P2 aveva ampi contatti con gli ambienti vaticani). Lo IOR ha contribuito anche a scomparsa di buona parte dell’oro della Croazia indipendente, che durante l’ultima guerra mondiale collaborava coi nazisti. Gli ustascia (cattolici nazisti) massacrarono impunemente ben mezzo milione di serbi ortodossi, nonché decine di migliaia di ebrei e di gitani. La leadership ustascia, finita la guerra, si era rifugiata proprio in Vaticano e in alcune proprietà francescane italiane. Uno dei mediatori che permise agli ustascia e anche ad altri criminali nazisti di ottenere l’impunità, fu il segretario di stato Montini, in seguito papa Paolo VI. In particolare gli ustascia ebbero bisogno della Banca Vaticana proprio per gestire finanziariamente il loro governo esiliato in Argentina e per spedire i propri criminali in fuga verso il Sudamerica, l’Australia e altri luoghi con la protezione della Cia. Ovviamente il Segretariato Vaticano è a tutt’oggi assolutamente contrario a rendere pubblici gli archivi relativi alla II Guerra Mondiale. Intanto Nogara continuava a lavorare per accrescere le risorse del Vaticano. Negli anni ’50 e ’60 lo IOR prese ad arricchirsi coi fondi che molte famiglie agiate volevano trasferire all’estero per pagare meno tasse. Il vescovo Paul Marcinkus, il più famoso dirigente dello IOR, faceva chiaramente capire che la Banca Vaticana godeva di privilegi assoluti nell’esportazione all’estero dei capitali. Egli era in grado di servirsi di noti finanzieri e bancarottieri, quali Michele Sindona, colluso coi poteri mafiosi italo-americani, avvelenato in carcere, e Roberto Calvi, presidente del Banco Ambrosiano, trovato impiccato a Londra; nonché del capo della P2, Licio Gelli, arrestato per attività sovversiva, e del vescovo Hnilica, che per tutti gli anni ’80 trasferì in Vaticano i fondi anticomunisti provenienti dall’Europa dell’est e i fondi cospicui provenienti dai pellegrinaggi di Medjugorje in Bosnia. Utilizzando numerose società fantasma con sede a Panama o nel Lussemburgo, lo IOR divenne uno dei maggiori esponenti dei mercati finanziari mondiali alla fine degli anni ’70. Era infatti in grado di utilizzare le filiere mafiose di Sindona per istradare grosse somme fuori dal Paese, sotto il naso di tutti gli organismi di controllo. Poi, quando Sindona era diventato meno frequentabile, a seguito dei suoi debiti con la giustizia, lo IOR cominciò a servirsi di Roberto Calvi e della sua banca. In quel periodo nel Vaticano si fronteggiavano due fazioni politiche contrapposte: una, massonica-moderata, denominata “Mafia di Faenza“, faceva capo a Casaroli, Samorè, Silvestrini e Pio Laghi, l’altra, integralista, legata all’Opus Dei, faceva capo a Marcinkus, Mons. Virgilio Levi, vice direttore dell'”Osservatorio Romano”, e Mons. Luigi Cheli, Nunzio pontificio presso l’ONU. Secondo un rapporto del giugno 2002 del Dipartimento del Tesoro americano, basato su stime della Fed, solo in titoli Usa il Vaticano ha 298 milioni di dollari: 195 in azioni, 102 in obbligazioni a lungo termine (49 milioni in bond societari, 36 milioni in emissioni delle agenzie governative e 17 milioni in titoli governativi) più un milione di euro in obbligazioni a breve del Tesoro. E l’advisor inglese The Guthrie Group nei suoi tabulati segnala una joint venture da 273,6 milioni di euro tra IOR e partner Usa. I segreti finanziari del Vaticano vengono conservati nelle Isole Cayman, il paradiso fiscale caraibico, spiritualmente guidato dal cardinale Adam Joseph Maida che, tra l’altro, siede nel collegio di vigilanza dello IOR. Le Cayman sono state sottratte al controllo della diocesi giamaicana di Kingston per essere proclamate Missio sui iuris, alle dipendenze dirette del Vaticano. Per il 25esimo anniversario di pontificato, Giovanni Paolo II il 25 ottobre 2003 ha ricevuto un assegno da 2,5 milioni di dollari, la rendita di un fondo d’investimento americano da 20 milioni di dollari dedicato a lui, il Vicarius Christi Fund. Il denaro è gestito dall’ordine cavalleresco cattolico più grande del mondo, nato 122 anni fa nel Connecticut: The Knights of Columbus (I Cavalieri di Colombo), che conta 1,6 milioni di membri tra Stati Uniti, Canada, Messico, Porto Rico, Repubblica Dominicana, Filippine, Bahamas, Guatemala, Guam, Saipan e Isole Vergini. Il suo cavaliere supremo, Virgil Dechant, è uno dei 9 consiglieri dello Stato Città del Vaticano e anche vicepresidente dello IOR. Con i 2,5 milioni di dollari regalati a Karol Wojtyla il 9 ottobre 2003, il totale delle donazioni dell’ordine cavalleresco al vicario di Cristo ha superato i 35 milioni di dollari. Nulla, in confronto ai 47 miliardi di dollari del fondo assicurativo sulla vita gestito dai Cavalieri di Colombo, al quale Standard & Poor’s assegna da anni il rating più elevato. L’ordine investe nei corporate bond emessi da più di 740 società statunitensi e canadesi e solo nel 2002, piazzando polizze vita e servizi assistenza domiciliare ai suoi iscritti attraverso 1.400 agenti, ha incassato 4,5 miliardi di dollari (il 3,4% in più rispetto al 2001). Una parte delle entrate, 128,5 milioni di dollari, è girata a diocesi, ordini religiosi, seminari, scuole cattoliche e al Vaticano che nel 2002, tra la rendita del fondo del Papa, gli assegni alle nunziature apostoliche di Usa e Jugoslavia, il contributo alla S. Sede nella sua missione di osservatore permanente all’Onu e quello per il restauro della basilica di S. Pietro ha ricevuto dai Cavalieri di Colombo 1,98 milioni di dollari.

1947. Dopo la guerra, le autorità, alla ricerca del tesoro della Corona Olandese, scoprono documenti della Silesian American Co. nei libri della Bank voor Handel en Scheepvaart. Il manager della Banca, H.J. Kounhoven, interrogato duramente rimane scioccato dalla scoperta. Subito vola a New York per informare Prescott Bush. 2 settimane dopo muore di infarto.

1947: viene pubblicato il primo articolo sugli effetti mentali dell’LSD pubblicato da Werner Stoll su Swiss Archives of Neurology.

31 agosto. L’ONU propone la divisione della Palestina in Due Stati, uno Arabo e uno Ebraico sotto il controllo internazionale.

1950

Prescott Bush perde l’elezione a causa della sua associazione con il Movimento Eugenetico Americano.

1951

La Union Bank è liquidata. La famiglia Bush riceve 1.5 milioni di dollari.

1952

Prescott Bush viene eletto al Senato.

Bush è fondamentale nella scelta di Nixon come candidato alla Vicepresidenza degli Usa.

1953

Dwight D. Eisenhower, Comandante Generale della NATO, diventa il 34° Presidente degli Stati Uniti e resterà in carica fino al 1961.

John Foster Dulles, intanto, viene nominato Segretario di Stato.

Allen Dulles, invece, viene nominato Direttore della CIA.

Con i soldi della Brown & Harriman, George Bush I fonda la Zapata, uno schermo per le attività della CIA.

1954

La CIA, sotto la direzione di Dulles, si impegna a organizzare un golpe contro Jacobo Arbenza, per aiutare la United Fruit.

La Banca Schroeder è partner della United Fruits nel business della banane. Allen Dulles è consigliere della Schroeder.

I due Dulles hanno pesanti investimenti nella United Fruits. In più, l’ambasciatore americano alle Nazioni Unite è un grande azionista della United, e la segretaria personale di Eisenhower è la moglie del direttore delle pubbliche relazioni della United.

I fratelli Dulles convincono Eisenhower che Arbenza rappresenta un pericolo per la sicurezza nazionale americana, e ottengono la sua approvazione ad un piano per sbarazzarsi del Presidente del Guatemala.

1958

Questo fu l’anno dell’elezione sul Soglio Pontificio di Giovanni XXIII amico dei massoni francesi, una operazione certamente in gramn parte orchestrata dalla CIA, dall’FBI con la complicità diretta di mons GiovanBattista Montini, che allora non sedeva nemmeno nel Conclave, ma era in grado di corrompere, influenzare, ricattare visto le sue ramificazione nei contesti mafiosi, finanziari e quindi all’interno dell’amministrazione americana. Ma la cosa sorprendente fu che per ben tre volte lo scrutinio andò a favore di un altro eletto, e che qualcuno suppone abbia retto, secondo lo Spirito, la Chiesa, almeno fino al giorno della sua morte, sopraggiunta il 2 maggio 1989. E, come andarono esattamente le cose? Il cardinale Giuseppe Siri, arcivescovo di Genova, nel conclave del 26 Ottobre 1958 venne eletto papa con il nome di Gregorio XVII ma due giorni dopo, su pressione dei cardinali francesi, fu costretto a dare le dimissioni in quanto, secondo i servizi di sicurezza del Vaticano, la sua elezione avrebbe determinato l’assassinio di diversi vescovi dietro la Cortina di Ferro comunista. La notizia, ampiamente documentata, fa parte del dossier segreto “Cardinal Siri” compilato dal Federal Bureau of Investigation (Fbi) in data 10 aprile 1961 per il Dipartimento di Stato americano. Il dossier è rimasto secretato fino al 28 Febbraio 1994 quando, scaduti i termini della classificazione grazie alla legge Freedom of Information Act, è stato possibile accedere al documento. Il primo a leggere quel dossier segreto fu Paul L. Williams, consulente dell’Fbi e giornalista investigativo, che nel 2003 diede alle stampe il libro “The Vatican Exposed: Money, Murder, and the Mafia”, pubblicato negli Stati Uniti dalla Prometheus Books. Secondo il resoconto di Wililams, tutto cominciò nel 1954 quando il conte Della Torre, editore dell’ “Osservatore Romano”, informò l’allora pontefice Pio XII delle simpatie che il cardinale Angelo Roncalli (che più tardi diventerà Papa Giovanni XXIII) nutriva per i comunisti. A quanto pare anche altri esponenti della cosiddetta «Nobiltà Nera’, cioè l’aristocrazia vaticana, espressero Io stesso tipo di timori al Papa. La notizia giunse ben presto nell’ambasciata americana di via Veneto dove agenti della Cia e dell’Fbi vennero immediatamente attivati per scoprire le eventuali simpatie del cardinale Roncalli. Le indagini, inoltre, vennero estese anche a Monsignor Giovanni Battista Montini, che più tardi salirà al trono di Pietro col nome di Papa Paolo VI. Williams a questo punto racconta che Papa Pio XII, proprio per evitare che la Chiesa potesse uscire dai suoi canoni tradizionali, indicò il cardinale Giuseppe Siri come suo successore. Siri, come ben sanno i genovesi, era fortemente anticomunista e un intransigente tradizionalista in materia di dottrina della Chiesa. Inoltre era conosciuto anche come un ottimo organizzatore. Dopo la morte di Pio XII venne dunque il giorno del conclave. Era il 26 Ottobre del 1958 e i cardinali si riunirono in assise nella Cappella Sistina per eleggere il nuovo Papa. Ciò che avvenne in quelle ore è rimasto nella più assoluta riservatezza e lo stesso Siri preferirà tacere per tutta la vita sul suo segreto piuttosto di rivelare quanto accadde. Secondo gli agenti dell’Fbi, che quindi in qualche modo raccolsero le informazioni riservate di alcuni cardinali presenti nel conclave, al terzo ballottaggio Siri raggiunse i voti necessari e venne eletto Papa col nome di Gregorio XVII. La notizia venne subito ufficializzata con la tradizionale fumata bianca che annunciò al mondo l’ “Habemus Papam”. Non solo. Quello stesso giorno alle 18 la notizia venne annunciata con gioia dalla Radio Vaticana. L’annunciatore disse: “Il fumo è bianco…non c’è alcun dubbio. Un Papa è stato eletto”. Ma il nuovo Papa non fece alcuna uscita in pubblico. La gente in piazza San Pietro aspettava trepidante, ma la finestra non si apriva. Ad un certo punto a qualcuno vennero dei dubbi. Vuoi vedere che quel fumo non era poi così bianco? Forse era un po’ grigio… A quel punto, per dissipare qualsiasi dubbio, Monsignor Santaro, segretario del conclave dei cardinali, annunciò che il fumo in effetti era bianco e che un nuovo Papa era stato eletto. Ma l’attesa continuava senza alcun esito. Quella sera la Radio Vaticana annunciò che il risultato era incerto. L’indomani, il 27 Ottobre 1958, un quotidiano del Texas, “The Houston Post” pubblicò un articolo il cui titolo diceva “I cardinali hanno fallito a eleggere il Papa in 4 ballottaggi: confusione nei segnali di fumo ha causato un falso responso”.
Ma, a quanto pare, quel responso era stato invece valido. Anche al quarto ballottaggio, secondo le fonti dell’Fbi, Siri ottenne i voti necessari per essere eletto pontefice. Ma i cardinali francesi, mostrando i rapporti confidenziali dei servizi di sicurezza del Vaticano, chiesero a Siri di rinunciare al papato in quanto la sua elezione “avrebbe causato disordini e l’assassinio di diversi vescovi dietro la Cortina di Ferro”. I cardinali proposero quindi di eleggere un “Papa di transizione” nella persona del cardinale Federico Tedeschini, ma l’interessato era in condizioni di salute troppo precarie per poter accettare. Infine il terzo giorno, l’assemblea si mise d’accordo per eleggere il cardinale Roncalli, Giovanni XXIII. Fin qui il racconto di Paul L. Wililams. Secondo un altro giornalista e scrittore francese, Louis Hubert Remy, nel conclave del 21 giugno 1963 un’altra volta Giuseppe Siri stava per essere “rieletto” Papa. Ma ancora una volta qualcuno fece osservare che la Chiesa sarebbe stata perseguitata se un personaggio come il cardinale genovese fosse mai stato eletto Pontefice. E ancora una volta Siri calò il capo lasciando il posto a Paolo VI.

Il 18 maggio 1985 Louis Hubert Remy, l’amico Francois Dallas e il Marchese de la Franquerie, personaggio molto conosciuto nella Curia romana, vennero ricevuti dal cardinale Siri nel suo studio di via San Lorenzo, a Genova. Ad un certo punto Remy domandò a Siri se era vero quanto si diceva circa la sua elezione a Papa. “Egli stette per lunghi attimi in silenzio, quindì alzò gli occhi al cielo con un senso di sofferenza e dolore, unì le mani e, pesando le parole con gravità, disse: ‘Sono legato dal segreto’ – racconta Remy – Quindi, dopo un lungo silenzio, pesante per tutti noi, disse ancora: ‘Sono legato dal segreto. Questo segreto è orribile. Potrei scrivere libri sui diversi conclavi. Cose molto serie sono accadute in quelle occasioni. Ma non posso dire nulla’. Ed il suo segreto, sempre che siano vere le fonti che rivelarono quelle indiscrezioni, se lo portò nella tomba.

http://ilcielosoprakabul.ilcannocchiale.it/?yy=2007&mm=4&p=3

 http://www.youtube.com/watch?feature=player_embedded&v=ZQp00j4H3Kg

Curioso che in tutto questo “clamore” anticristiano dei recidivi conclavisti, poi Giuseppe Siri sia stato non solo eletto due volte, ma anche insistentemente. Come se lo Spirito Santo volesse dirci che fino al 1989, anno della sua morte, la Chiesa aveva un Pontefice reale. Vorrei qui usare un nuovo termine che ho scoperto di recente a proposito del Signoraggio: il denaro si “invera” nel momento in cui gli diamo un valore economico di scambio. Quindi: quanto si è parlato di Siri eletto Papa in questi anni che vanno dal 1958 al 1989? Quanti lo avrebbero voluto realmente riconoscere come Papa? Perchè se è stato ritenuto Papa da molti, o dagli “eletti”, anche se solo per “desiderio” o per approssimazione o intuizione nello Spirito, allora effettivamente fino al 2 maggio 1989 la Chiesa non era Vacante. Infatti mi sembra che lo stesso Muro di Berlino sia crollato nel 1989 (9 novembre), pochi mesi dopo la sua morte, aprendo definitivamente le porte al Nuovo Ordine Mondiale. E’ Gorbaciov l’uomo incaricato di americanizzare, membro del club del Bosco Boemo, che nel 1989 fa un discorso di consegna a questo nuovo spirito dei tempi, lui “fratello” della Boheme. Quindi fino allora esisteva ancora un Katechon che teneva, che fungeva da ostacolo. Anche qui Giovanni Paolo II si attribuisce di aver smantellato il comunismo. Classico atteggiamento da apprendista stregone. E, altra coincidenza non da poco conto è che nel 2012 si celebrerebbero i 23 anni di Sede Vacante. 23 anni di Grandi Tribolazioni che divisi fra loro (2/3) fa esattamente 666 periodico, gli anni degli anticristi. In quest’ottica cabalistica e numerica potrei aggiungere altro anche sul rapimento di Emanuela Orlandi, ma anche di Milena Gregori avvenuti lo stesso anno nel 1983. Sacrificio esoterico e satanico delle vergini immolate all’Anticristo

Il 12 ottobre 1959 Siri venne nominato presidente della Conferenza Episcopale Italiana. Il 15 dicembre 1960 fu inviato in Belgio per celebrare il matrimonio del re Baldovino I. Con l’indizione del Concilio Vaticano II, Siri fu dal 1960 membro della commissione preparatoria centrale, facendo anche parte della sotto-commissione degli emendamenti. Si schierò con l’ala conservatrice del Coetus Internationalis Patrum. Il 22 settembre 1962 venne confermato presidente della Conferenza Episcopale Italiana.

1961

C. Dillon diventa Segretario del Tesoro.

Arriviamo al fiasco della “Baia dei Porci”.

Due delle navi si chiama “Barbara” (moglie di G. Bush) e Houston (capitale della famiglia). Il nome in codice dell’operazione è “Zapata” (l’azienda di G. Bush), legando indissolubilmente il nome dei Bush alla figuraccia.

Nel 1981, l’anno precedente all’elezione di Bush alla Casa Bianca, i registri della Zapata dal 1960 al 1966 spariscono misteriosamente.

John F. Kennedy licenzia Allen Dulles, dopo la Baia dei Porci

La libertà di stampa – John Fitzgerald Kennedy 27 aprile 1961. Dal celebre intevento, riportiamo: “La parola ‘segretezza’ è in sé ripugnante in una società libera e aperta e noi come popolo ci opponiamo storicamente alle società segrete, ai giuramenti segreti, alle procedure segrete. Abbiamo deciso molto tempo fa che i pericoli rappresentati da eccessi di segretezza e dall’occultamento dei fatti superano di gran lunga i rischi di quello che invece saremmo disposti a giustificare. Non c’è ragione di opporsi al pericolo di una società chiusa imitandone le stesse restrizioni. E non c’è ragione di assicurare la sopravvivenza della nostra nazione se le nostre tradizioni non sopravvivono con essa. Stiamo correndo un gravissimo pericolo, che si preannuncia con le pressioni per aumentare a dismisura la sicurezza, posta nelle mani di chi è ansioso di espanderla sino al limite della censura ufficiale e dell’occultamento. Non lo consentirò, fin dove mi sarà possibile. E nessun membro della mia Amministrazione, a prescindere dal suo alto o basso livello, civile o militare, dovrebbe interpretare queste mie parole come una scusa per imbavagliare le notizie, soffocare il dissenso, occultare i nostri errori o negare alla stampa e al pubblico i fatti che meritano di conoscere”.

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Un’occasione più unica che rara: all’inaugurazione a Dallas del museo-biblioteca dedicato agli otto anni di George W. Bush alla Casa Bianca, ben cinque presidenti americani si sono ritrovati insieme. Oltre a Barack Obama e George W. Bush, c’erano anche Bill Clinton, George Bush padre a Jimmy Carter. Presenti anche Michelle Obama e le ex First Lady, da Hillary Clinton a Barbara Bush. Tra gli invitati, anche il leader del Pdl, Silvio Berlusconi.

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DIETRO SILVIO BERLUSCONI C’E’ UN UOMO CHE SI CHIAMA SILVIO BERLUSCONI, DI CUI NESSUNO PARLA. ECCO CHI E’
Postato il Martedì, 05 novembre @ 21:07:54 CET di davide

DI SERGIO DI CORI MODIGLIANI
Libero pensiero

Come leggere la realtà sotto gli occhi di tutti.

Goldman Sachs fa politica in Italia.
Goldman Sachs dice il falso.
Goldman Sachs diffonde informazioni false ai propri clienti, alla borsa e al mondo finanziario, al fine di contribuire, con le notizie che diffonde, all’affermazione politica dei leader che perseguono i loro fini e obiettivi strategici.
Wow! Che notizia. Ullalà, il vero segreto di Pulcinella.

E invece la novità della notizia c’è, eccome se c’è.

Come tutti sappiamo, Goldman Sachs è diventato il simbolo che scatena immediatamente, a livello viscerale, le pulsioni dei complottisti e degli esemplificatori della realtà. C’è gente che li vede sempre dietro a tutto e tutti, ma raramente è in grado di fornire dettagli specifici e ponderati sulla loro attività d’intervento con dati e cifre alla mano. Oggi, ne abbiamo una possibilità reale e tangibile, che ritengo sia utile per la comprensione della realtà nella quale viviamo.

Veniamo ai fatti: questa mattina, i titoli nelle borse europee -soprattutto quella italiana- vanno a picco perchè le banche sono piene di debiti e Mario Draghi non è più in grado di metterci una pezza.
Eppure, a Milano, vola il titolo Mediaset in netta controtendenza, talmente brillante da toccare il proprio massimo negli ultimi due anni e mezzo.
Come mai?
Chi investe in borsa sa che l’andamento dei titoli (e quindi la capitalizzazione di denaro fresco cash per le aziende) deriva da due fattori incrociati: a) il bilancio dell’azienda quotata, il suo stato di salute, le prospettive di espansione o contrazione; b) le notizie che vengono diffuse su una specifica azienda da parte delle agenzie di rating e dai grandi consorzi finanziari, i cui portavoce -quando aprono bocca- determinano spostamenti sul mercato di centinaia di miliardi di euro. I loro analisti, infatti, hanno informazioni “specifiche e riservate”, non a caso i tre più importanti consulenti di Goldman Sachs in Italia (tra i tanti) sono Mario Monti, Romano Prodi, Corrado Passera. Sul desk Italy, a New York, arrivano notizie considerate da fonte attendibile che vengono poi diffuse agli analisti di borsa, agli scambisti (i cosiddetti traders), ai grossi clienti, che pagano fior di soldoni a Goldman Sachs per avere delle dritte su determinati titoli. E su quelli investono.

Questa mattina si sono verificati due fattori che cozzano l’uno contro l’altro, da cui la notizia.

Alle 8.30 del mattino, ora italiana, l’ufficio europeo di Goldman Sachs ha diffuso un comunicato relativo a Mediaset in cui si sostiene che l’azienda ha superato brillantemente i propri problemi in seguito “all’ottimo andamento e recupero dell’investimento pubblicitario sia nel settore audiovisivo che in quello cartaceo editoriale, ai quali va aggiunta la razionalizzazione della spesa, attestandosi sul mercato in una posizione tale da spostare il proprio giudizio da “neutral” a “buy” con la prospettiva a breve termine di un grande rilancio del gruppo. L’azienda che ieri aveva chiuso a 3,72 euro ad azione la vediamo spingersi verso un 5,1 euro”.
Una volta letto quest’annuncio, gli scambisti di tutta Europa si sono affrettati a passarsi l’informazione immediata sull’Italia “il Berluska va alla grande, acquistare Mediaset a tutto spiano”. E così è avvenuto: + 4%.

La gente non segue queste vicende, lo capisco anche. In Italia, infatti, in conseguenza della crisi perdurante, gli investitori si sono ritirati e i dati ufficiali diffusi ieri dall’Istat rilevano (e rivelano) che ormai soltanto il 7% dei risparmiatori italiani investe in borsa.
Ma quel 7% è quello che regge l’economia.

Un unico organo di stampa ha dato la notizia: Ilsole24ore.
Attraverso un dispaccio della sua agenzia (radiocor) che così recita:

MEDIASET: PER GOLDMAN PRONTA AD AGGANCIARE RIPRESA, IL TITOLO VOLA (+4,3%)

(Il Sole 24 Ore Radiocor) – Milano, 05 nov ore 9.30 – Mediaset vola e aggiorna i massimi da maggio 2011 grazie a un report di Goldman Sachs, che l’ha inserita nella “convinction buy list” (la precedente indicazione era “neutral”). Il target price del titolo del Biscione, che ora guadagna il 4,3% a 3,89 euro, e’ stato cosi’ portato da 3,6 a 5,1 euro. Secondo gli esperti della casa d’affari Usa, Mediaset e’ tra le societa’ meglio esposte alla ripresa europea nel settore, visto che la pubblicita’ (per quanto riguarda le tv) sembra avere interrotto l’emorragia dopo 21 mesi di calo. Le indicazioni di Goldman Sachs sono coerenti con quanto affermato dai vertici di Mediaset nelle ultime settimane, riguardo una possibile inversione di rotta della raccolta nell’ultimo trimestre. Gli analisti Usa, secondo i quali il titolo scambia su valutazioni interessanti, citano tra gli ulteriori elementi che possono spingere il titolo anche la vendita di asset non strategici e ulteriori tagli dei costi. Ai quali va aggiunta la ripresa alla grande del fatturato della pubblicità sul cartaceo editoriale del gruppo.

Questa notizia che avete letto, così come viene enunciata, sarebbe una “informazione oggettiva piatta”, cioè neutrale. Diciamo, il pane quotidiano per chi opera in borsa. Goldman Sachs ci sta informando che in Italia la ripresa è iniziata e che Mediaset è un’azienda che funziona alla grande e finalmente il gettito ricavato dalla pubblicità è in netto aumento di nuovo. Al di là del fatto che piaccia o non piaccia Mediaset, che piaccia o non piaccia la stampa italiana, questa è una notizia che non può non incitare al più sfrenato ottimismo. Perchè vuol dire che allora Saccomanni ha ragione. Vuol dire che Letta allora ha ragione. Che stiamo davvero allacciandoci alla ripresa e il mercato -finalmente, era ora!- si è ripreso.
I famosi “investitori” sono ritornati.
Le imprese investono.
Le aziende aumentano la pubblicità per i propri prodotti.
Le agenzie di pubblicità aumentano il fatturato.
I consumi si allargano.
I soldi girano di nuovo.
Ma che bello: proprio ciò di cui avevamo bisogno.

Pare che non sia vero.

Le notizie diffuse da Goldman Sachs sono false.

Non è certo il sottoscritto a dirlo; la mia opinione conta poco o nulla.

Lo sostiene -esattamente alla stessa ora- la più attendibile fonte di informazione e diffusione sui dati del ricavo pubblicitario sulla stampa cartacea in Italia: “Prima Comunicazione”. E’ uno strumento usato dai professionisti della comunicazione e fornisce i dati veri, tanto è vero che è usato come barometro da chiunque lavori nel mondo dell’editoria e della televisione. E i dati relativi al mercato in Italia per il mese di settembre 2013 rilevano “un arretramento e una contrazione del mercato pubblicitario nell’ordine di un – 22,4%”. Soltanto Mediaset (da sola) nel mese di settembre ha perso circa 400 milioni di euro, il suo bilancio fa acqua da tutte le parti e si prevede che -se non cambia il quadro economico- entro sei mesi ne avrà persi circa 2 miliardi di euro. Goldman Sachs, invece, sostiene che in Italia è finita la crisi e il mercato pompa alla grande. Che coincidenza! Proprio come sostengono Saccomanni e Letta.
E se lo dice Goldman Sachs, gli scambisti e gli analisti di borsa -degli individui che ragionano sulla base di ciò che appare “ufficialmente” sui loro visori- si adeguano e spingono in automatico dei bottoni: è l’economia digitale. In tal modo, mentre sul mercato Mediaset seguita a perdere colpi, clienti, fatturato, commesse, (e quindi soldi) si arricchisce grazie ai risparmiatori italiani che acquistano le sue azioni seguendo le indicazioni di Goldman Sachs.

Ecco qui di seguito i dati gentilmente messi a disposizione da Prima Comunicazione:

Prima Comunicazione Editoria, Pubblicità
05 novembre 2013 | 11:05

Pubblicità sulla stampa a settembre in calo del 22,9%

Il fatturato pubblicitario del mezzo stampa in generale registra un calo del -22,9%. E’ quanto emerge dai dati dell’Osservatorio Stampa Fcp relativi al periodo gennaio – settembre 2013 raffrontati allo stesso periodo del 2012 .
In particolare i quotidiani nel loro complesso registrano -21,5% a fatturato e -13,1% a spazio. L’andamento è confermato dai dati relativi alle singole tipologie. La tipologia Commerciale nazionale ha evidenziato -28,3% a fatturato e -19,9% a spazio. La tipologia Di Servizio ha segnato -8,2% a fatturato e -1,8% a spazio. La tipologia Rubricata ha segnato un calo a fatturato -13,9% e a spazio -11,7%. La pubblicità Commerciale locale ha ottenuto -19,5% a fatturato e -12,0% a spazio.

I periodici segnano un calo a fatturato -25,4% e a spazio -21,6%.
I Settimanali registrano un andamento negativo sia a fatturato -26,9% che a spazio -19,2%.
I Mensili hanno percentuali negative sia a fatturato -24,8% che a spazio -25,6%.
Le Altre Periodicità registrano un calo a fatturato -10,2% e a spazio -13,0%.

Non è necessario essere degli esperti del mercato dell’editoria e dell’audiovisivo per comprendere l’inghippo.
Evidentemente Goldman Sachs ha deciso di puntare su Berlusconi perchè la sua politica, le sue idee, il suo programma sono i più aderenti e fedeli alla logica dei grandi consorzi finanziari speculativi. Si danno una mano a vicenda. Sostiene così Letta e Saccomanni. E ci possiamo scommettere sopra che avrà il suo profitto.
Per questo Berlusconi non si ritira dalla vita politica.
Ha trovato chi lo sostiene e gli tiene bordone.
Si chiama Goldman Sachs.
Le notizie del giorno lo confermano e lo spiegano con chiarezza.
Dietro Silvio Berlusconi c’è Silvio Berlusconi.
Come dire: l’intera classe dirigente politica italiana sta lavorando per consentire a Mediaset di rifinanziarsi in borsa nonostante l’azienda sia decotta. I risparmiatori hanno abboccato e finirà che un “falso nato da informazioni virtuali” diventerà, invece, reale. Grazie alla diffusione di notizie false, Mediaset sta facendo il pieno in borsa. Così va l’Italia del business.

Sergio Di Cori Modigliani
Fonte: http://sergiodicorimodiglianji.blogspot.it
Link: http://sergiodicorimodiglianji.blogspot.it/2013/11/dietro-silvio-berlusconi-ce-un-uomo-che.html
5.11.2013

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