Come sono diventato un uomo libero e sovrano

Ignorando completamente la differenza drastica tra l’uomo e la persona, accettandoli come un elemento fondamentale per l’esistenza della vita sul pianeta Terra, sulla questione della data di scadenza di idoneità all’uso degli Stati – le masse si soddisfano con la formulazione che essi semplicemente appaiono e scompaiono.

Il caso della ex Jugoslavia è molto interessante per tre motivi principali. 1) Negli anni ’60 la Jugoslavia realizza il più alto tasso di crescita economica a livello globale. 2) Alla cancellazione dello Stato Jugoslavo abbiamo testimoniato con i nostri occhi. 3) Pubblicizzando loro stessi come presunti successori legali, cercando di presentare davanti agli occhi del mondo come atto civilizzato la divisione della proprietà del collettivo liquidato barbaricamente, i reggenti dei nuovi Stati inventati su tale area geografica si sono scontrati con il fatto scioccante che nella Costituzione della Repubblica Socialista Federativa di Jugoslavia il termine “proprietà dello Stato” non esisteva. Aziende, edifici residenziali, scorte, risorse naturali, riserve di valuta estera, patrimonio culturale, brevetti protetti, basi e installazioni militari, riserve di oro, ambasciate, strutture agricole e turistiche, strutture scolastiche e sanitarie, strutture commerciali e di ricerca scientifica, vie e strade, mezzi di trasporto… tutte queste e altre cose erano definite dalla Costituzione della SFRJ “proprietà sociale”, sulla quale nessuno aveva il diritto di proprietà. Con drammatica, estremamente violenta, eliminazione della Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia, ognuno per sè i governi dei nuovi Stati creati hanno afferrato la proprietà della comunità demolita che si trovava in quei momenti nei cosiddetti loro territori.

Accettando una nuova cittadinanza, gli ex Jugoslavi hanno automaticamente rinunciato alla propria parte proporzionale dell’enorme ricchezza sociale della SFRJ.

E se durante il crollo della ex Jugoslavia qualcuno avesse deciso di continuare a vivere al di fuori del sistema?

In conformità con la Legge Naturale Universale, oggi, 05 Ottobre 2013, al mio 46mo compleanno, tramite Notifica indirizzata al Presidente del Governo della Repubblica di Croazia, a tutti governi, tribunali, polizie e altre parti comunico cancellazione della “mia” fittizia persona forzatamente creata all’inizio degli anni novanta, la riappropriazione della mia sovranità illegittimamente sottrattami e la rigenerazione del diritto di proprietà sulla parte proporzionale della ex-YU proprietà sociale – anch’essa illegittimamente alienatami:

NOTIFICA: RIAPPROPRIAZIONE DELLA SOVRANITÀ, RESTITUZIONE DELLA PROPRIETÀ SOTTRATTA E RISARCIMENTO

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Caricato in data 13/giu/2009

Riccardo Iacona per RAI3 ricostruisce minuziosamente la terribile pulizia etnica di cui sono stati vittime i kosovari di etnia serba. Dal 1999, da quando la NATO ha vinto la guerra contro la Serbia e insieme alle Nazioni Unite ha preso il controllo del Kosovo, 250.000 serbi sono stati cacciati dal Kosovo solo per ragioni di odio etnico, solo perchè serbi. Le loro case sono state bruciate, le loro terre sono state devastate, le loro chiese sono state distrutte, anche le più antiche e preziose, quelle del 1300, i loro cimiteri sono stati profanati a colpi di pala e di piccone, interi quartieri sono stati messi a fuoco solo per impedire ai serbi che vivevano lì da centinaia di anni di poterci ritornare. Nonostante la presenza della Nato gruppi armati di kosovari di etnia albanese hanno messo in atto una delle più sistematiche e feroci pulizie etniche che lEuropa ha vissuto dopo la seconda guerra mondiale, distruggendo così lidea stessa di un paese multietnico che pure era stata allorigine della campagna militare della NATO contro la Serbia.

1999-2012 : Nato, Serbia, Balcani e Russia
Tratto da “Rinascita” 29 settembre 2012 – http://www.rinascita.eu/?action=news&id=17024

Intervista a Yves Bataille, geopolitico franco-serbo e attivista nazionaleuropeo impegnato contro l’occupazione atlantica dell’Europa fa il punto sulle strategie di dominio atlantiche oggi in Europa, dopo l’aggressione del 1999 a Belgrado

D: Yves Bataille, sono trascorsi oramai 13 anni dalla fine della guerra d’aggressione della Nato alla Repubblica Serba. Il 24 marzo 1999 fu ordinato d’iniziare i bombardamenti, un momento importante e tragico perché era la prima volta dalla fine del Secondo Conflitto Mondiale che la guerra si riaffacciava nel cuore dell’Europa, questa volta mascherata da “volto umanitario” dalle Potenze Occidentali. Ci vuole illustrare le cause che portarono allora all’aggressione di uno Stato sovrano da parte della più forte alleanza militare d’oggi?
R: Sì, era la prima volta dalla seconda guerra mondiale che un paese europeo veniva bombardato da un esercito di una coalizione. Naturalmente le ragioni di questo attacco erano false. Dopo aver aiutato le forze separatiste in Krajina e della Bosnia, l’Occidente con la scusa di evitare una “catastrofe umanitaria” in Kosovo è intervenuto. I 78 giorni di bombardamenti sono la prosecuzione dell’ aggressione iniziato nel 1991. Come primo passo, i paesi dell’Organizzazione del Trattato Nord Atlantico (Nato) hanno stretto la Jugoslavia e in un secondo tempo si sono portati via il suo cuore, ovvero la Serbia che è la componente principale e la sua armatura centrale.
Le vere ragioni dell’attacco sono numerose. Dopo il crollo dell’Unione Sovietica e la riunificazione della Germania, è stato necessario rimuovere il modello originale di Jugoslavia, che aveva due caratteristiche: autonomia e neutralità. La Jugoslavia era “tra Oriente e Occidente”. Come “Est” non esiste più perché è stata invasa dall’Ovest. Gli Anglo-Sassoni hanno voluto introdurre il loro “libero mercato”. La Nato ha voluto estendere ulteriormente il suo controllo al territorio lasciato libero da parte dell’Unione Sovietica nei paesi ex Patto di Varsavia. Co-fondatore del Movimento dei Paesi Non Allineati, la Jugoslavia doveva non solo scomparire, ma servire come banco di prova per le future guerre.
Nel 1990 una relazione della Cia prevedeva il crollo della Federazione. Nel novembre dello stesso anno, il Congresso degli Stati Uniti aboliva i prestiti alla Jugoslavia fino a che le elezioni si sarebbero svolte separatamente in ogni repubblica. Ciò ha contribuito a peggiorare i già difficili antagonismi socio-economici ed etnici che stavano riemergendo. Nel 1986, il Memorandum dell’Accademia Serba delle Scienze e delle Arti (Sanu) indicava questi problemi e richiamava l’attenzione sulle difficoltà dei serbi della Repubblica di Serbia a vivere nella Federazione. Falsamente presentato dalla stampa occidentale come un manifesto del nazionalismo serbo, è servito ad inventare l’esistenza di un piano serbo per “conquistare la Jugoslavia.” In realtà coloro che volevano conquistare la Jugoslavia erano gli occidentali.

Per i centri finanziari di Washington, Londra, Bruxelles e Berlino, il presidente serbo Slobodan Milošević era un “dittatore” che si era opposto alla riforma del Fondo monetario internazionale (FMI) e della Banca mondiale, impedendo il cosiddetto libero scambio (“libero mercato”). Nel suo grande discorso a Gazimestan sulla scena della battaglia di Kosovo Polje nel 1989, davanti a un milione di persone, era stato presentato dagli occidentali come il punto di partenza di un viaggio verso una Grande Serbia, un pericolo per le altre repubbliche. Il moto rotatorio instaurato a Belgrado dopo la morte del maresciallo Tito, doveva essere utile nelle mani dei sostenitori delle varie repubbliche che rappresentavano la Serbia come il pericolo. La verità è che i serbi sono una memoria vivente e hanno una capacità militare riconosciuta, un vero ostacolo alla formazione di un nuovo “Drang nach Osten” Marcia ad Est.

Pur essendo un esercito in gran parte obsoleto, l’Armata Popolare Jugoslava (Jna) era una forza in grado di svolgere una resistenza nazionale sviluppato sulla base della “Dottrina della Difesa Popolare”. La gran parte dei soldati di leva erano serbi dal momento che rappresentavano la maggioranza della popolazione della Federazione. L’esercito jugoslavo però doveva essere descritto come un esercito di conquista, il popolo serbo e i suoi capi criminalizzati e collettivamente demonizzati. Tutte le tecniche di propaganda dei media sono stati usate per questo scopo aizzando contro la Serbia i gruppi etnici delle componenti periferiche della Federazione jugoslava.
Gli Ustascia, la Divisione Handschar, Balli Kombëtar, sono stati presentati come sue “vittime”. Ma in Krajina, Bosnia o in Kosovo, decine di migliaia di morti e la pulizia etnica di centinaia di migliaia di serbi ha distrutto questa favola. La guerra in Jugoslavia è stata una guerra di distruzione della Jugoslavia, una guerra di aggressione contro la Serbia e la guerra contro l’Europa geopolitica.

D: La Nato ha sempre giustificato il suo intervento per fermare i massacri etnici a danno della popolazione kossovara a causa delle Forze Armate di Belgrado, un’ingerenza umanitaria che si è ripetuta recentemente con la Libia di Gheddafi, dove il Kosovo per la tradizione serba è la culla della propria storia centenaria. Si volle a tutti costi creare un Kosovo “indipendente” sulla base, si è sempre sostenuto, degli accordi di Rambouillet, in conformità al Diritto Internazionale e alla Carta delle Nazioni Unite, ecc. ecc. Qual è la sua opinione al riguardo? Vogliamo parlare della pulizia etnica operata nei confronti sei serbi del Kosovo?
R: La denuncia di un massacro è una ricetta che si è dimostrata vincente. Nel loro libro “War and Anti-War“ (“Guerra e Contro Guerra, sopravvivere al XXI secolo“), di Alvin e Heidi Toffler, essi evidenziano che è un requisito indispensabile per l’avvio di qualsiasi guerra. Questo permette di ottenere il sostegno del pubblico e fornisce una motivazione per le spedizioni militari. Questa idea non era nuova, ma è diventata sempre più importante con lo sviluppo dei mezzi di comunicazione e di influenza moderna.

La guerra contro i serbi è da prendere come esempio, perché anticipava i successivi attacchi di Paesi della Nato nei confronti degli Stati indipendenti e sovrani. La Jugoslavia ha sempre portato come modello questo massacro, che poi è stato attuato in Libia per la guerra contro Gheddafi, e ora lo si sta utilizzando contro la Siria. Gli attacchi a Sarajevo, il “massacro” di Srebrenica in Bosnia e il Racak in Kosovo hanno preceduto di poco le nuove azioni della “comunità internazionale”, giustificando così gli incontri drammatici delle Nazioni Unite, le sanzioni, gli embarghi, i bombardamenti, e il rinvio alla Corte Penale Internazionale – Icc. Reale o percepito, l’attacco o la strage pubblicizzata serve sempre a scatenare i mezzi di comunicazione, passando poi alle testimonianze di Ong ad hoc e mobilitare gli ‘opinion leader’.
Quando si studia la cronologia degli eventi che vediamo, la questione del Kosovo è stata sull’agenda degli Stati Uniti fin dall’inizio della guerra, ma è stata tenuta in riserva. Nel 1992, il Congresso degli Stati Uniti ha preso una posizione per la minoranza albanese e ha annunciato l’intervento di Washington nella regione autonoma. Dopo il conflitto di Krajina e della Bosnia, il ministro degli Esteri tedesco, Klaus Kinkel, atlantista, ha annunciato pubblicamente che la questione del Kosovo non sarebbe rimasta un affare interno della Serbia.

Sappiamo che il risultato è stato la creazione di un movimento di mercenari reclutati localmente e all’estero e l’organizzazione di una conferenza internazionale in un Paese con l’obiettivo di imporre un diktat. Il Consigliere Speciale dei separatisti della delegazione albanese a Rambouillet non era altro che Morton Abramowitz, l’uomo che nel Dipartimento di Stato si occupava di operazioni segrete durante la guerra in Afghanistan, avendo a suo tempo fornito i famosi missili terra-aria Stinger ai mujahidin legati a Bin Laden. Quella guerra venne definita da Zbigniew Brzezinski come una guerra per smantellare l’Unione Sovietica, e i volontari islamici che credono nel Jihad sono la punta di diamante di tutte le guerre americane con il supporto delle monarchie arabe.

La messa in scena del cosiddetto “massacro di Racak” (15 gennaio 1999) dove avevamo solo raccolto i corpi sparsi di membri dell’Uck, poi rivestiti facendo credere in un massacro di poveri contadini albanesi, è stata utilizzata per dare il via libera al bombardamento della Nato. Un ruolo in tutta questa messa in scena lo hanno avuto gli “Osservatori” dell’ Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa (Osce) e il loro capo, l’americano William Walker, già della Scuola delle Americhe (Soa) e implicato negli squadroni della morte in El Salvador, il quale ha seguito personalmente la messa in scena. Successivamente sono seguiti quasi tre mesi di bombardamenti indiscriminati, l’ingresso delle forze Nato in Kosovo e la pulizia etnica dei serbi. Le “catastrofi umanitarie” albanesi erano solo una farsa.

D: La Nato condusse allora una campagna militare essenzialmente aerea -Operazione Allied Force – durata 77 giorni e terminata il 10 giugno 1999, arrivando a 38 mila missioni in totale, in questo non facendo alcuna differenza tra obiettivi militari e civili, una copia di quello già visto sulla Germania durante la II Guerra Mondiale, usare il terrore delle bombe per cercare di piegare un popolo. In che misura questo riuscì in Serbia?
R: La differenza con i bombardamenti sulla Germania è stata l’evoluzione della tecnologia. Nelle operazioni in corso non sono più i bombardamenti a tappeto, ma gli ‘attacchi chirurgici‘. Bombe e missili hanno una maggiore precisione e grande capacità di distruzione. Un missile è sufficiente per far saltare un grande edificio. Ho vissuto i bombardamenti della Nato. La reazione del popolo serbo è stata esemplare. Dopo il primo momento di incertezza, i serbi si comportava come se nulla fosse accaduto. Il ricorso ai rifugi è diminuito nel corso del tempo e la gente ha cominciato a ballare e cantare sotto le bombe. L’Esercito e la Milizia hanno usato una tattica che si è rivelata molto efficace per evitare di essere colpiti, hanno evacuato le caserme e sono stati suddivisi in piccole unità ad alta mobilità, per cui i bombardamenti hanno avuto poco effetto. Nonostante non fosse modernissima, la Difesa Antiaerea (Pvo) aveva costretto gli aerei nemici a non volare al di sotto dei 5000 metri. I radar montati su vecchi camion sovietici dopo aver agganciato gli aerei della Nato e consentito alla contraerea di aprire il fuoco, in tre minuti potevano cambiare la loro posizione per evitare di essere distrutti dai missili antiradar. Ci sono state poche vittime e gli accordi militari dopo Kumanovo (9 giugno 1999) l’Armata serba del Kosovo si ritirò in buon ordine, con quasi tutto il materiale, al contrario dei civili che hanno dovuto pagare un prezzo molto alto. Si parla di almeno 3.500 morti e non 500 come sostenuto da “Amnesty International”. ‘Solo?”, affermano alcuni, come i soliti sostenitori della “guerra umanitaria” che a loro dire è una guerra pulita(?) che salva le persone. Missili e bombe a guida laser sono certamente molto accurati, ma non sempre funzionano bene e sono a volte deviati dal loro percorso. Si deve aggiungere che questo dato non tiene conto delle migliaia di altre vittime degli effetti dei bombardamenti (o decine di migliaia di serbi uccisi prima e/o dopo il bombardamento da parte della forze Nato in Krajina, Bosnia e in Kosovo).

Va ricordato l’uso di proiettili all’uranio impoverito e l’inquinamento derivante dalla distruzione (volontaria) d’impianti petrolchimici, i cui veleni si sono riversati nell’atmosfera. Esiste una correlazione tra i luoghi più bombardati e i tumori.

Specialisti dell’Accademia Militare di Medicina (Vma), mi hanno riferito dell’uso in cinque diverse località del paese di armi batteriologiche, ma l’Ambasciata degli Stati Uniti ha chiesto al governo serbo di distruggere questo file… Le perdite della Nato sono difficili da stabilire, anche se la Nato ha detto che non ne ha avute, ma vi sono state. Decine di armamenti (elicotteri, aerei e Uav) sono stati distrutti e le forze speciali inglesi e americane che appoggiavano le milizie del “Kosovo-Liberation Army” hanno perso numerosi uomini. Operazioni dell’aviazione serba hanno distrutto decine di aerei a terra degli americani a Tuzla (Bosnia) e Tirana (Albania).

D: In un lucido saggio, dal titolo “La Giustizia dei Vincitori”, Danilo Zolo analizza il vero volto delle “Humanitarian Intervention”, che sono presenti nei documenti preparati dalle massime autorità statunitensi, sia politiche sia militari a partire dal 1980. Proprio George Bush nel 1990, in un suo discorso nel Colorado, parlò delle linee guida di un programma di pacificazione del mondo denominato “ New World Order”; successivamente tale progetto venne perfezionato con la direttiva “ National Security Strategy of the United States“ e ulteriormente sviluppato nel “ Defence Planning Guidance”. La stessa Nato doveva trasformarsi da sistema integrato difensivo contro il Patto di Varsavia in braccio armato per i nuovi interventi, come fu presentata al Vertice di Roma del 1991 la “New strategic concept”. Dott. Batj lei che ne pensa, anche alla luce di quanto sta accadendo in Siria in questi giorni?
R: Io dico: E’ il partito che controlla la pistola. L’esercito è solo l’esecutore. Per imporre il “nuovo ordine mondiale” è stata elaborata una dottrina. Questa è la “Casa del Nuovo Ordine Mondiale.” “R2P”Responsibility to Protect è un’iniziativa delle Nazioni Unite (istituita nel 2005 si basa sull’idea che la sovranità non è un diritto, ma una responsabilità e si sviluppa nella prevenzione di genocidi, crimini contro l’umanità, crimini di guerra ed etnici), in realtà è solo una maschera che rende l’aggressore virtuoso, il trucco delle Nazioni Unite imposto dagli Anglo-Sassoni e dalla struttura globalista di Morton Abramowitz, ex ambasciatore degli Stati Uniti in Turchia, fondatore di International Crisis Group (Icg).

Si possono così presentare come aggressione “umanitaria” dello Zio Sam le spedizioni militari della sua fanteria coloniale. R2P è stata la bandiera agitata contro la Jugoslavia sotto il nome di “giusto” o “dovere di intervenire“ da Bernard Kouchner, il primo rappresentante delle Nazioni Unite come forza di occupazione. Inoltre, non è un caso che la compagna di Kouchner, Christine Ockrent, fosse la rappresentante della Francia per l’ICG o se Martti Ahtisaari, l’editore della separazione del Kosovo, apparteneva anche lui a questa struttura. Personaggi chiave del dispositivo collegato a “Human Rights Watch” (Hrw) e all’”International Crisis Group” (Icg), Gareth Evans (ex ministro degli Esteri australiano), Lee Hamilton (ex Alto Commissario per i diritti umani alle Nazioni Unite), David Hamburg (della Fondazione Carnegie), James Traub (del Council on Foreign Relations). Tutti appartengono al Global Centre for the Responsability to Protect. Questo chiamiamolo pure club anglosassone, al servizio del Anglosfera imperialista che ha imposto R2P presso le Nazioni Unite. Tutte queste persone difendono il cosiddetto “diritto internazionale”, che è una loro interpretazione del diritto e si applica solo in certi luoghi e non in altri. Dopo tre mesi di bombardamenti i serbi avevano accettato la risoluzione 1244 dell’ONU che prevedeva che il Kosovo rimanesse alla Serbia attraverso un “ampia autonomia”. La “comunità internazionale” con Morton Abramowitz ha violato tali accordi con la concessione dell’indipendenza all’entità shiptar (albanesi).

Spinto da una mentalità messianica, questo piccolo gruppo causa le guerre e la distruzione degli Stati indipendenti e sovrani, per imporre quello che loro chiamava la “governance globale”. Nel 1992, il diplomatico americano Strobe Talbott ha riassunto l’idea: “la sovranità nazionale è al termine, erosa pezzo per pezzo, in modo più efficace del vecchio attacco frontale” [...] “la nazionalità sarà obsoleta e tutti gli Stati riconosceranno un’unica autorità globale”. Il termine “cittadino del mondo assumerà poi il suo vero significato.” Ecco le guerre del quarto di secolo per soddisfare questa “agenda”.

D: Uno sguardo alla Serbia di oggi del neopresidente Tomislav Nikolić, che è subentrato a Boris Tadić. Come giudica il mandato di Tadic e invece quali prospettive si possono aprire per Belgrado con Nikolić, sarà anche lui un fautore dell’integrazione europea ? E nei riguardi del problema Kosovo che farà il nuovo esecutivo e qual è il sentire del popolo serbo nei riguardi dell’Ue?
R: La posizione del nuovo presidente serbo è quello di una linea tra due linee. Sì all’integrazione europea e un buon accordo di cooperazione con la Russia. Questa posizione è vista con antipatia dagli ambienti atlantici che temono un riavvicinamento con Mosca. Con l’ex presidente Tadić, Washington e Bruxelles erano sicuri di inserire in un modo o in un altro ambito la Serbia nella sfera “euro-atlantica”. Facendo agire in sinergia questi due centri con la speranza poi di arrivare al riconoscimento dell’”indipendenza” del Kosovo.

Se ci fosse un avvicinamento tra Belgrado e Mosca tutto ciò diverrebbe molto più difficile. Indice di questo nervosismo è stato il violento attacco a mezzo stampa di un certo Michael Morgan dal titolo: “Serbia, lo Stato fantoccio russo nei Balcani”, un articolo pubblicato dalla struttura separatista Slobodna Vojvodina. Dalla scissione del Partito radicale serbo (Srs), il Partito Progressista Serbo (Sns) ha beneficiato di risorse molto ingenti per la campagna elettorale, almeno pari a quelle del Partito Democratico (Ds) di Boris Tadić.

E’ stata abbastanza sorprendente questa affermazione, dato che la sua nascita era recente. Si dice nei media che la Russia ha partecipato al finanziamento di questa campagna. Vero o falso, gli occidentali non possono lamentarsi perché hanno finanziato il Partito Democratico e una miriade di organizzazioni non governative che hanno a suo tempo fatto l’opposizione a Milosevic. La “Fondazione Soros”, il “National Endowment for Democracy” e l’ “Usaid” hanno creato una rete di associazioni e Ong che ricevono ingenti finanziamenti.

Nella composizione del nuovo governo vi è stata la nomina di un ultra-liberale caduto in disgrazia sotto Tadić, Mladjan Dinkic, al Ministero dell’economia e un riallineamento dei socialisti al nuovo regime – che “socialisti non sono” come mi ha detto a Belgrado l’ex ministro francese della Difesa Chevènement – e si pone quindi la questione del compromesso e/o del calcolo. A parte il fatto che molti settori dell’opposizione nazionale ritengono che i capi del nuovo regime, Nikolić e Vucic, hanno tradito Vojislav Seselj, il leader radicale imprigionato a L’Aia, per creare con l’appoggio americano-occidentale un partito sul modello di “Alleanza Nazionale” in Italia. Abbiamo così a che fare con dei nazionalisti moderati ansiosi di risparmiare l’Occidente, una mossa destinata a proteggere il nemico e dare tempo, o facendo il doppio gioco. Il futuro lo dirà…

D: La Russia considerata potenzialmente la nazione più vicina alla Repubblica Serba che ruolo ha giocato fino ad oggi? Il ritorno di Vladimir Putin com’è visto a Belgrado?
R: L’Occidente ha sfruttato la momentanea scomparsa della Russia dalla scena, per attaccare la Serbia con gli effetti che conosciamo. La successione di Vladimir Putin ha avuto luogo quando il gioco per la Jugoslavia era già iniziato e la disgregazione territoriale della Serbia in fase di attuazione. In Bosnia e Kosovo i volontari russi hanno combattuto con i serbi durante la guerra, ma erano iniziative individuali o di gruppi. Il ritorno di Putin al potere è stato ben visto a Belgrado, dove molti intravedono una futura alleanza con la Russia per assicurare l’indipendenza e la sicurezza nazionale. La forza dei filo-russi è dimostrata dal gran numero di associazioni serbo-russe. La cooperazione tecnica militare era già stata sviluppata sotto il precedente regime e i russi l’hanno allargata nell’ambito di una base per le emergenze di protezione civile vicino a Nis, base facilmente convertibile in militare dicono gli analisti occidentali. Quest’ultima non è lontana dal campo base statunitense Bondsteel in Kosovo.

La Serbia è diventata anche un importante collegamento – di ben 450 km – per la geopolitica del gas russo alla rete South Stream. È stato costruito a Banatski Dvor, in Vojvodina, un grande serbatoio in grado di contenere 300 milioni m3 di gas, che può fornirlo ai paesi dell’Europa occidentale per un certo periodo: la Serbia ne controllerà il rubinetto. Sembra che ci sarà un’intensificazione della cooperazione tra i due paesi, e alcuni addirittura parlano di una possibile integrazione della Serbia nell’Unione Eurasiatica di Vladimir Putin.

D: Qual è l’attuale situazione dal punto di vista geopolitico dei Balcani, dopo lo smembramento della Jugoslavia?
R: Il campo di battaglia di ieri della Jugoslavia è ora uno spazio frammentato territorialmente. Sei entità teoriche giocano la commedia dell’indipendenza. Nella ex repubbliche di Jugoslavia gli “Stati” hanno perso il controllo delle loro risorse, e l’agricoltura e i settori industriali sono stati venduti a un prezzo ridicolo agli interessi stranieri grazie alle privatizzazioni. Le banche jugoslave sono stati comperate da banche estere, alcune acque minerali della Serbia e le piante di tabacco sono in mano alla “Coca Cola” e alla “British American Tobacco”. La Dalmazia ha perso alcune delle sue isole vendute al miglior offerente. Costruita dal consorzio americano-turco Bechtel-Enka, l’autostrada Zagabria Adriatico è costata tre volte di più rispetto alla stima iniziale. Come già avvenuto nella Repubblica Ceca e in Polonia, i tedeschi hanno comprato le società dei grandi mezzi di comunicazione. Il resto è sotto il controllo degli americani, mentre i francesi controllano l’industria del cemento con Lafarge. Gli Stati Uniti inoltre controllano l’acciaio serbo e i vari supermercati sono di proprietà straniera. La Navigazione sul Danubio si è ridotta notevolmente, e la Slovenia e la Croazia non hanno più l’autosufficienza alimentare e devono importare il cibo da Germania e Austria. Il Montenegro, dove c’è il filo-occidentale Milo Djukanovic, è diventato la ventesima fortuna nel mondo, quasi tutto è stato venduto all’estero.

La Serba Zastava auto è scomparsa a favore della Fiat, mentre gli amici di George Soros con le miniere di Trpca in Kosovo hanno ingaggiato una battaglia legale per sfruttarle. Lo spazio jugoslavo ha subito il furto e il saccheggio. Al posto di un ex stato sovrano federale ci sono dei mini stati–fantoccio che giocano la commedia dell’indipendenza, con la sola eccezione della Serbia. Nonostante la rimozione di Slobodan Milošević, nonostante il disastroso periodo di “transizione democratica” a tutti i livelli (non dimentichiamo la consegna dei patrioti al Tribunale dell’Aia), lo Stato serbo ha mantenuto una forte identità e una capacità di resistenza elevati. Così non è entrato nella Nato, nonostante la “transizione democratica”, e continua a resistere in Bosnia e in Kosovo … E la Republika Srpska in Bosnia non sarà sepolta in un ente dominato dai musulmani e un giorno vorrà riunirsi alla Repubblica di Serbia. In Kosovo nel Nord vi sono le barricate che esprimono il rifiuto serbo di cedere al potere dei leader albanesi arrivati ​​con la Nato. Questo tipo di resistenza senza leader, al di fuori e al di sopra delle parti, è un modello nel suo genere e la barricata di Kosovska Mitrovica – Ponte sul fiume Ibar, è sorvegliata giorno e notte dai volontari, è un simbolo che la Nato non può accettare e l’attacca cercando di rimuoverla.

D: Infine i rapporti Italia Serbia, che hanno toccano il livello più basso dopo il via libera dato dal governo D’Alema agli aerei Nato della base di Aviano e aerei dell’AMI sono stati impegnati in operazioni belliche. Ora al governo c’è Monti uomo della Goldman Sachs, che ne pensa?
R: D’Alema o Monti, credo che per i serbi non faccia troppa differenza. E’ noto in Serbia come i primi aerei Nato per i bombardamenti, esclusi i missili da crociera sulle navi, siano partiti dall’Italia. Ma questo è secondario, perché tutta l’Europa occidentale è considerata una base Usa. Tuttavia, gli italiani sono visti ancora positivamente. Durante la seconda guerra mondiale l’occupazione italiana di una parte della Jugoslavia non ha lasciato troppi brutti ricordi. All’inizio della guerra (il 1990), Seselj ha chiesto una “frontiera comune con l’Italia” sul lato della Krajina Knin e la Dalmazia! A differenza degli “alleati”, l’Italia non ha chiuso la sua ambasciata durante i bombardamenti della Nato.

Si è rinnovato il legame con la Fiat a Kragujevac, mentre la Peugeot voleva subentrare alla Zastava Fiat, ma alla fine ha vinto il gruppo di Torino. Il comportamento del governo francese è così vile che tutti i prodotti francesi ne subiscono le conseguenze. Presto la Francia produrrà ed esporterà “i diritti umani”. Gli italiani hanno anche costruito un grande ponte sulla Sava, affluente del Danubio a Belgrado, anche se si parla di una tangente di grandi dimensioni sotto il precedente regime.

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Quella guerra dimenticata. A 14 anni dalla guerra dei Balcani

29 Marzo 2013 16:43 Internazionale Pace e guerra
di Tamara Bellone, Coordinamento Nazionale per la Jugoslavia | da www.cobaspisa.it

balcani soldato fugaNell’estate del 2000 ero in Jugoslavia, per la precisione in Serbia a Kraljevo (1), in un campo di profughi serbi provenienti dal Kosovo. Un professore di storia in pensione organizzava corsi per intrattenere i bambini e i ragazzini. Mi disse: “L’aggressione della NATO alla Jugoslavia è stata la più grande sconfitta della classe operaia europea.” Infatti nel 1999, durante i bombardamenti sulla Serbia e il Montenegro (allora ancora erano Jugoslavia) l’opposizione alla guerra fu blanda, se da un lato la CGIL si schierò in modo vergognoso con il governo dalemiano, la sinistra, a parte il sindacato di base e qualche rara eccezione tra gli intellettuali, si fermò al “né con la NATO né con Milošević”. Purtroppo ciò si ripercosse anche sul “dopo bombardamenti”. Gli aiuti agli operai jugoslavi della Zastava di Kragujevac furono frutto della solidarietà di molte fabbriche, ma ebbero per lo più il carattere di aiuto umanitario, non essendoci né vera e propria solidarietà politica. In realtà la Jugoslavia, polmone d’Europa, fu devastata da un immane disastro ecologico, che si ripercuote fino ad ora nella popolazione non solo della Serbia, ma dell’intera regione: basti pensare alle bombe cadute in Adriatico…
Si trattò di una vera e propria catastrofe, in quanto furono colpiti impianti industriali del settore chimico e petrolchimico, farmaceutico, alimentare, elettrico: serbatoi delle industrie petrolifere di decine di metri ridotti ad altezze di metri, fiumi inquinanti da quantità spropositate di componenti chimici, oli velenosi e cancerogeni immessi nel terreno…

Lo studio di questo tipo di catastrofe non è stato mai fatto, in quanto ben presto fu assalito il Parlamento serbo, da organizzazioni giovanili e non (Otpor) addestrate dai servizi americani, e lo stesso Milošević venne prelevato e portato all’Aja, dove poi morì in circostanze sospette. Nella provincia del Kosovo (ma non solo) furono inoltre sparati proiettili all’uranio impoverito, con ovvie conseguenze sulla salute della popolazione.

Durante e subito dopo i bombardamenti, gli operai e l’esercito si misero al lavoro in condizioni estreme per rimuovere le rovine, ripristinare gli impianti, e ricostruire. Nel frattempo, in Kosovo, arrivarono i soldati della KFOR nella miniera di piombo e zinco di Trepča (2), perché “le quantità di inquinanti che emanava erano sopra la soglia consentita dalla UE…”. Gli impianti della miniera erano sottoutilizzati, data la guerra, la Jugoslavia non faceva parte della UE, eppure coloro che avevano causato una delle più grandi catastrofi ecologiche del pianeta, si permettevano di occupare la miniera con una scusa grottesca…

Una vera e propria bonifica su tutto il territorio non c’è stata: e infatti la FIAT di Marchionne ha preteso che la zona su cui sorge la Zastava fosse bonificata, a spese… del governo serbo. Le conseguenze dell’aggressione NATO sono stati politiche: la costituzione di uno staterello etnico a partire da quella che era una provincia della Serbia e un territorio autonomo della Jugoslavia, staterello riconosciuto tra l’altro anche dall’Italia, è stato un precedente importante nella violazione del diritto internazionale, come del resto l’aggressione stessa nel ’99 aveva aperto le porte a quegli ossimori come “guerra umanitaria” che tanti danni hanno arrecato alla coscienza civile europea e alla capacità di analisi della sinistra, aprendo le porte ad ulteriori aggressioni, invasioni, uccisioni di capi di Stato o di nemici (ci ricordiamo i sorrisetti del segretario di stato Hillary Clinton di fronte al linciaggio di Gheddafi?). La dissoluzione della (già allora mini) Jugoslavia con la formazione di Serbia e Montenegro ha fatto capire che era di nuovo possibile alle potenze occidentali tracciare confini più consoni alle loro mire strategiche ed economiche. Una conseguenza militare è la costruzione della base americana in Kosovo, appunto. La prima operazione fu la costituzione di un governo più ligio ai desiderata di USA e UE (quando vi fu contrasto tra gli obiettivi vi furono attentati come quello a Đinđić). In generale all’interno i provvedimenti richiesti erano liberalizzazioni e privatizzazioni.

La devastazione del territorio jugoslavo (dai monumenti ortodossi, alle foreste, alle acque) fu necessaria per la deindustrializzazione dell’area dei Balcani e la completa penetrazione nel territorio della ex-Jugoslavia delle multinazionali. Basti ricordare che nel ’99 fu bombardata la fabbrica di medicinali Galenika, statale, mentre fu risparmiata la parte in possesso di privati (Soros), e che fu risparmiata un’acciaieria, che fu in seguito acquistata dalla U.S. Steel. Ma ad una scala molto differente non sta succedendo anche in Italia? Non c’è forse deindustrializzazione e nello stesso tempo progetti insensati di grandi opere pubbliche a scapito dell’ambiente e della salute? Non aveva ragione il professore di storia di Kraljevo? Perché nonostante tutti i richiami dei compagni jugoslavi, la sinistra europea non è stata in grado di opporsi con maggiore fermezza alla guerra, perché in troppi hanno bevuto le menzogne sulla pulizia etnica?

* * *

Le prospettive in Serbia sono incerte, basate sulla mitizzazione dell’adesione alla UE, anche se i Paesi confinanti, già annessi, hanno gravi difficoltà economiche. La globalizzazione non offre grandi opportunità ai Paesi piccoli, a meno di improbabili fusioni… La Serbia importa il doppio di quello che esporta, con forti legami con la Comunità europea, sicché il cambio euro-dinaro è soggetto ad improvvise tensioni, a seconda del malessere economico dell’Unione (115 dinari circa per 1 euro). L’inflazione è dell’ordine del 10% e, in un contesto di depressione economica, erode in maniera drammatica il potere d’acquisto dei salari – già molto bassi rispetto alle medie europee, mentre i prezzi sono già allineati a quelli internazionali, e tendono a salire.

Ciò risulta in modo evidente da un dato tragico: la spesa delle famiglie per i consumi alimentari supera il 40% della spesa totale (in Italia è dell’ordine del 15%). Se si aggiungono le spese “incomprimibili” si vede che l’economia domestica serba è di pura sopravvivenza. In tale contesto, parlare di investimenti, di capitale straniero, è illusorio. Il salario medio è di circa 370 euro, alcune decine di migliaia di lavoratori lavorano senza percepire il salario. Il tasso di disoccupati è al 26%. Per quanto riguarda la FAS (Fiat Auto Serbia), come noto è nata dal contratto (capestro) tra la FIAT e il governo serbo, per assicurare un po’ di lavoro alla città di Kragujevac (3), dove per anni la Zastava, un tempo Crvena Zastava (Bandiera Rossa), aveva prodotto automobili (la più famosa è la Yugo), esportate in diverse parti del mondo, e dove, a poco a poco, con embarghi, bombardamenti, dopoguerra, la produzione era diminuita in modo impressionante. I dipendenti della FAS sono 2300, di cui 270 impiegati, il resto sono operai. I lavoratori sono neo assunti, a parte 720 che provengono dalla vecchia Zastava (la FIAT ha licenziato quasi tutti i lavoratori della Zastava). La linea funzionante è quella della 500L. Le auto prodotte sono spedite via mare da Bar (Montenegro) a Bari due volte la settimana, e una volta la settimana vanno anche in Germania. I turni di lavoro sono due (6-16 e 20-6) e molti lavoratori fanno anche un paio di ore di straordinario. La settimana lavorativa è di 4 giorni (dal lunedì al giovedì). Pause: 10 minuti, poi la mezz’ora per la mensa, altre due pause di 10 e 15 minuti.

I lavoratori della FAS si sono già mobilitati contro le pesantissime condizioni di lavoro: la FIAT si dichiara disponibile a trattare su aumenti di salario (10%) ma non su orari e turni. Gli iscritti al Samostalni Sindikat sono 860. Mi preme ricordare che il sindacato dei metalmeccanici della Zastava fu boicottato in generale dai sindacati europei e dai partiti di sinistra europei, in quanto “seguace di Milošević”… e spesso accusato di nefandezze.

In compenso il governo serbo è oberato dalle richieste della FIAT e minacciato da Marchionne: oltre alla bonifica, il governo serbo deve pagare anche le infrastrutture (strade, autostrade,…) cittadine e regionali, per consentire i trasporti delle merci FIAT. Attualmente ha richiesto una proroga, in quanto, come immaginabile, il bilancio dello Stato non consente gli ingenti pagamenti (4). Come dice una sindacalista della Zastava: è il governo serbo a pagare i lavoratori della FAS…

NOTE

(1) Kraljevo e Kragujevac furono teatro nell’ottobre del 1941 di due tra i più spaventosi eccidi della II Guerra Mondiale. L’esercito tedesco uccise rispettivamente circa 3000 e circa 7000 persone, in generale maschi, dai 15 anni agli 80. Infatti vi erano stati scontri tra partigiani e tedeschi, in cui erano morti una ventina di soldati tedeschi. E’ noto che i Tedeschi usavano un triste cambio nelle rappresaglie: per ogni soldato tedesco dovevano esser fucilati 10 Italiani, 50 Greci e 100 Slavi (Jugoslavi, Russi, ecc.). A Kragujevac “dovevano” essere fucilati 2000 civili, ne furono in alcuni giorni fucilati nell’orgia di sangue circa 7000: tra gli altri gli studenti e i professori del locale ginnasio e molti piccoli Rom lustrascarpe, che si erano rifiutati di lustrare gli stivali ai soldati tedeschi. A Kraljevo vennero fucilati tra gli altri molti operai e ferrovieri. Un racconto della strage si trova nel libro di Giacomo Scotti: Kragujevac, la città fucilata. Milano, 1967. Una famosissima poesia di Desanka Maksimović, Krvava bajka (La fiaba insanguinata), ricorda gli studenti uccisi. Nel parco delle rimembranze di Kragujevac, esistono monumenti, a suo tempo donati dalle varie Repubbliche della Jugoslavia, a ricordo della strage. Il più famoso è il monumento a forma di V, che simboleggia la classe sterminata.

(2) Il complesso minerario di Trepča, ricco di piombo, zinco, argento, oro, fu nazionalizzato dalla Jugoslavia di Tito, come del resto tutte le risorse minerarie del territorio, in precedenza in mano a compagnie private francesi, inglesi, belghe. Attualmente, nel Kosovo “albanesizzato”, si parla di privatizzazione.

(3) Kragujevac fu fondata nel XIV secolo. Divenne il centro delle ribellioni nazionali nei primi decenni del 1800 contro l’occupazione turca, e nel periodo 1818-1839 fu la capitale del Regno di Serbia. Proprio di quel periodo furono dunque qui fondate le prime istituzioni culturali, economiche ed educative del Paese: la prima Università serba fu fondata proprio in questa città nel 1838, come pure le prime Scuole Superiori il Teatro e la Scuola Militare. In seguito a Kragujevac si sviluppò un forte movimento operaio comunista, là dove era nata una fabbrica di armi. Fu paragonata per la sua storia a Torino. L’Università di Kragujevac riveste ancora oggi particolare importanza soprattutto per l’Ingegneria meccanica.

(4) Le notizie riguardanti la FAS sono state raccolte da Gilberto Vlaic (CNJ) durante i periodici viaggi per portare avanti progetti di solidarietà della ONLUS Non Bombe ma Solo Caramelle- Trieste.

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NEL TEMPO DELL’ORDA BELLICA BALCANICA

Da Destini D’Italia pg. 68-69-70

Storia di Ieri e di fatto d’Oggi, un Principio e Fine di una Storia che vedeva prima la Fine del Grande Olocausto Europeo, che leggervi il TER­MINE, il TAO, l’OMEGA finale di un’Onda sconvolgente d’eventi che sarebbero proprio incominciati in terra Jugoslava o Esclavonica, fatto que­sto d’essere in ragione di un’altra quartina da decenni posta all’attenzio­ne e che avevo ben interpretato e affidato ai posteri sin dal 1972.

Ed in egual tempo sempre da tale metropoli i nuovi movimenti politici entrano in scena con l’irruenza capace di creare insanabile conflitto e di­scordia… (Kosovo) con quell’ERIS (discordia in greco) che significa nel linguaggio dei simboli sulla scena politica, anche Repubblicani, essendo l’ERIS (in greco anche) l’EDERA.

Prima di tutto quindi l’Eris come Discordia Repubblicana nel senso più vasto dell’attuale Democrazia finita nelle pastoie della Grande Di­scordia che è anche nel nome ERIS latino di una delle Tre Erinni che quando appaiono annunciano: il Conflitto Civile…

Già apparso all’orizzonte del nostro Adriatico (Jugoslavia).

Eccoci ad una amara lungimiranza che ha dato fastidio da decenni a tal punto da essere prevaricata e dolorROSAmente censurata ma la Veri­tà ora viene a galla… al Canto di un Gallo preannunciaTORE in barba ai giudizi e pregiudizi che nonostante tutto, i presagi riletti comprensibil­mente oggi, erano naturalmente impensabili Ieri ma per l’appunto scritti allora onde ora poter dare DIMOSTRAZIONE come esattamente negli anni settanta lo fossero già scritti in modo così chiaro:

Senza granaglie, Squadre in Dalmazia, Latte e Sangue.

Il Conflitto provocato peste presso di BALENNES*

(PresSerpa di Balenii) Per il Grido che sarà grande per l’intera Esclavonia. Quand’allora nascerà mostruosamente anche dentro e fuori Ravenna

(arabienne Rabbiennesime)

(2-32).

* Baleni, lampi, esplosioni, missili.

Commento del 1973: Lotte politiche per la successione/secessione in Dalmazia. Ansie e le GRANDI PROTESTE in Jugoslavia!

Un evento annunciato specificante le nazioni limitrofe a cui era desti­nato il Vaticinio… e non solo con ampli riferimenti ai Leaders sulla sce­na, ai Vertici “LATTE” ovvero Milk (ingl.) Milkojan Il Leader Jugoslavo dal cui governo è scoppiata la fiamma della secessione Jugoslava.

Ciechi come struzzi sono quanti non vedono che:

C’è una Erinni (la seminatrice di discordie civili) che serpeggia negli ani­mi perché tanta amarezza dilaga nelle contraddizioni che hanno origine dal fondo dell’Anima popolare non più disposta alla sola sterile protesta. C’è un’obiezione naturale… non disposti più a restare inerti nell’attesa sul binario Morto dell’inevitabile.

Bisogna far qualcosa affinché città Italiane non cadano sotto il tallone dell’Orda nemica delle barbarie!

Nessuna risposta è più soddisfacente se questa cronicamente pare usci­ta dalla bocca senile di un fossile, di un zombi politico.

Quell’entità nazionale con cui abbiamo firmato i Patti di Osimo, non esiste più.

E l’Italia è dunque chiamata a non agire sordidamente o fingere di non sentire il richiamo che ci viene dalle Rive dell’Adriatico, dopo che città storiche e millenarie hanno subito l’affronto delle squadre belligeranti e non solo ma anche sfidati di fatto nei cieli sotto l’egida della Pace.

L’Europa deve darsi la forza di tutelare i diritti inviolabili dei suoi abi­tanti, uguali tutti di fronte ad una Legge Nuova che giunga sino ove i confini naturali sono stati da sempre.

Oltre tutti quei confini effimeri, sovente cambiati e ripristinati duran­te l’arco della Storia degli ultimi cinquecento anni, non senza un’eredità dovuta al turbolento passato di guerre e di etnie in discordia.

Perché incalzi il processo che dovrebbe unificare i popoli e quindi pro­cedere speditamente in modo da fare dei Croati, degli Sloveni ecc… par­te naturale della costruenda Europa.

Una Donna Coronata l’ “EUROPA” dalle dodici stelle…

Una immagine poetica che non resti una Allegoria o fantasmagoria gratuita.

E Chi ha generato la discordia o fisicamente o filosoficamente rubato alle nazioni, ha infamato e mafiosamente pescato gratuitamente nelle ban­che, dilapidato i risparmi degli onesti cittadini, preso denaro e fatto usu­ra per soli interessi di gruppo privati, su costoro deve pendere il Giudizio, la pena esemplare.

Onde cancellare simile obiezione che si invoca una Unità necessaria del­l’Occidente sin troppo negligente di fronte alle ultime barbarie apparse ai suoi confini.

Sale giorno dopo giorno negli animi l’Onda o Marea galoppante, irre­frenabile segnale semmai in estremo ci verranno nuovamente a chiederci di lavorare per l’Europa, sacrificarci per l’Europa mentre dobbiamo an­cora pagare altre tasse, per tutti gli errori economici e sperperi commessi nel passato dai nostri politici.

A che cosa mai dobbiamo ulteriormente essere pronti?

Ad un nuovo Diluvio? L’Onda (Undans in latino e l’onda dello sconvol­gimento sociale che tutto travolge) purificatrice di ogni lordura sedimen­tata sopra gli altari o sopra gli scranni e tavoli della legge ormai prevaricata, adattata, tramutata, addomesticata all’uso di troppi sofisticati processi, i cui Rei escono a testa alta, processo dopo processo.

Ormai raro applicare l’esemplare differenza che distingue il Giusto e il Colpevole.

http://it.wikipedia.org/wiki/Guerra_dei_balcani

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La strana guerra dei Balcani

Incominciò la Slovenia a rivendicare l’indipendenza, seguita dalla Croazia. Le truppe iugoslave, cioè multietniche e quindi inaffidabili, furono tenute in caserma. Con l’esplosione della Bosnia le cose cambiarono. Intervennero truppe serbe e croate a fianco dei rispettivi eserciti fantoccio formatisi in Bosnia, e la violenza fu superiore a quella di qualsiasi intervento preventivo. C’era di che rimpiangere Tito. La Germania riconobbe per prima le nuove repubbliche, il Vaticano subito dopo. Gli Stati Uniti «appoggiarono» il diritto all’autodetermianazione dei popoli balcanici, compresi i musulmani di Bosnia, e imposero il trattato di Dayton, un’assurdità che disegnava una mappa a chiazze e preannunciava guerre future. I “sinistri” di ogni tendenza ebbero qualche problema con l’autodeterminazione slovena e croata, poi con Sarajevo-Stalingrado, ma alla fine applaudirono persino agli albanesi che sparavano per aria, scambiandoli per rivoluzionari.

Nei Balcani, come sempre, si scontrano gli interessi contrapposti degli imperialismi. In questo caso l’espansione del capitale europeo a predominio tedesco ha innescato un processo di dissoluzione della Federazione Iugoslava. Ne sono scaturite piccole aree a differente sviluppo economico, integrabili nel mercato dei paesi più forti ma non in grado di avere ognuna un’economia propria e di condurre una politica autonoma. Non sono quindi paesi indipendenti ma piccole entità locali potenzialmente asservite all’imperialismo che di volta in volta vi interviene. E’ chiaro che la decisione militare degli Stati Uniti e dell’Inghilterra tramite la NATO non ha l’obiettivo “umanitario” di stroncare la politica serba e di difendere il diritto all’autodecisione delle popolazioni. Al contrario, come nel caso di Saddam Hussein, anche Milosevic sarà bombardato ma tenuto al suo posto, mentre verranno comprate a suon di dollari, com’è già successo, fazioni politiche avverse alla Serbia, utili a contenere l’espandersi dell’egemonia europea (cioè tedesca).

Molti s’indignano perché gli imperialisti sostengono le violenze di Ankara, Gerusalemme o Pechino mentre bombardano quel che resta della Iugoslavia. Come se l’imperialismo potesse fare qualcosa di diverso dai propri interessi, all’uopo massacrando intere popolazioni o bombardando i massacratori. Spesso lasciando il lavoro di bassa macelleria alle varie fazioni. Sempre però sotto la bandiera della civiltà e dell’intervento umanitario.

Vi sono strani pacifisti non-violenti, come i radicali, che hanno sposato la causa americana e applaudono ai bombardamenti. Citano Gandhi e il suo appello alla guerra contro il nazismo. Predicano la tolleranza e il garantismo, ma chiamano vigliacchi coloro che rifiutano la violenza della civiltà contro la violenza della barbarie. Avrebbero bombardato quelli che si ostinano ancora a chiamare comunisti russi che avevano invaso l’Afghanistan, bombarderebbero oggi i Talibani fondamentalisti che hanno rimpiazzato i russi.

Vi sono pseudocomunisti pacifisti che non vogliono l’intervento militare americano nei Balcani, come non lo volevano nel Golfo. Ma sarebbero pronti a sottoscrivere una prova di forza contro la Turchia (e il suo alleato americano) per far cessare il massacro dei curdi ribelli. O contro Israele (e il suo alleato americano), per impedire il soffocamento definitivo delle istanze palestinesi. Dei massacri algerini non parla nessuno, ma c’è da scommettere che qualcuno di loro bombarderebbe i barbari islamici e qualcun altro gli antidemocratici governanti che hanno provocato i massacri rifiutando la vittoria elettorale degli avversari. Tutti i pacifisti diventano bombardatori non appena qualcuno gli offra una «causa».

Vi sono pseudocomunisti non pacifisti che, all’epoca della Guerra del Golfo, vedevano nell’esercito della borghesia irakena un’oggettiva forza anti-imperialista, quindi un’oggettiva forza rivoluzionaria. Facevano appello ai palestinesi, agli oppressi e anche ai proletari dell’area affinché l’appoggiassero combattendo nei ranghi irakeni contro l’imperialismo americano. C’è da chiedersi se oggi Slobodan Milosevich è considerato da costoro un altro Saddam Hussein.

Vi sono partiti istituzionali borghesi, che si definiscono ancora comunisti, la cui motivazione per il rifiuto della guerra balcanica è più risibile di ogni altra: bisognerebbe continuare i negoziati. Clinton benedì i negoziati fra i palestinesi e gli israeliani e ne uscì una situazione tremenda, peggio che in Bosnia. D’altra parte tutti sanno che le guerre incominciano là dove i negoziati finiscono. Infatti i kosovari intensificarono la loro azione armata proprio durante i negoziati e i serbi intensificarono la repressione, comportandosi come tutti gli stati borghesi di questo mondo. Come fanno i turchi e gli iracheni con i curdi, tanto per parlare di cose recenti. Se qualcuno bombardasse la Turchia per far cessare il massacro dei curdi e per favorire la nascita del vagheggiato Kurdistan indipendente, quelli che hanno manifestato per Ocalan farebbero altrettanto per chiedere negoziati coi turchi?

Gli albanesi kosovari vogliono l’idipendenza dallo stato oppressore serbo, e combattono per tale obiettivo. Vogliono l’autodeterminazione, come l’hanno ottenuta gli sloveni, i croati, persino i bosniaci, che pur erano distribuiti sul territorio in modo così ingarbugliato per cui fu inventata la «pulizia etnica». Ma autodeterminazione è una parola senza senso quando la si usa a caso, specie nel mondo moderno. Sentenziando sull’autodeterminazione al di fuori di ogni considerazione geostorica, in qualsiasi parte del mondo, chiunque può essere fatto passare per un rivoluzionario. Si potrebbe persino dimostrare che gli americani sono i veri realizzatori delle istanze leniniste sul diritto alla separazione dei gruppi etnici ex iugoslavi.

Gli opportunisti si riconoscono dal fatto che nelle guerre borghesi si schierano con qualcuno. A loro non passa neppure più per la mente che i proletari possono essere chiamati a combattere solo per la trasformazione della guerra in rivoluzione. Quando si parteggia per uno schieramento si è partigiani, e quando si è partigiani di uno fra due schieramenti borghesi si parteggia per i borghesi. La Resistenza insegna: non si può essere anti-imperialisti quando in una guerra mondiale si è combattuto a fianco di un imperialista contro l’altro.

Lo smembramento della vecchia Iugoslavia è stato un evento che ogni comunista dovrebbe considerare sfavorevole, come quello dell’URSS, della Cecoslovacchia o di ogni altro vasto territorio che avesse già raggiunto una unità politica ed economica. Ma i comunisti non possono essere semplicemente a favore o contro ciò che l’imperialismo fa succedere per poter intervenire. In situazioni come questa non si può essere contro qualcosa o qualcuno senza essere anche contro tutti gli altri attori della tragedia. Perciò non si può essere né antiamericani né antiserbi né antinazionalisti (cioè antisloveni, croati, bosniaci, kosovari, montenegrini ecc.) per la semplice ragione che i comunisti non sono mai partigiani, anche se non sono mai indifferenti di fronte all’esito delle guerre, perché esse possono risolversi con effetti favorevoli o sfavorevoli alla rivoluzione. E non sono mai pacifisti perché ogni rivoluzione è una guerra. Di fatto i comunisti non potranno mai avversare o appoggiare una soluzione all’interno delle logiche capitalistiche fra stati concorrenti.

La vecchia Iugoslavia perderà probabilmente anche il Kosovo, con la benedizione delle bombe tecnologiche. E allora potrà essere la volta del Montenegro, forse anche della Macedonia, e Belgrado rischierà di rimanere capitale della sola Serbia propriamente detta. Un comunista, per quanto avversario dello pseudosocialismo dei Tito e del nazionalcomunismo dei Milosevic non potrà mai auspicare la disgregazione di un esteso e popoloso stato, condizione favorevole alla grande industria, ad un mercato unitario e quindi all’esistenza di un proletariato industriale più degli sparsi e balcanizzati fazzoletti di terra.

Purtroppo la mentalità partigianesca non attecchisce solo fra i vecchi rottami dell’opportunismo ma anche fra giovani. La ricerca di una via d’uscita rivoluzionaria da questa società non può passare da logori stereotipi moralistici, democratoidi, ipocritamente umanitari. Occorre abbandonare per sempre sia il riformismo opportunista che il confusionismo pseudocomunista.

Manifestiamo dunque contro la guerra: ma nella consapevolezza che la guerra borghese si può respingere solo con la guerra rivoluzionaria. Sapendo che occorre lottare non solo contro le borghesie più o meno in grado di essere imperialiste ma anche contro le partigianerie, contro i separatismi, contro i partiti e i movimenti democratici, contro ogni mistificazione che porti a supporre la sanguinosissima «pace» borghese più desiderabile della guerra di classe.

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Caso: Sindrome dei Balcani

E’ innegabile che i soldati impegnati nella Guerra dei Balcani abbiano mostrato, e ancora mostrino, un’allarmante tendenza ad ammalarsi di varie forme di linfoma, tumori ed altre patologie non facili da classificare. Altro fatto oggettivo è che un numero insolitamente elevato di civili abitanti nella zona dove la guerra si svolse mostrino problemi simili o, in molti casi, identici, e che la stessa tendenza si osservi in chi sia stato impiegato in quei territori come componente di missioni umanitarie. Il professor Eso Hasanbegovic della Clinica Pediatrica di Sarajevo ha denunciato un marcato aumento di casi di leucemia dei bambini su tutta la Federazione Jugoslava, ma soprattutto nelle città di Velika, Kladusa e Buzim presso il confine croato. Nel marzo del 2000 la NATO rivelò che armi all’ uranio impoverito (DU = Depleted Uranium) erano state impiegate in azioni di guerra nei Balcani, e l’anno seguente l’UNEP, l’ente delle Nazioni Unite per la protezione dell’ambiente, trovò tracce di radioattività nelle vicinanze di Sarajevo, in una caserma di Han Pijesak e in due punti all’interno di una fabbrica di Hadzici. Nel 1945 Hiroshima e Nagasaki impartirono una lezione dolorosa, e non sorprende come si sia sospettata la radioattività quale responsabile dell’aumento nell’incidenza di tumori, linfomi, ecc., tutte malattie che avevano in comune l’origine ignota ma di cui esisteva un elenco di fattori predisponenti comprendente, appunto, anche la radioattività.
Nella tecnologia militare, oltre ad essere usato per la fabbricazione di corazze per carri armati, il DU è effettivamente impiegato come componente di munizioni non perché radioattivo, ma per le sue considerevoli proprietà di densità, durezza e piroforicità, proprietà che rendono il proiettile particolarmente penetrante.

Patologie molto simili o identiche (in particolare linfomi Hodgkin e non-Hodgkin) a quelle che hanno colpito i soggetti coinvolti nella Guerra dei Balcani sono state diagnosticate in quantità più alte di quanto non ci si attendesse tra militari italiani che non erano mai stati nella ex-Jugoslavia né si erano mai avvicinati ad armi contenenti uranio. La maggior parte di loro, però, aveva prestato servizio in poligoni di tiro. Prove sia dirette sia indirette della presenza di uranio vennero cercate tanto in Jugoslavia quanto nelle aree italiane dov’erano insorte le patologie, senza trovare nulla di certo, se si escludono i tre siti nei pressi di Sarajevo menzionati sopra. Mentre negli Stati Uniti tracce d’uranio furono rilevate nelle urine di alcuni soldati ammalati (l’uranio forma metalloproteine che si depositano nei reni e la sua tossicità è nota da almeno duecento anni), nessun elemento fu trovato per proporre una qualunque teoria scientificamente fondata che dimostrasse come la radioattività fosse all’origine delle patologie. Si cercarono così altre risposte. A molti militari dispiegati nei Balcani, non, però, ai civili, erano state somministrate vaccinazioni multiple, e qualcuno suggerì che quella pratica fosse in qualche modo responsabile delle malattie, ma, di nuovo, non fu possibile offrire alcuna dimostrazione scientifica a supporto della tesi.

Così restava aperta la domanda: perché i soldati e i civili che vivono in un teatro di guerra o presso un poligono di tiro contraggono quelle malattie con tanto preoccupante frequenza?
E’ un fatto dimostrato che tutti i reperti bioptici od autoptici di tessuti patologici, con l’aggiunta, in un caso, dello sperma, provenienti da persone coinvolte a qualunque titolo nella Guerra dei Balcani o nei casi coinvolti in poligoni di tiro contengono micro e nanoparticelle inorganiche. Può essere interessante osservare che in quei reperti noi non abbiamo individuato alcuna traccia di uranio particolato se non in un caso. Ma uranio abbiamo pure rinvenuto in pazienti che nulla avevano a che fare con eventi bellici o con poligoni di tiro. Le biopsie di midollo, colon e linfonodi di soggetti coinvolti nella Guerra dei Balcani o che vivono o vivevano entro o in prossimità di poligoni di tiro rivelano micro- e nano-detriti, a volte agglomerati, composti da metalli semplici o combinati: Fe-Si, Cu-Cl-Zn, Hg, Si-Ti-Fe-Al, Si-Bi, Si-Pb, Fe-Cu-Zn, Cr-Fe-Ni, Fe-Mn, e, in un caso, Zr.

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LE CAUSE DELLA GUERRA IN SERBIA. STORIE VECCHIE O STORIA NUOVA?

Cresce il sospetto che l’offensiva NATO-Clinton abbia fini ben diversi da quelli umanitari: potrebbe essere un’azione per introdurre un cavallo di Troia entro le mura dell’Europa

di GIAN LUIGI FALABRINO

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Una foto scattata all’ingresso di una abitazione del
Kosovo. Ma ora anche in Serbia la morte è di casa

Tutti ci siamo chiesti, e ci chiediamo, i perché di questa duplice guerra in Jugoslavia: la guerra dei serbi contro i kosovari, la guerra della Nato contro la Jugoslavia. A spiegare il razzismo dei serbi (e, per la verità, anche dei croati e degli altri popoli balcanici, come ha opportunamente ricordato Claudio Magris nel “Corriere” del 28 marzo), e a spiegare la resistenza di Milosevic ad ogni ipotesi di accordo, si sono invocate le cause più diverse. La psicanalista Julia Kristeva (su “Le Monde” e “La Stampa” del 20 aprile) ha cercato le radici del conflitto nella psiche collettiva dell’uomo ortodosso, modellata sulla contesa teologica con i cattolici a proposito dello Spirito Santo. La tesi è stata ripresa dalla storica delle religioni Silvia Ronchey (“Il Foglio”, 27 aprile): la teologia trinitaria orientale induce alla passività e al nichilismo nella cultura slava, da Bisanzio a Dostojevskij: “La passività e l’acquiescenza dei serbi al loro disumano regime discendono da quella sottovalutazione dell’individuo…. che sono state irradiate da Bisanzio alla cultura slava”. Ma, senza scomodare Bisanzio e Dostojevskij, la storia e la psicologia collettiva ci danno molti esempi non solo di “passività ed acquiescenza”, ma anche di attiva solidarietà al dittatore, quando gli stranieri si coalizzano contro di lui. Noi italiani ne sappiamo qualcosa: il momento più alto del consenso al regime fascista fu durante la guerra d’Etiopia: noi eravamo gli aggressori, ma le sanzioni vennero vissute come una coalizione contro l’Italia povera che cercava “il posto al sole”; e perfino esponenti del passato regime liberale espressero solidarietà a Mussolini, perché era in gioco la “patria”. Del resto, tutte le testimonianze raccolte in Serbia dicono proprio questo: voi non bombardate Milosevic, bombardate noi, la nostra gente, costringete l’opposizione al silenzio o alla solidarietà patriottica. Lasciando da parte Bisanzio, è vero che nella ex Jugoslavia per secoli si sono fronteggiati due diversi tipi di civiltà, con un’infinità di varianti etniche e culturali: il regno d’Ungheria e poi l’Impero d’Austria al nord, cattolici, l’impero musulmano a sud, che islamizzò, in parte, i bosniaci, i kosovari e gli albanesi, ma che convisse, spesso conflittualmente, con i serbi e i montenegrini, ortodossi. Le guerre e le colonizzazioni provocarono inoltre spostamenti di popolazioni, così che nessuna regione balcanica è priva di minoranze, anche molto consistenti. Predrag Matvejevic ha scritto (nel pregevole “Dossier” che il 25 aprile “Il Sole – 24 Ore” ha dedicato ai Balcani) che “sarebbe sbagliato vedere in questa nuova guerra balcanica una guerra di religione…

Tuttavia, nel corso dei secoli e per quasi un millennio le differenze di religione sono diventate spesso contrapposizione…… dall’opposizione all’intolleranza il passo è breve” (si veda anche per questo aspetto l’editoriale del quaderno speciale di “Limes”, Kosovo – L’Italia in guerra). Dopo secoli di questa storia, intricata e conflittuale, nel 1919 Versailles inventò – soprattutto per volontà francese – uno stato artificiale, il Regno dei serbi, dei croati e degli sloveni, divenuto poi regno di Jugoslavia, nel quale i serbi avevano la prevalenza, con la monarchia, l’esercito e gran parte della burocrazia statale. L’invasione nazifascista del 1941 ebbe facilmente ragione di questo coacervo, ma provocò una feroce guerra di tutti contro tutti; la dittatura ustascia e cattolica di Pavelic in Croazia contro serbi ortodossi e bosniaci musulmani, i monarchici serbi di Mihailovic contro i croati e i comunisti, i partigiani comunisti di Tito contro gli ustascia e i cetnici serbi, oltre che naturalmente, contro gli occupanti tedeschi e italiani. Dopo la guerra, il federalismo di Tito, altri spostamenti di popolazioni verso le zone industriali, e molti matrimoni misti facevano sperare in un miglioramento dei rapporti fra i popoli della Jugoslavia. Ma ci sarebbero volute almeno tre generazioni per dimenticare gli orrori delle guerre civili del 1941-45. Nel 1987-88, quando presero forza i movimenti nazionalisti che avrebbero fatto dissolvere la Jugoslavia, le classi dirigenti delle diverse repubbliche erano formate ancora in gran parte da figli e fratelli di gente che aveva combattuto in campi avversi, o che era stata perseguitata e uccisa. Durante le guerre fra serbi e croati e di tutti contro tutti in Bosnia (1992-95), la scrittrice croata Slavenka Drakulic emise un giudizio acutissimo: “Questa guerra non si combatte per i vivi, ma si combatte per i morti.

Si muore per i morti“, cioè per vendicare i torti e le morti del 1941-45: e siccome ogni parte, ogni popolo, aveva subito torti, persecuzioni e uccisioni di massa, si ricominciava. Ci sono state anche responsabilità del regime di Tito, che non è stato così pacifico e democratico come in Occidente si è spesso dipinto. Nel 1945-46 il regime fu durissimo contro tutti gli oppositori potenziali (non solo ustascia e monarchici, ma cattolici, socialdemocratici e partito del contadini); nel 1948, lo scisma dal Cominform portò ad epurare molti comunisti dissidenti e i vertici delle forze armate, quasi tutti serbi, a cominciare dal capo di stato maggiore Arsa Jovanovic, abbattuto col suo aereo mentre fuggiva in Ungheria. E, in generale, il federalismo voluto dal croato Tito fu vissuto dai serbi come una menomazione, nonostante che Tito avesse fatto della Serbia una repubblica “più eguale” delle altre, con l’annessione della Voivodina (nel 1945 a maggioranza ungherese) e del Kosovo, quasi tutto albanese. Quando nel 1970-71, Tito epurò il partito di regime a Zagabria e a Belgrado, per le spinte di maggiore autonomia che stavano riemergendo, preparò la diaspora dei dirigenti croati e serbi dal comunismo al nazionalismo. Tudjman e Milosevic non nascono dal nulla. Nel 1987 Milosevic va al potere nella repubblica serba: l’anno dopo, scoppia la questione del Kosovo cui Milosevic toglie l’autonomia. Ma l’odio serbo per gli albanesi ha radici antiche: nel 1937 un intellettuale, Vaso Cubrilovic, ha teorizzato la sparizione dei kosovari, e perfino Ivo Andric ha scritto che “La separazione dell’Albania dalla mappa dei Balcani è un male necessario”.

Il razzismo esiste, ed è antico. Nel ’91 la Slovenia e la Croazia si dichiarano indipendenti, poi seguite dalla Bosnia e dalla Macedonia. E qui c’è una grande responsabilità di altre potenze: mentre l’Unione europea cerca di varare una Confederazione jugoslava, che lasci al governo centrale soltanto la politica estera e la difesa, la Germania e lo Stato del Vaticano riconoscono subito la Slovenia e la Croazia. E’ la fine della Jugoslavia e l’inizio delle guerre, perché la Serbia reagisce con le armi. Per capire l’ostinazione serba di oggi, occorre sbarazzarsi del paragone con lo

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L’effetto del passaggio degli aerei NATO. Quale
sarà il futuro di quest’uomo e della sua famiglia?

Hitler del 1939. Quando gli inglesi e i francesi, nel settembre 1939, dichiararono la guerra alla Germania che aveva invaso la Polonia, Hitler aveva già annesso l’Austria (1937) e, in momenti diversi, la Cecoslovacchia (1938 e 1939). Invece, dal 1992, Milosevic è un perdente: ha sostenuto il mito della grande Serbia, ma è stato sconfitto dai croati e, poi, ha dovuto accettare la spartizione della Bosnia; anzi, per alleggerire le sanzioni economiche in vigore dal 1993, ha dovuto troncare ogni rapporto ufficiale con la repubblica serba di Bosnia. Evidentemente in seguito, nella sua logica nazionalista, non poteva sopportare la sostanziale perdita dell’intero Kosovo con il trucco di Rambouillet: da noi quasi nessuno dice che il documento originario del Gruppo di controllo, presentato alla conferenza di Rambouillet, era stato cambiato per l’insistenza americana: al capitolo 8, punto 1, si è stabilito che, dopo tre anni di larga autonomia, lo status finale sarebbe stato determinato “sulla base della volontà del popolo”. Cioè, sarebbe stato fatto un referendum per l’indipendenza del Kosovo, e Milosevic non poteva accettarlo, pena la sua scomparsa politica. Era costretto a resistere, anche prevedendo di dover cercare di compattare la nazione, sia pure sottomettendola alla passività delle vittime sotto i bombardamenti. Né va dimenticato che nel 1994 Milosevic è stato rieletto con la maggioranza quasi assoluta dei consensi, ottenuti soprattutto nelle campagne, e dopo una campagna elettorale basata, già allora, sulla “congiura internazionale” contro la Serbia. D’altra parte, tutti i partiti d’opposizione, compreso il partito prima monarchico e poi democratico di Vuk Draskovic, che ora fa la “colomba”, erano su posizioni fortemente nazionalistiche. Se è vero che i serbi hanno saputo trasformare la sconfitta del 1389 contro i Turchi a Kosovo Polije nella mistica della “serbità”, del Kosovo serbo e della vittoria, può darsi che Milosevic avesse bisogno di essere accerchiato e forse sconfitto dall’alleanza più potente della storia, per far rinascere il mito della Grande Serbia: grande non nei confini, ma nell’eroismo. Del resto, al momento dell’attacco della Nato, siamo stati in diversi a dire che se Milosevic avesse resistito almeno una settimana, avrebbe già vinto.

Al momento in cui scrivo (I° maggio) nessuno sa come finirà la guerra jugoslava: ma, dopo il voto della Camera americana, contraria all’invasione terrestre, e indecisa (237 sì contro 237 no) sull’opportunità di continuare i bombardamenti, e con la liberazione dei tre prigionieri americani, l’iniziativa è ancora di Milosevic. Questo semi-dittatore sarà un giocatore d’azzardo, ma si comporta come un campione di scacchi. E quali sono le cause dell’intervento della Nato? E’ paradossale, ma la stampa europea, anche fra i sostenitori dei governi in carica, annaspa alla ricerca delle vere ragioni della guerra. I sostenitori dell’intervento umanitario, legione all’inizio della guerra, si sono ridotti; e non basta a rinforzarli che Norberto Bobbio dica che l’America è sempre stata dalla parte giusta. Per restare all’Italia, già il 23 marzo Bernardo Valli scriveva che “Quello umanitario è il meno convincente tra i motivi, solennemente addotti, a sostegno dell’intervento aereo della Nato in Jugoslavia” e, fra le varie ragioni del suo scetticismo, citava i curdi, dei quali Clinton non si vuole occupare, perché vivono nell’alleata Turchia. Cinque giorni dopo. Eugenio Scalfari faceva su “La Repubblica” un’analisi dettagliata, nella quale chiamava poco plausibile e finta la motivazione umanitaria e finiva per accogliere la tesi che “Determined force” ha la vera ragione in se stessa: “Gli Stati Uniti hanno deciso di assumersi ufficialmente e in permanenza il ruolo di gendarmeria militare….. e hanno affidato alla Nato la funzione di gendarme”. Altri hanno avanzato il sospetto, molto anti-americano, che gli Stati Uniti volessero questa guerra per ricordare agli europei la loro dipendenza e per impedire che all’Euro seguisse un’unione realmente politico-militare.

In diversi articoli, un saggista tutt’altro che anti-americano, Sergio Romano, ha denunciato la mancanza di una strategia nella decisione di fare la guerra aerea, finendo per dire (“Corriere della sera”, 22 aprile) che nulla di tutto ciò che avviene era stato previsto, a cominciare dall’accelerazione del “più massiccio fenomeno di pulizia etnica occorso in Europa dopo la fine della Seconda guerra mondiale”. Giorgio Ruffolo ha fatto, il 30 aprile, un’acuta analisi delle possibili spiegazioni convenzionali delle guerre: le ragioni economiche (ma nel Kosovo non c’è il petrolio), le ragioni politiche e strategiche per le quali si vorrebbero fiaccare i rivali (ma né la Serbia né la Russia impoverita sono le rivali degli Stati Uniti) e le ragioni psicologiche, come l’aggressività nazionalista (ma queste sono dalla parte avversa, non nella Nato). Se queste spiegazioni non spiegano, dice Ruffolo, occorre prendere sul serio “l’ingerenza umanitaria” e la “legittima offesa”; ma quest’ultimo concetto “rischia di mandare in pezzi il grande feticcio della sovranità nazionale” e porta diritto all’escalation della paleoguerra. Nello stesso giorno, “la Repubblica” ha pubblicato due articoli, lucidi e per alcuni versi terribili. Il bulgaro Tzvetan Todorov ha scritto che i bombardamenti creano soltanto altri rancori: “la distruzione di ogni futuro possibile per il Kosovo multietnico non è l’unico risultato nefasto dell’intervento della Nato. E’ inutile ripetere ciò che tutti sanno: esso alimenta il nazionalismo bellicoso in tutti i Paesi della regione, dalla Russia alla Turchia, passando naturalmente dalla Serbia”. E il filosofo Jean Baudrillard ha pubblicato un’acuta analisi dell’ambiguità di questa guerra e della sua reale ragione. Baudrillard considera che l’Europa vuole essere una coalizione di entità nazionali, senza preoccuparsi delle minoranze etniche, che esistono in tutti i suoi paesi. A fronte di ciò, per l’America “Dopo essere venuta a capo del comunismo… dopo aver neutralizzato il Giappone, grazie a una destabilizzazione delle piazze finanziarie asiatiche, l’Europa è ormai nel suo mirino e il suo obiettivo è quello di dare scacco alle velleità della coesione multinazionale europea, che costituirebbe una reale minaccia”, prendendo l’Europa nella trappola di una guerra. Questo non viene detto da un post-comunista italiano, e fa pensare. Anche Alain Touraine (“Il Sole – 24 Ore” del 25 aprile, dossier “I Balcani”) scrive che la domanda sui perché della guerra resta senza risposta: “E’ un segreto militare, oppure politici e militari sono, come noi, incapaci di rispondere?”. Anche per Touraine, l’obiettivo americano è dimostrare che la pace in Europa non dipende dagli europei ma dagli americani: “Come europei, ci accorgeremo infine che, dopo i kosovari albanesi, siamo noi le principali vittime di questa guerra”. Senza contare la giornalista Maureen Dow per la quale, dopo lo scandalo Lewinsky, Clinton cercherebbe una rivincita etica: il Kosovo come primo round delle elezioni primarie. Fantasie?

NOTA della redazione
Questi temi sono stati ripresi da Giovanni Sartori il 25 maggio sul “Corriere della Sera” in uno stringente articolo di fondo dal titolo “Il mio no a una guerra sbagliata”. Sartori elenca impietosamente gli iniziali errori di calcolo, americani e della Nato, sul piano politico e militare, gli effetti negativi della guerra e la conseguente moltiplicazione degli odi e del desiderio di vendetta delle parti. Per Sartori le bombe forse bastano a far vincere la guerra “ma sempre più ci fanno perdere la pace”…”Il punto che è sinora sfuggito al dibattito è che la guerra umanitaria attiva incentivi perversi. Un incentivo è perverso quando premia chi invece dovrebbe essere scoraggiato”. Inoltre, l’articolo chiarisce un punto che rinvia agli errori occidentali cominciati nel 1991: “Il primo incentivo perverso, scrive Sartori, e dunque posto dal riconoscimento dello Stato etnico, o meglio del principio che ogni etnia (o anche ogni relazione) ha diritto al proprio Stato e che la comunità internazionale deve assecondare questo principio. Poveri noi! Come ha ben ricordato Claudio Magris, “in tutto il mondo esistono realtà analoghe (a quelle del Kosovo), e farle esplodere costa bagni di sangue”. Sartori conclude: “Clinton fa il duro perchè è stato fragile in sesso, e Blair, giovanilmente eccitato dal proprio successo, fa oramai il Pierino primo della classe. Entrambi si stanno invece dimostrando uomini piccoli alle prese con problemi molto più grandi di loro”. Protagonisti di una scena paradossale e tragica che, ancorchè in fieri, è già entrata, con tutta la sua barbarie, l’indegnità politica, etica e umana, nella storia contemporanea.

Questo articolo è stato ripreso dalla rivista Il Ponte della Lombardia. Mensile di commento, critica, progetto a sinistra, (numero di maggio 1999), per gentile concessione della Editrice Comedit 2000 scrl – E-mail: ilponte@citinv.it

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Ricchi affari in Kosovo: ecco le “ragioni umanitarie” dell’intervento militare

di Federico Cenci

A seguito dell’articolo, La Serbia rifiuta la proposta Ue sul Kosovo. E trova l’appoggio russo, propongo il seguente focus. Buona lettura:

Sembra un non lontano ricordo il sinistro sibilo delle bombe che vennero sganciate dai caccia Nato su Belgrado, durante quella che fu chiamata l’operazione “Allied Force”. Eppure, ciò avvenne nella primavera del 1999, esattamente quattordici anni fa. Come in ogni guerra, gli effetti furono devastanti. La Serbia pagò l’amaro conto di 2.500 morti, 12.500 feriti, più un incalcolabile numero, tuttora in aggiornamento, di vittime di leucemia e cancro causate dalle radiazioni delle bombe ad uranio impoverito. È per questo forse che quattordici anni sembrano molti meno, perché corrono lungo un ininterrotto filo rosso sangue.

Per giustificare il primo intervento militare in Europa dopo la fine della Seconda guerra mondiale, gli Stati Uniti addussero le seguenti ragioni umanitarie: liberare il popolo serbo dal dittatore Milosevic e, al contempo, soccorrere la popolazione albanese del Kosovo dalla pulizia etnica. Una versione dei fatti che, tuttavia, non convince. O meglio, convince soltanto laddove prevalga un’interpretazione egoistica, distorta delle “ragioni umanitarie” decantate con solenne enfasi, in quei tre mesi, dalla Casa Bianca e dai suoi sodali alleati.

Nel Kosovo, la regione che gli Stati Uniti hanno voluto liberare dal “giogo” di Belgrado, ancora oggi la stabilità politica e la giustizia restano chimere. In compenso, va delineandosi in modo sempre più definito una fitta rete di affari commerciali che frutta parecchi soldi e che vede coinvolte molte compagnie (e personalità istituzionali) a stelle e strisce. Forse, le “ragioni umanitarie” addotte da Washington nel 1999 non corrispondono ad altro che a un mero interesse economico. Più che umanitarie, dunque, umane, nell’accezione materialistica del termine.

Uno dei progetti economici che sposta un’enorme quantità di dollari oltreoceano è l’affare relativo alla Ptk, Posta Telekomunikacije Kosova, principale compagnia telefonica del Paese unilateralmente dichiaratosi autonomo dalla Serbia nel 2008. La vendita dell’operatore telefonico kosovaro, che conta circa 1,3 milioni di utenti, frutterà al giovane Stato (non riconosciuto come tale da gran parte della comunità internazionale) circa 400milioni di dollari. Intorno alla gara d’acquisto, gravano pesanti accuse di irregolarità atte a far vincere la Albright Capital Management, società statunitense che fa capo a Madalaine Albright, Segretario di Stato Usa proprio negli anni dell’intervento in Kosovo, durante l’amministrazione Clinton.

Sarà un caso, ma la Albright non è l’unica personalità statunitense di quegli anni che oggi raccoglie i frutti della scelta interventista. Westley Clark, già comandante delle forze Nato in Europa, oggi torna, per “ritirare l’incasso”, negli stessi territori che nel 1999 fece bombardare. La società Envidity, che gestisce lui, è in procinto di accaparrarsi una licenza per sfruttare le enormi risorse del sottosuolo kosovaro. Estradando i100.000 barili previsti al giorno di diesel sintetico di alta qualità, ne trarrebbe un guadagno di 1,5miliardi di euro.

La prima società statunitense a introdursi nel Kosovo “liberato”, però, resta il colosso Halliburton Energy, di cui è stato amministratore l’ex vice-presidente americano Dick Cheney, finito al centro di uno scandalo proprio per aver agevolato la “sua” società durante il mandato alla Casa Bianca. Nel Kosovo, la Halliburton è collegata al progetto Ambo, un oleodotto transbalcanico in fase di ultimazione.

Del resto, la politica statunitense di “proteggere le rotte degli oleodotti” provenienti dal Mar Caspio fu candidamente proclamata da Bill Richardson, Segretario dell’Energia di Clinton, appena pochi mesi prima dei bombardamenti del 1999. “Qui si tratta – affermò Richardson – della sicurezza energetica dell’America. Si tratta anche di prevenire incursioni strategiche da parte di coloro che non condividono i nostri valori. Stiamo cercando di spostare questi Paesi, da poco indipendenti, verso l’occidente. Vorremmo vederli fare affidamento sugli interessi commerciali e politici occidentali, piuttosto che prendere un’altra strada. Nella regione del Mar Caspio abbiamo fatto un investimento politico consistente, ed è molto importante per noi che la mappa degli oleodotti e la politica abbiano esito positivo” (1).

Un messaggio fin troppo chiaro, musica per le orecchie della Halliburton. La stessa società collegata all’ex vice-presidente Cheney, come non bastasse, ha inoltre ottenuto da Pristina cospicue commesse per le forniture militari e l’appalto per la costruzione di camp Blondsteel, una gigantesca base americana (la più grande in Europa, almeno sin quando non sarà ultimato il progetto Dal Molin) che ha una circonferenza di 84 km di filo spinato.

Il territorio del Kosovo, il più povero Paese dell’area balcanica, covo di criminalità e traffici inconfessabili, è interessato poi a un’altra faraonica costruzione dove a guadagnarci saranno soltanto gli stranieri. Ovverosia, l’autostrada che collegherà la capitale Pristina alla sua omologa macedone, Skopje, realizzata dall’impresa edile americana Bechtel Group insieme alla Enco, società turca. Le due società si spartiranno un compenso pari a 1 miliardo di euro.

Cifre enormi, che appaiono viepiù smisurate in confronto alla situazione economica della popolazione kosovara. Un giro d’affari che coinvolge imprese statunitensi e spiega il reale significato delle “ragioni umanitarie” che quattordici anni fa portarono alla dissoluzione della Jugoslavia.

(1)   dall’inchiesta del Guardian “A Discreet Deal in the Pipeline”, 15 febbraio 2001

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Balcani, censimenti 2011: i conti non tornano

di Adriano Remiddi

Il 2011 per i paesi balcanici è stato l’anno dei censimenti. Quella che altrove sarebbe considerata una semplice inchiesta statistica sulla popolazione, da Zagabria a Skopje è diventata la questione politica più calda dell’anno.Slovenia, è l’ora di Zoran Jankovic | La Croazia svolta a sinistra

(Carta di Laura Canali tratta da Limes Qs 3/05 “I Balcani non sono lontani“)

Il censimento è un argomento sensibile nella penisola balcanica: qui le divisioni etnico-religiose sono state alla base dei conflitti degli anni Novanta, quando milioni di persone hanno dovuto lasciare le loro terre di origine. Fortemente voluti da Bruxelles in concomitanza con quelli dei 27 membri dell’Unione Europea, i censimenti nell’ex Jugoslavia e Albania sono considerati una chiave di lettura per valutare i progressi nel cammino verso l’integrazione europea della regione, ma c’è il rischio che possano avere pesanti risvolti politici, risvegliando tensioni etniche mai risolte.

Infatti l’aggiornamento dei dati demografici ha avuto (e sta avendo) forti conseguenze nei rapporti fra gli Stati, riaprendo antiche ferite e nuove frustrazioni che hanno portato spesso al boicottaggio e allo spostamento delle operazioni statistiche.

Ciò è accaduto perché i censimenti non forniscono solo un mero conteggio delle teste, ma scattano una fotografia della precisa situazione etnica e sociale dei paesi interessati, svelando la reale composizione demografica e i trend migratori, favorendo la legittimazione di politiche regionali e aiutando analisi precise degli investitori stranieri. Ecco gli esiti nei sei Stati della regione.

La Croazia, dal 2013 membro dell’Unione Europea, ha svolto il suo censimento in aprile. I risultati preliminari sono stati già pubblicati e hanno scatenato un dibattito acceso a Zagabria. I conti infatti non tornano, perché se il numero degli abitanti censiti è 4.290.612, sembra che in Croazia ci siano più votanti che abitanti in alcune municipalità.

Questa incongruenza deriva da due caratteristiche della demografia recente della Croazia. Il primo è l’inclusione dei cittadini di origine serba che hanno lasciato la Croazia durante la guerra ma che continuano a esservi registrati, godendo quindi del diritto di elettorato passivo. Il secondo è la presenza di cittadini di origine bosniaca che, nonostante vivano in Bosnia Erzegovina, non rinunciano alla residenza in Croazia per godere di benefici sociali, come sussidi di maternità o disoccupazione.

Non bastasse, ci sono molti cittadini croati che mantengono la residenza in piccole municipalità nonostante si siano spostati nei centri urbani più grandi, al fine di evadere aliquote di imposta maggiori. Lo stesso fanno molte imprese che si registrano in aree particolari del paese per beneficiare degli stessi vantaggi fiscali. Di certo lo sviluppo sociale ed economico non può essere raggiunto senza la condivisione di un senso di responsabilità pubblica e di rispetto per le leggi, di cui il censimento mostra una sostanziale mancanza.

Anche in Montenegro, candidato ufficiale all’ingresso nell’Ue, il censimento della popolazione è stato condotto in aprile. I dati sono stati attesi con tensione a Podgorica, perché visti come potenziali destabilizzatori del processo di State building in atto.

I mesi precedenti allo svolgersi del censimento si sono trasformati in uno scontro politico tra fazioni pro e antiserbe, a confermare che la spaccatura creata dal referendum per l’indipendenza del 2006 è ancora vivissima. I partiti si sono mobilitati come se ci fossero in ballo le elezioni politiche, considerando la rilevazione statistica come un test sulla legittimità del Montenegro e della sua “nuova” lingua.

I risultati del conteggio hanno rivelato una popolazione di 625.266 abitanti, divisi tra un 45% di montenegrini e un 29% di serbi, risultato incoraggiante per il giovane Stato ex jugoslavo considerando che il precedente censimento del 2003 dava alla componente montenegrina una maggioranza relativa del 43,16%.

Cattive notizie per Podgorica arrivano invece dal fronte della lingua montenegrina, riconosciuta come propria solo dal 37% degli abitanti, contro il 44% a favore di quella serba. Il censimento sembra rivelare che gli intenti di ingegneria sociale messi in atto dal governo non hanno ancora dato i frutti sperati e che i cittadini non accettano le etichette etniche e linguistiche auspicate.

In Albania, che ha status di candidato potenziale all’Ue, il censimento è stato posticipato da aprile a ottobre, ufficialmente per evitare la sovrapposizione con la campagna elettorale delle elezioni locali di maggio. In realtà, però, lo slittamento delle operazioni statistiche è dovuto soprattutto alle questioni etniche e religiose che sono esplose con l’avvicinarsi del censimento.

Da quando il governo albanese nel 2010 ha dichiarato che il censimento avrebbe incluso domande sull’appartenenza etnica e sulla confessione, il panorama politico si è riscaldato e 52 intellettuali, tra cui gli ex presidenti Alfred Moisiu e Rexhep Maidani, hanno firmato una petizione che vi si opponeva. A loro avviso i diritti di confessione e di appartenenza etnica sono garantiti dalla costituzione, che però non fa obbligo di dichiararle. In realtà i timori vertevano soprattutto sulla paura che Tirana avesse accettato di introdurre la questione religiosa ed etnica nel nuovo censimento sotto la pressione del governo greco.

Una parte dell’opinione pubblica albanese è molto sensibile all’irredentismo greco in Albania e nel nord dell’Epiro, e teme che i dati demografici raccolti possano riaccendere le mire revisioniste elleniche, soprattutto alla luce del fatto che Atene permette a molti albanesi di chiedere la nazionalità greca e di approfittare in questo modo delle generose pensioni che la Grecia accorda alle sue minoranze. Nonostante i boicottaggi e le polemiche roventi, il direttore generale dell’Istituto nazionale di statistica (Instat) Ines Nurja si è detto soddisfatto della conduzione delle rilevazioni e ha annunciato che i risultati verranno pubblicati entro la fine di dicembre.

Anche in Macedonia, candidato ufficiale a Bruxelles, il censimento è passato attraverso mesi di negoziazione molto travagliati. Skopje è stata costretta inizialmente a posticipare le operazioni demografiche da aprile a ottobre per le elezioni parlamentari di giugno, ma le proteste politiche erano già nell’aria.

La questione principale è rappresentata ancora una volta dalla registrazione dei cittadini macedoni residenti all’estero e coinvolge la grande comunità albanese. A dispetto degli standard Eurostat imposti nei censimenti del 2011, la componente albanese insisteva per includere nel conteggio anche gli abitanti domiciliati all’estero da più di 12 mesi, accusando il governo macedone di voler deliberatamente diminuire il numero di albanesi sul territorio.

La disputa etnico-statistica ha capitalizzato l’attenzione di tutto il paese, dei media e della politica senza che si potesse trovare un accordo tra le parti. Infatti, nonostante le operazioni fossero iniziate il primo ottobre, per via delle pressioni bilaterali la commissione statale per il censimento ha rassegnato le sue dimissioni a soli quattro giorni dalla fine delle rilevazioni, costringendo il governo ad annullarle. Le opposizioni indicano il governo come responsabile della debacle, insistendo perché l’esecutivo rimborsi di tasca propria i 14 milioni di euro sprecati. Per ora non è dato sapere quando le operazioni verranno riprese.

Anche in Serbia, altro potenziale candidato, ci sono stati ritardi rispetto alla calendarizzazione, e il censimento, previsto inizialmente in aprile, è stato rimandato a ottobre a causa della mancanza di fondi nelle casse dello Stato; è dovuta intervenire l’Unione Europea per aiutare finanziariamente Belgrado.

Le operazioni statistiche, le prime dal 2002, hanno suscitato forti contestazioni e insistenti campagne per il boicottaggio da parte delle minoranze albanesi, bosgnacche (musulmani di Bosnia) e kosovare. Le proteste hanno due motivazioni principali: il ricordo del criticatissimo censimento del 2002, quando la Serbia aveva manomesso i dati per limitare il numero di bosniaci musulmani, e la componente linguistica, poiché le minoranze insistevano per ricevere questionari non esclusivamente in cirillico ma anche nelle proprie lingue in modo da garantire più trasparenza (nel 2002 erano gli impiegati dell’ufficio statistico a dover tradurre dal serbo).

Alla fine è stato raggiunto un accordo e i moduli sono stati stampati anche in latino, indebolendo le pressioni per il boicottaggio da parte dei bosniacchi nel Sangiaccato e dagli albanesi nel sud del paese. I risultati preliminari sono stati resi pubblici recentemente e attribuiscono alla Serbia una popolazione di 7.524.164 abitanti, che conferma le paure iniziali sulla “diaspora” in atto. In un decennio dal paese sono uscite più di 300 mila persone, molte delle quali altamente qualificate, confermando il trend per cui il numero dei serbi all’estero è approssimabile a quello dei serbi rimasti in patria.

In Kosovo il censimento si è svolto regolarmente dal primo al 15 aprile scorsi e per la prima volta dall’indipendenza del paese, a seguito di una lunga preparazione iniziata nel 2003 sotto l’assistenza di Eurostat e dell’italiana Istat. I risultati sono stati pubblicati a novembre e sono molti discussi.

La popolazione risulta essere di 1.733.872 abitanti, ma non è stata inclusa nel conteggio la maggioranza serba delle municipalità al nord, che hanno boicottato le rilevazioni per timore di manipolazioni sui dati. La componente serba infatti gode di vantaggi sociali concessi da Pristina per ottenere il riconoscimento occidentale, ma si scontra adesso con i cittadini kosovari che non accettano più di concedere certi privilegi a una comunità di sole 115 mila persone.

A rendere ancora più discutibili gli esiti del censimento c’è il rapporto tra abitanti e votanti, poiché il numero degli elettori (1,630,636) è prossimo a quello dei residenti censiti, dato incoerente con le precedenti stime che davano il 30% della popolazione kosovara sotto i 18 anni. Il margine di errore sembra essere più ampio del dichiarato e la legittimazione dei risultati del censimento è piuttosto bassa agli occhi degli operatori internazionali.

La situazione più critica resta quella della Bosnia Erzegovina, candidato potenziale all’Unione Europea, che contro tutti gli auspici di Bruxelles resta il solo paese a non aver neanche iniziato il censimento. In Bosnia la demografia è una vera high politic che porta a galla tutte le incongruenze della giovane repubblica federale.

Alla base dello stallo c’è il boicottaggio dei deputati dell’Alleanza dei social democratici indipendenti, partito indipendentista della Repubblica Srpska, che fanno appello alla costituzione per bloccare il censimento. L’articolo 48 della carta sancisce che i risultati del censimento del 1991 devono essere considerati come validi fin quando tutti i rifugiati del periodo bellico non abbiano fatto ritorno nelle proprie case.

Gli esecutivi bosniaci, nelle tre componenti serba, croata e musulmana, non sono riusciti finora a trovare un compromesso. La partita si gioca soprattutto sul nodo dei quesiti su appartenenza etnica, religiosa e linguistica, ai quali i musulmani si oppongono nel timore che i dati possano delegittimare la rilevanza della loro componente nella Repubblica Srpska, ponendo ulteriori questioni sulla legittima esistenza della federazione bosniaca stessa.

La decisione di boicottare la votazione della legge sul censimento, da parte dell’Alleanza dei social democratici, ha fatto si che non si raggiungesse il quorum alla Camera alta, decretando di fatto l’inizio dello stallo. L’ambasciatore dell’Ue in Bosnia ha definito il ritardo delle rilevazioni statistiche come “un rischio verso il maggiore isolamento della Bosnia Erzegovina” che oggi si stima abbia una popolazione compresa tra i 3.800.000 e i 4.300.000 abitanti, senza che nessuno ne abbia la certezza.

La demografia, si è visto, recita un ruolo di primo piano nei Balcani e rimane una sfida più che mai aperta per questi giovani paesi in transizione. Una volta che tutti i censimenti saranno conclusi e tutti i dati definitivi pubblicati, le informazioni ottenute rappresenteranno la base per analizzare il reale grado di modernizzazione e sviluppo della regione, permettendo la creazione di politiche economiche e nuove riforme sociali che possano stabilizzare la penisola ed avvicinarla sempre di più alle richieste di Bruxelles. Sempre che Bruxelles rimanga un obiettivo credibile.

Slovenia, è l’ora di Zoran Jankovic | La Croazia svolta a sinistra

(5/01/2012)
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